Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2447 del 03/02/2021

Cassazione civile sez. I, 03/02/2021, (ud. 11/12/2020, dep. 03/02/2021), n.2447

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCOTTI Umberto Luigi Cesare – Presidente –

Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –

Dott. ARIOLLI Giovanni – rel. Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso n. 32392/2018 proposto da:

A.C., ((OMISSIS)), elettivamente domiciliato presso lo

studio dell’avvocato Spighetti Edoardo, e dell’avv. Silvana

Guglielmo, del foro di Cosenza che lo rappresenta e difende (pec:

(avv.silvanaguglielmo.pec.giuffre.it);

– ricorrente –

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore;

– intimato –

avverso il decreto n. 2986/2018 del Tribunale di Catanzaro;

udita la relazione della causa svolta all’udienza pubblica

dell’11/12/2020 dal Consigliere relatore Dott. Giovanni Ariolli;

udito il P.M., nella persona del Sostituto Procuratore Generale

Dott.ssa SANLORENZO Rita, che ha chiesto il rigetto del ricorso;

udito il Difensore del ricorrente nella persona dell’avv. Rosario

Maletta, in sostituzione dell’avv. Silvana Guglielmo, che ha chiesto

l’accoglimento del ricorso.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. A.C., cittadino del (OMISSIS), ricorre per cassazione avverso il Decreto n. 2986 del 2018, del Tribunale di Catanzaro con cui è stato respinto il ricorso avverso il provvedimento con cui la commissione territoriale di Crotone aveva rigettato la sua domanda di protezione internazionale ed umanitaria.

2. Svolgendo quattro motivi chiede l’annullamento del decreto impugnato.

2.1. Con il primo motivo il ricorrente lamenta la mancata attivazione da parte del Tribunale di poteri istruttori officiosi in considerazione della sua provenienza dal Ghana. Espone che aveva ucciso un suo ex collega di lavoro per difendersi nell’ambito di una lite anche con altri ex colleghi dovuta a motivi economici, che il fratello gli aveva consigliato di scappare per sottrarsi alla giustizia e che la madre e la moglie erano state costrette ad abbandonare la città d’origine perchè perseguitate dagli ex colleghi.

2.2. Con il secondo motivo eccepisce la mancata audizione, nonostante l’assenza della videoregistrazione del colloquio presso la Commissione territoriale.

2.3. Con il terzo motivo deduce la violazione della L. n. 46 del 2017, art. 6, comma 9, per non aver citato le informazioni della Commissione asilo sul Ghana.

2.4. Con il quarto motivo allega la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a), b) e c) e ricostruisce la situazione geopolitica del Ghana.

2.5. Con il quinto motivo denuncia la violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, art. 2 Cost., artt. 3 e 8 CEDU. Insiste sulla vulnerabilità e ricorda che il riferimento alla dignità personale ed alle esigenze di vita privata era importante perchè sanciva l’indipendenza dell’istituto della protezione umanitaria rispetto ad un’indagine collegata alla violazione di diritti alla vita ed all’incolumità personale, rilevanti ai fini del riconoscimento dell’asilo o della protezione sussidiaria.

3. Non si è costituito il Ministero dell’Interno.

4. Con ordinanza interlocutoria n. 4113 adottata da questa Sezione all’udienza camerale del 4/10/2019, il ricorso veniva rimesso all’odierna pubblica udienza per la decisione della questione di diritto circa la necessità o meno che il giudice disponga l’audizione del richiedente che ne faccia espressa richiesta (e non solo che provveda a fissare l’udienza di comparizione), in caso di assenza di videoregistrazione del colloquio davanti la Commissione territoriale.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Prima di esaminare i motivi di ricorso, vanno affrontate preliminarmente due questioni: a) la prima, di carattere pregiudiziale, riguarda la validità dell’attestazione di conformità apposta dal legale del merito sulla copia digitale del provvedimento impugnato dopo che il ricorrente aveva rilasciato mandato e procura speciale per il giudizio di cassazione ad altro difensore. Si tratta, infatti, di una questione che assume particolare rilievo in quanto attiene ad uno dei requisiti di procedibilità dell’impugnazione – il cui vizio è rilevabile ex officio – e che ha formato oggetto delle ordinanze interlocutorie n. 7680/2020 e n. 8809/2020 rese nell’ambito di differenti procedimenti (rispettivamente Rg. n. 35920/2018 e Rg. n. 2885/2019) che sono stati rimessi per la decisione all’odierna udienza pubblica; b) la seconda, invece, oggetto di ordinanza interlocutoria emessa nel presente giudizio, attiene alla necessità per il tribunale di provvedere alla rinnovazione dell’audizione dello straniero laddove manchi o non sia disponibile la videoregistrazione svoltasi nella fase amministrativa.

