Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24492 del 10/09/2021

Cassazione civile sez. II, 10/09/2021, (ud. 07/01/2021, dep. 10/09/2021), n.24492

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – rel. Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

Dott. VARRONE Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 24200/2019 R.G. proposto da:

M.S., c.f. (OMISSIS), elettivamente domiciliato, con

indicazione dell’indirizzo p.e.c., in Crotone, alla via Libertà, n.

27/B, presso lo studio dell’avvocato Assunta Fico, che lo

rappresenta e difende in virtù di procura speciale in calce al

ricorso.

– ricorrente –

contro

MINISTERO dell’INTERNO, c.f. (OMISSIS), in persona del Ministro pro

tempore, rappresentato e difeso dall’Avvocatura Generale dello

Stato, presso i cui uffici in Roma, alla via dei Portoghesi, n. 12,

domicilia per legge.

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 706/2019 della Corte d’Appello di Catanzaro;

udita la relazione nella Camera di consiglio del 7 gennaio 2021, del

Consigliere Dott. Luigi Abete.

 

Fatto

MOTIVI IN FATTO ED IN DIRITTO

1. M.S., cittadino del Bangladesh, formulava istanza di protezione internazionale.

Esponeva che suo padre era stato ucciso dai parenti di un malvivente affiliato al partito politico “(OMISSIS)”; che aveva denunciato l’omicidio alla polizia locale; che successivamente, affinché ritirasse la denuncia, era stato gravemente minacciato e sua madre era stata aggredita; che per timore di nuove ritorsioni si era determinato ad abbandonare il paese d’origine ed aveva raggiunto l’Italia.

2. La competente Commissione Territoriale per il Riconoscimento della Protezione Internazionale rigettava l’istanza.

3. Con ordinanza del 23.10.2017 il Tribunale di Catanzaro respingeva il ricorso proposto da M.S. avverso il provvedimento della commissione.

4. M.S. proponeva appello.

Resisteva il Ministero dell’Interno.

5. Con sentenza n. 706/2019 la Corte di Catanzaro rigettava il gravame. Evidenziava, tra l’altro, la corte, che le dichiarazioni dell’appellante risultavano generiche, per nulla circostanziate, incoerenti e quindi inattendibili. Evidenziava, tra l’altro, che non sussistevano i presupposti per il riconoscimento della protezione umanitaria.

Evidenziava segnatamente che, anche alla luce dell’inattendibilità delle dichiarazioni all’uopo rese, non si aveva riscontro di situazioni tali per cui l’appellante, qualora rimpatriato, sarebbe stato esposto al rischio di elevata menomazione dei suoi diritti fondamentali.

6. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso M.S.; ne ha chiesto sulla scorta di cinque motivi la cassazione con ogni susseguente statuizione.

Il Ministero dell’Interno ha depositato controricorso; ha chiesto dichiararsi inammissibile o rigettarsi l’avverso ricorso con il favore delle spese.

7. Con il primo motivo il ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia.

Deduce che ha formulato richiesta di rinnovazione della sua audizione; che la corte in maniera del tutto contraddittoria ha respinto la sua istanza.

Deduce che mediante la rinnovazione della sua audizione la corte, anche ai fini dell’invocata protezione umanitaria, avrebbe avuto un quadro circostanziato dei motivi che lo hanno indotto ad espatriare.

8. Con il secondo motivo il ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, la violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 1, n. 4.

Deduce che ha allegato contratto di lavoro a tempo indeterminato stipulato nel luglio del 2017 alle dipendenze della ditta “K M Abdul Hossain”, corrente in (OMISSIS), nonché attestato di frequenza con profitto di un corso di lingua italiana di primo livello.

Deduce che la corte ha omesso la valutazione di siffatta documentazione.

9. Con il terzo motivo il ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2, 3, 5, 6, 7 e 8, la violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 27.

Deduce che ha errato la corte a negargli lo status di rifugiato.

