Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24489 del 04/11/2020

Cassazione civile sez. VI, 04/11/2020, (ud. 24/09/2020, dep. 04/11/2020), n.24489

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MOCCI Mauro – Presidente –

Dott. CONTI Roberto Giovanni – Consigliere –

Dott. CAPRIOLI Maura – Consigliere –

Dott. LA TORRE Maria Enza – Consigliere –

Dott. CAPOZZI Raffaele – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 7245-2019 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, (C.F. (OMISSIS)), in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e

difende ope legis;

– ricorrente –

contro

G.S.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 7220/6/2018 della COMMISSIONI”, TRIBUTARIA

REGIONALE della CAMPANIA, depositata il 01/08/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 24/09/2020 dal Consigliere Relatore Dott. RAFFAELE

CAPOZZI.

 

Fatto

RILEVATO

che l’Agenzia delle entrate propone ricorso per cassazione nei confronti di una sentenza della CTR della Campania, di accoglimento dell’appello proposto dalla contribuente G.S. avverso una sentenza della CTP di Napoli, che aveva dichiarato inammissibile il ricorso da lei proposto avverso un preavviso di fermo amministrativo su autoveicolo di sua proprietà, per omessa allegazione del preavviso di fermo amministrativo opposto.

Diritto

CONSIDERATO

che il ricorso è affidato a quattro motivi;

che, con il primo motivo di ricorso, l’Agenzia delle entrate lamenta violazione e falsa applicazione D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 36, art. 132 c.p.c., art. 118 disp. att. c.p.c. e art. 111 Cost., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, in quanto la sentenza impugnata era solo apparentemente motivata, avendo ritenuto che l’importo del tributo e dei relativi interessi iscritti a ruolo avessero formato oggetto di rateizzazione, con integrale pagamento di tutte le 72 rate del debito, indicato nella cartella di pagamento, sulla cui base era stato emesso l’impugnato preavviso di fermo amministrativo; ma l’affermazione, peraltro riferita non all’atto impugnato, che era solo il fermo amministrativo, non era veritiera, in quanto la sottostante cartella di pagamento non era stata interamente pagata, come dedotto dall’ufficio in sede di controdeduzioni depositate in primo e secondo grado di giudizio, con le quali l’assunto della contribuente era stato ampiamente contestato; pertanto la motivazione della sentenza impugnata era da ritenere apparente, perplessa ed obiettivamente incomprensibile;

che, con il secondo motivo di ricorso, l’Agenzia delle entrate lamenta omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che aveva formato oggetto di discussione fra le parti, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in quanto la CTR aveva omesso di pronunciarsi sulla circostanza dedotta dall’Agenzia delle entrate, di mancata estinzione del debito del contribuente; che, con il terzo motivo di ricorso, l’Agenzia delle entrate lamenta violazione art. 112 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per violazione del principio di corrispondenza fra chiesto e pronunciato, in quanto il contribuente aveva chiesto che la CTR si pronunciasse su di un’asserita violazione della L. n. 228 del 2012, art. 1, commi 537-544 (legge di stabilità per l’anno 2013), per non essere stato dichiarato inesigibile il credito sotteso al preavviso di fermo amministrativo impugnato, per essere inutilmente decorso il termine di 220 giorni dalla data di presentazione e sgravio delle relative iscrizioni a ruolo da parte dell’ufficio; su detta richiesta la CTR non si era pronunciata, ma era entrata nel merito, illegittimamente pronunciandosi sul quantum della pretesa, pur trattandosi di materia già giudicata con precedente sentenza divenuta definitiva (sentenza della CTP di Napoli n. 329/23/13, depositata il 14 aprile 2010 e non impugnata); al contrario la CTR avrebbe dovuto limitarsi a verificare la sussistenza di vizi dell’impugnato preavviso di fermo amministrativo e non fondare la propria decisione su ragioni o questioni non eccepite nel processo;

che, con il quarto motivo di ricorso, l’Agenzia delle entrate lamenta violazione e falsa applicazione D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 19 comma 3, art. 324 c.p.c. e art. 2909 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4, in quanto ogni atto autonomamente impugnabile poteva essere impugnato solo per vizi propri; nella specie l’atto impugnato era un preavviso di fermo amministrativo, che era stato regolarmente notificato, come pure era stato regolarmente notificato l’atto prodromico, costituito da una cartella di pagamento, divenuta definitiva per mancata impugnazione nei termini, pur non interamente pagata;

che la contribuente non si è costituita;