1.1. Quanto alla prima questione, ritiene il Collegio che, ai fini della presentazione del ricorso per cassazione, sia validamente attestata – peraltro in assenza di contestazione alcuna – anche dal difensore del ricorrente nella fase di merito la conformità della copia analogica del decreto impugnato redatto in forma digitale, nonostante sia stato già nominato altro legale per il procedimento davanti la Corte di Cassazione. Invero, il conferimento della successiva nomina non determina una consequenziale perdita del potere certificativo in capo al precedente difensore, trattandosi “dell’autentica” di un provvedimento emesso all’esito della fase del giudizio di merito nel corso del quale il legale ha esercitato il munus difensivo e in forza del quale ha ricevuto – quale destinatario – formale comunicazione dell’atto da parte della cancelleria. Sarebbe, infatti, irragionevole che tale soggetto sia, per un verso, abilitato a ricevere la comunicazione telematica della copia digitale del provvedimento conclusivo di tale fase processuale, restandone “depositarlo” in quanto pertinente al fascicolo informatico del giudizio di merito e, per altro, privarlo del potere di attestarne la conformità rispetto ad un atto “originale” che è entrato in suo legittimo possesso, al quale ha potuto accedere in forza della persistenza di valide credenziali e destinato ad essere prodotto nell’ambito di una fase che ne costituisce un fisiologico epilogo. Ciò non toglie, però, che tale potere di autentica possa essere alternativamente esercitato anche dal difensore nominato per il giudizio di cassazione laddove, successivamente al deposito in cancelleria della procura, abbia avanzato un’istanza di visibilità del fascicolo di merito al quale sia stato autorizzato ad accedere. Una soluzione volta a riconoscere la coesistenza del potere in capo ai difensori rispettivamente nominati per il giudizio di merito e per quello di cassazione, assicura maggiore celerità negli adempimenti difensivi volti all’iscrizione del ricorso in cassazione, nell’ambito di un procedimento, quale quello in materia di immigrazione, caratterizzato da evidenti peculiarità.

Va, pertanto, affermato sul punto il seguente principio di diritto: in tema di ricorso per cassazione, ai fini dell’osservanza di quanto imposto, a pena di improcedibilità, dall’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 2, nel caso in cui la sentenza impugnata sia stata redatta in formato digitale e notificata tramite PEC, l’attestazione di conformità della copia analogica predisposta per la Corte di cassazione può essere effettuata, ai sensi della L. n. 53 del 1994, art. 9, commi 1 bis e 1 ter, anche dal difensore che ha assistito la parte nel precedente grado di giudizio, i cui poteri processuali e di rappresentanza permangono anche quando il cliente ha conferito il mandato alle liti per il giudizio di legittimità ad un altro difensore.

1.2. Con riguardo, invece, alla seconda questione, il motivo presenta profili di inammissibilità e profili di infondatezza.