Deduce che ben avrebbe dovuto la corte avvalersi dei suoi poteri istruttori officiosi, onde riscontrare le sue dichiarazioni alla luce dell’attuale situazione sociopolitica del Bangladesh.

Deduce che in ogni caso le fonti di informazione riferiscono delle tensioni politiche esistenti nel Bangladesh e delle reiterate violenze commesse da esponenti del partito “(OMISSIS)” nei confronti degli oppositori.

10. Con il quarto motivo il ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2, 3, 5,6 e 14 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 8 – 27.

Deduce che la corte ha omesso di considerare che aveva addotto di aver adito le autorità locali dopo l’omicidio del padre e che, alle pagine 11 – 15 dell’atto di appello, aveva rappresentato le condizioni di generalizzata violenza esistenti in Bangladesh ed in special modo nella regione di sua provenienza.

Deduce che appieno si prospetta il danno grave dell’art. 14 cit., ex lett. b), allorché l’autorità statuale non è in grado di assicurare protezione.

Deduce in particolare che il report “USA-USDOS” datato 20.4.2018 segnala i sistematici abusi commessi delle forze dell’ordine in Bangladesh, che il report “EASO” del dicembre del 2017 ed il report “Amnesty International” per gli anni 2017/2018 segnalano l’elevato livello di corruzione e di inefficienza del sistema giudiziario.

11. Con il quinto motivo il ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32.

Deduce che ha errato la corte a negargli la protezione umanitaria.

Deduce che ha allegato copia dei contratti di lavoro all’uopo stipulati.

Deduce che la corte, in punto di “umanitaria”, ha motivato in maniera del tutto generica ed avulsa dalla debita valutazione comparativa circa l’inesistenza di profili di vulnerabilità, qualora rimpatriato.

Deduce che, qualora rimpatriato, soffrirebbe elevata menomazione dei suoi diritti fondamentali.

12. Il primo motivo è privo di fondamento e va respinto.

13. Al riguardo va debitamente reiterato l’insegnamento di questa Corte a tenor del quale, nel procedimento, in grado d’appello, relativo ad una domanda di protezione internazionale, non è ravvisabile una violazione processuale sanzionabile a pena di nullità nell’omessa audizione personale del richiedente, atteso che il rinvio, contenuto nel D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35, comma 13, al precedente comma 10, che prevede l’obbligo di sentire le parti, non si configura come un incombente automatico e doveroso, ma come un diritto della parte di richiedere l’interrogatorio personale, cui si collega il potere officioso del giudice d’appello di valutarne la specifica rilevanza (cfr. Cass. (ord.) 21.11.2011, n. 24544; Cass. (ord.) 7.2.2018, n. 3003; Cass. (ord.) 29.5.2019, n. 14600; Cass. (ord.) 15.4.2020, n. 8931).

14. In ogni caso la Corte di Catanzaro ha compiutamente esplicitato, in maniera esente da qualsivoglia forma di contraddizione, le ragioni per le quali ha reputato non necessario far luogo alla rinnovazione dell’audizione.

Più esattamente la corte d’appello ha chiarito che non era necessario rinnovare l’audizione, siccome l’appellante aveva avuto la possibilità, dinanzi alla commissione territoriale, di riferire ogni utile circostanza ed aveva illustrato con chiarezza le ragioni del suo espatrio (cfr. sentenza d’appello, pag. 6).

15. Il terzo motivo, il cui esame è logicamente e giuridicamente preliminare, del pari è privo di fondamento e va respinto.

16. La valutazione in ordine alla credibilità del racconto del cittadino straniero costituisce un apprezzamento “di fatto” rimesso al giudice del merito, il quale deve valutare se le dichiarazioni del ricorrente siano coerenti e plausibili, del D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, lett. c); tale apprezzamento “di fatto” è censurabile in cassazione solo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, come mancanza assoluta della motivazione, come motivazione apparente, come motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile, dovendosi escludere la rilevanza della mera insufficienza di motivazione e l’ammissibilità della prospettazione di una diversa lettura ed interpretazione delle dichiarazioni rilasciate dal richiedente, trattandosi di censura attinente al merito (cfr. Cass. (ord.) 5.2.2019, n. 3340).