che il primo motivo di ricorso è infondato;

che, invero, secondo la giurisprudenza di legittimità (cfr. Cass. n. 16599 del 2016; Cass. n. 33487 del 2018)), una motivazione può qualificarsi apparente, perplessa e contraddittoria se essa, pur graficamente e materialmente esistente, come parte del provvedimento giudiziale, non rende tuttavia percepibili le ragioni della decisione, in quanto si esplica in argomentazioni obiettivamente inidonee a far intendere l’iter logico seguito dal giudice per la formazione del suo convincimento, si da non consentire alcun effettivo controllo sull’esattezza e logicità del ragionamento seguito; inoltre la motivazione, per potersi qualificare perplessa ed incomprensibile, deve situarsi al di sotto del c.d. “minimo costituzionale”, inteso quale contenuto minimo che deve avere la motivazione, quale componente essenziale ed indefettibile di ogni provvedimento giurisdizionale;

che, nella specie, nella sentenza impugnata non sono ravvisabili le gravi carenze motivazionali segnalate, in quanto la CTR ha accolto l’appello proposto dalla contribuente avverso la sentenza di primo grado, che aveva dichiarato inammissibile il ricorso da lei proposto avverso un preavviso di fermo amministrativo, indicando con chiarezza i motivi sui quali ha fondato il suo convincimento (l’avere la contribuente integralmente pagato sia l’importo delle sanzioni dovute, sia le 72 rate, nelle quali era stato rateizzato l’importo del tributo dovuto e dei relativi interessi iscritti a ruolo); che è altresì infondato il secondo motivo di ricorso, con il quale l’Agenzia delle entrate lamenta l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, che aveva formato oggetto di discussione fra le parti; invero, secondo la giurisprudenza di legittimità (cfr. Cass. SS.UU. n. 8053 del 2014), il nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come riformulato dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, convertito con modificazioni nella L. n. 134 del 2012, ha introdotto nell’ordinamento un vizio specifico (omesso esame di un fatto storico), che, per la sua esistenza, richiede la presenza dei seguenti presupposti:

– che esso risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali;

– che esso abbia formato oggetto di discussione fra le parti;

– che esso abbia carattere decisivo, nel senso che, se esaminato, possa determinare un esito diverso della controversia;

che, nella specie, il fatto storico, al quale ha fatto riferimento l’Agenzia delle entrate (l’avvenuta estinzione del debito della contribuente) risulta dal testo della sentenza, ha formato oggetto di discussione fra le parti e, su di esso, la CTR si è chiaramente pronunciata, ritenendo integralmente estinto il debito della contribuente;

che è infondato anche il terzo motivo di ricorso, con il quale l’Agenzia delle entrate lamenta il mancato esame, da parte della sentenza impugnata, di un’eccezione formulata dalla contribuente e concernente un’asserita violazione L. n. 228 del 2012, art. 1, commi 537-544 (legge di stabilità per l’anno 2013), per non essere stato dichiarato inesigibile il credito sotteso al preavviso di fermo amministrativo impugnato, per essere inutilmente decorso il termine di 220 giorni dalla data di presentazione e sgravio delle relative iscrizioni a ruolo da parte dell’ufficio; si osserva invero che solo la contribuente era legittimata a proporre l’eccezione anzidetta e che, comunque, ben può ritenersi che la CTR, nell’accogliere l’appello della contribuente, abbia ritenuto assorbita detta eccezione;

che è infine infondato il quarto motivo di ricorso, in quanto legittimamente la CTR ha ritenuto nullo il preavviso di fermo amministrativo impugnato, avendolo ritenuto fondato su di una cartella di pagamento, recante crediti tributari interamente pagati dalla contribuente, a nulla rilevando, pertanto, la circostanza, segnalata dall’Agenzia delle entrate, che i crediti tributari portati da detta cartella fossero ormai definitivi;

che, conclusivamente, il presente ricorso va respinto, con condanna dell’Agenzia delle entrate al pagamento delle spese processuali, quantificate come in dispositivo;

che, risultando soccombente una parte ammessa alla prenotazione a debito del contributo unificato, trattandosi di amministrazione pubblica difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, non è applicabile il D.P.R. 30 maggio 2012, n. 115, art. 13, comma 1-quater.

PQM

La Corte respinge il ricorso e condanna l’Agenzia delle entrate al pagamento delle spese processuali, che liquida in Euro 5.500,00, oltre al rimborso forfettario nella misura del 15% ed agli accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 24 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 4 novembre 2020

 

 

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