Partendo da quest’ultimi per voler seguire l’ordine espositivo delle doglianze prospettate dal ricorrente, giova in primo luogo ricordare che è stato recentemente affermato dalla giurisprudenza di questa Corte il principio, al quale il Collegio intende aderire, secondo cui “Nei giudizi in materia di protezione internazionale il giudice, in assenza della videoregistrazione del colloquio svoltosi dinanzi alla Commissione territoriale, ha l’obbligo di fissare l’udienza di comparizione, ma non anche quello di disporre l’audizione del richiedente, a meno che: a) nel ricorso non vengano dedotti fatti nuovi a sostegno della domanda (sufficientemente distinti da quelli allegati nella fase amministrativa, circostanziati e rilevanti); b) il giudice ritenga necessaria l’acquisizione di chiarimenti in ordine alle incongruenze o alle contraddizioni rilevate nelle dichiarazioni del richiedente; c) il richiedente faccia istanza di audizione nel ricorso, precisando gli aspetti in ordine ai quali intende fornire chiarimenti e sempre che la domanda non venga ritenuta manifestamente infondata o inammissibile” (cfr. Sez. 1, Sentenza n. 21584 del 07/10/2020, Rv. 658982; in termini Sez. 1, sentenze n. 27274 e n. 27275 del 13/10/2020; n. 25312 del 14/10/2020; conforme Sez. 1, n. 22049 del 13/10/2020, Rv. 659115).

Ne consegue, pertanto, che nessun automatismo è dunque predicabile tra la mancanza di videoregistrazione e la necessaria audizione del richiedente.

A ciò va aggiunto che il ricorrente formula una censura che difetta della necessaria precisione, in quanto dapprima evidenzia come all’indisponibilità della videoregistrazione debba seguire per dettato normativo la fissazione da parte del giudice dell’udienza di comparizione e, poi, invece, senza specificare se l’udienza sia stata o meno fissata (che dalla lettura del provvedimento impugnato appare essersi tenuta), lamenta la mancata audizione del ricorrente.

Inoltre, non ha neppure indicato le specifiche circostanze fattuali su cui avrebbe dovuto essere sentito e rendere eventuali chiarimenti, limitandosi a dedurre che il Tribunale “avrebbe dovuto” procedere ad ascoltarlo nuovamente in quanto il verbale della CT era scarno e poco esaustivo, di talchè la censura si appalesa del tutto generica e come tale inammissibile (vedi sul punto anche Cass. n. 8931/2020). Al riguardo, questa Corte ha affermato che “nel solco di quanto affermato dalla recente sentenza n. 21584-20 il corredo esplicativo dell’istanza di audizione deve risultare anche dal ricorso per cassazione, in prospettiva di autosufficienza; in particolare il ricorso, col quale si assuma violata l’istanza di audizione, implica che sia soddisfatto da parte del ricorrente l’onere di specificità della censura, con indicazione puntuale dei fatti a suo tempo dedotti a fondamento di quell’istanza” (Sez. 1, n. 25312 dell’11/11/2020).

2. Venendo agli altri motivi di ricorso, il primo risulta inammissibile. In punto di valutazione della credibilità del ricorrente questa Corte ha chiarito come: “In tema di protezione internazionale, l’attenuazione dell’onere probatorio a carico del richiedente non esclude l’onere di compiere ogni ragionevole sforzo per circostanziare la domanda D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, lett. a), essendo possibile solo in tal caso considerare “veritieri” i fatti narrati; la valutazione di non credibilità del racconto, costituisce un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito il quale deve valutare se le dichiarazioni del richiedente siano coerenti e plausibili, D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, lett. c), ma pur sempre a fronte di dichiarazioni sufficientemente specifiche e circostanziate” (Cass. 30 ottobre 2018, n. 27503) e “In materia di protezione internazionale, l’accertamento del giudice di merito deve innanzi tutto avere ad oggetto la credibilità soggettiva della versione del richiedente circa l’esposizione a rischio grave alla vita o alla persona; qualora le dichiarazioni siano giudicate inattendibili alla stregua degli indicatori di genuinità soggettiva di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, non occorre procedere ad un approfondimento istruttorio officioso circa la prospettata situazione persecutoria nel Paese di origine, salvo che la mancanza di veridicità derivi esclusivamente dall’impossibilità di fornire riscontri probatori” (Cass., n. 16925/2018; e v. Cass., n. 3340/2019, Cass. n. 24506/2020 fra le molte).