17. In questi termini, nel solco dunque della previsione di cui dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, ed alla luce dell’insegnamento n. 8053 del 7.4.2014 delle sezioni unite di questa Corte, si rappresenta quanto segue.

Da un canto, la corte di merito ha dato compiutamente ragione della inverosimiglianza delle dichiarazioni rese dal ricorrente.

In particolare ha precisato che le dichiarazioni dell’appellante non risultavano puntuali in relazione “ai luoghi, alle persone, ai tempi ed alle dinamiche degli eventi narrati” (così sentenza d’appello, pag. 7); che il percorso narrativo era scarsamente logico; che non era chiaro il nesso tra la situazione personale dell’appellante e quella del presidente dell'”(OMISSIS)” (cfr. sentenza d’appello, pag. 7).

D’altro canto, il ricorrente senza dubbio sollecita – con il motivo in disamina – questa Corte a far luogo ad una “diversa lettura” delle sue dichiarazioni.

18. Si tenga conto che nel giudizio relativo alla protezione internazionale del cittadino straniero, la valutazione di attendibilità, di coerenza intrinseca e di credibilità della versione dei fatti resa dal richiedente, non può che riguardare – ben vero, al di là dell’ipotesi di cui del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c) – tutte le ipotesi di protezione prospettate nella domanda, qualunque ne sia il fondamento; cosicché, ritenuti non credibili i fatti allegati a sostegno della domanda, non è necessario far luogo a un approfondimento istruttorio ulteriore, attivando il dovere di cooperazione istruttoria officiosa incombente sul giudice, dal momento che tale dovere non scatta laddove sia stato proprio il richiedente a declinare, con una versione dei fatti inaffidabile o inattendibile, la volontà di cooperare, quantomeno in relazione all’allegazione affidabile degli stessi (cfr. Cass. (ord.) 20.12.2018, n. 33096; Cass. 12.6.2019, n. 15794).

Su tale scorta in toto ingiustificata è la doglianza circa il travisato utilizzo dei poteri officiosi di cui la corte distrettuale dispone (cfr. ricorso, pag. 13).

Su tale scorta in toto legittimo è il disconoscimento dello status di rifugiato.

19. Il quarto motivo e’, nei limiti che seguono, fondato e meritevole di accoglimento.

20. E’ senza dubbio incongrua l’affermazione della corte territoriale, secondo cui l’appellante non aveva evidenziato “le ragioni per cui non ha ritenuto di potersi difendere nel suo Paese, ricorrendo alle locali autorità di polizia” (così sentenza d’appello, pag. 7).

Invero il ricorrente ha dichiarato di aver denunciato gli assassini del padre nonostante le minacce ricevute (cfr. ricorso, pag. 2).

Ciò nondimeno la corte calabrese ha, nel complesso, in modo inappuntabile ed ineccepibile – lo si è anticipato – reputato inattendibili le dichiarazioni del richiedente asilo.

Cosicché neppure rileva l’insegnamento di questa Corte secondo cui anche i c.d. soggetti non statuali possono considerarsi responsabili della persecuzione o del danno grave, ove lo Stato, i partiti o le organizzazioni che controllano lo Stato o una parte consistente del suo territorio, comprese le organizzazioni internazionali, non possano o non vogliano fornire protezione contro persecuzioni o danni gravi (cfr. Cass. (ord.) 1.4.2019, n. 9043).

Cosicché parimenti legittimo è il disconoscimento della protezione sussidiaria del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, ex lett. a) e b).

21. Innegabilmente con l’appello M.S. aveva sollecitato il riconoscimento della protezione sussidiaria del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, ex lett. c).

In particolare aveva addotto a sostegno delle sue prospettazioni, seppur attraverso il riferimento a “precedenti” di merito, le risultanze di accreditate fonti di informazione (cfr. atto d’appello, pagg. 14 – 15, ove è menzionato un “precedente” del Tribunale di Venezia, che riporta quanto riferito da “Freedom in the World 2017 – Bangladesh”).

22. Ebbene, in tema di sussidiaria ex lett. c) cit. la Corte d’Appello di Catanzaro si è limitata ad affermare tout court l’insussistenza di “una situazione di violenza indiscriminata nella regione di residenza del richiedente” e dunque l’insussistenza di un “concreto pericolo di danno grave per lo stesso” (così sentenza d’appello, pag. 7).

Il che, innegabilmente, contrasta con l’insegnamento di questa Corte e dà corpo all’error in iudicando denunciato, concretizzando in pari tempo il vizio di motivazione “apparente”.

Difatti questa Corte spiega che, nei giudizi di protezione internazionale, a fronte del dovere del richiedente di allegare, produrre o dedurre tutti gli elementi e la documentazione necessari a motivare la domanda, la valutazione delle condizioni sociopolitiche del paese d’origine del richiedente deve avvenire, mediante integrazione istruttoria officiosa, tramite l’apprezzamento di tutte le informazioni, generali e specifiche, di cui si dispone pertinenti al caso, aggiornate al momento dell’adozione della decisione; ed, al contempo, che il giudice del merito non può limitarsi a valutazioni solo generiche ovvero omettere di individuare le specifiche fonti informative da cui vengono tratte le conclusioni assunte, potendo in tale ipotesi la pronuncia, ove impugnata, incorrere nel vizio di motivazione apparente (cfr. Cass. (ord.) 20.5.2020, n. 9230; Cass. (ord.) 22.5.2019, n. 13897; Cass. sez. lav. (ord.) 11.12.2020, n. 28349).

23. Il buon esito del quarto motivo, limitatamente alla denegata protezione sussidiaria del D.Lgs. n. 251 del 2007, ex lett. c), assorbe e rende vana la disamina del quinto motivo, in tema di protezione umanitaria, e del secondo motivo, parimenti afferente ed incidente sulla “umanitaria”.

Tanto, ben vero, in dipendenza del carattere residuale della “umanitaria”.

24. In accoglimento, nei limiti suindicati, del quarto motivo di ricorso la sentenza n. 706/2019 della Corte d’Appello di Catanzaro va – nei limiti dell’accolto motivo – cassata con rinvio alla stessa corte d’appello in diversa composizione anche ai fini della regolamentazione delle spese del presente giudizio di legittimità.

25. All’enunciazione, in ossequio alla previsione dell’art. 384 c.p.c., comma 1, del principio di diritto – al quale ci si dovrà uniformare in sede di rinvio – può farsi luogo per relationem, nei medesimi termini espressi dalle massime desunte dagli insegnamenti di questa Corte n. 9230/2020, n. 13897/2019 e n. 28349/2020 dapprima citati.

26. In dipendenza del (parziale) buon esito del ricorso non sussistono i presupposti processuali perché, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, il ricorrente sia tenuto a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione a norma dell’art. 13, comma 1 bis, D.P.R. cit..

PQM

La Corte così provvede:

accoglie, nei limiti di cui in motivazione, il quarto motivo di ricorso;

cassa, in relazione e nei limiti in cui il quarto motivo è stato accolto, la sentenza n. 706/2019 della Corte d’Appello di Catanzaro e rinvia alla stessa corte d’appello in diversa composizione anche ai fini della regolamentazione delle spese del presente giudizio di legittimità;

dichiara assorbiti il secondo motivo ed il quinto motivo di ricorso nell’accoglimento – nei limiti suddetti – del quarto motivo di ricorso;

rigetta il primo motivo ed il terzo motivo di ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 7 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 10 settembre 2021

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