Nel caso in esame, la sentenza impugnata, mediante una valutazione unitaria delle dichiarazioni rese, ha rilevato come le lacune o le discrasie del racconto del richiedente attenessero ad aspetti non affatto secondari della vicenda, involgendo, al contrario, elementi fattuali di pregnante significato, con particolare riguardo ad aspetti significativi del ricordo (si citano le lacune in ordine alle circostanze relative alla malattia della moglie, alle spese necessarie per curarla, al tipo di patologia dalla quale sarebbe stata affetta); inoltre, si sottolineano profili di evidente illogicità del narrato con riferimento all’impossibilità di far fronte al pagamento di un prestito pari ad una giornata di lavoro con il ricavato di una settimana. Infine, si evidenziano criticità che attengono alla stessa plausibilità della successione degli eventi laddove ad una lite banale con propri lavoratori se ne fa discendere un intento ritorsivo nei suoi confronti da cui sarebbe scaturita addirittura una vicenda omicidiaria. A fronte di tali specifiche argomentazioni le censure del ricorrente, sotto il profilo espresso della violazione di legge, risultano del tutto generiche, essendosi questi limitato a “contestarne” il contenuto, senza al contempo indicare su quali parti del racconto l’interessato avrebbe fornito indicazioni specifiche e di carattere decisivo, che il giudice di merito avrebbe omesso doverosamente di apprezzare. Parimenti è a dirsi con riguardo al dovere di cooperazione istruttoria che il giudice avrebbe dovuto ex officio attivare, ove il ricorrente manca di indicare quali siano gli accertamenti e le informazioni che in concreto avrebbero potuto avvalorare il proprio racconto, soprattutto se si considera che tale integrazione dovrebbe conseguire ad un’ipotetica sottoposizione del richiedente ad un procedimento penale per omicidio al quale potrebbe essere sottoposto dalle competenti autorità giudiziarie del suo Paese e in relazione al quale nulla è stato precisato. Peraltro, proprio con riferimento a tale ipotesi, non può non sottolinearsi che si tratta di reato comune (una rissa in cui sarebbe rimasto ucciso uno dei corrissanti per colpa dello stesso ricorrente), con la conseguenza che l’invocata protezione sarebbe strumentale a sottrarsi all’accertamento di eventuali responsabilità penali dinanzi all’autorità giudiziaria competente.

3. Il terzo motivo è manifestamente infondato e generico. Il giudice del merito risulta avere citato fonti di particolare attendibilità sulla situazione esistente in Ghana, facendone espressa menzione (vengono citate fonti tra cui Amnesty International, HRW, Treccani e MAE). A fronte di tali report, il ricorrente si è limitato a lamentare la mancata indicazione delle informazioni sul Paese di origine della Commissione nazionale per il diritto di asilo, senza specificare la decisività di tale report ai fini dell’accoglimento della domanda ed omettendo di confrontarsi con la rilevanza delle altre fonti informative puntualmente evocate nel provvedimento impugnato.

4. Il quarto motivo è inammissibile. A fronte, infatti, di una motivazione che ha escluso, in ragione dell’inattendibilità del narrato, che il ricorrente si trovi in una delle condizioni contemplate dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), il ricorrente si è limitato a ribadire le doglianze prospettate con il ricorso proposto dinanzi al tribunale, passando in rassegna la situazione geo-politica del Ghana, in una prospettazione alternativa a quella accolta, con motivazione congrua e scevra da vizi logici, dalla decisione impugnata. Il ricorrente, pertanto, pur deducendo una violazione di legge, in realtà finisce per manifestare un mero e generico dissenso nel merito dalla valutazione espressa dal tribunale tanto con riguardo all’inattendibilità del narrato posto a fondamento della domanda di protezione quanto della situazione socio-politica e la stabilità dell’area territoriale di provenienza del ricorrente. E’ principio acquisito in sede di legittimità che con i motivi di ricorso per cassazione la parte non può limitarsi a riproporre le tesi difensive svolte nelle fasi di merito e motivatamente disattese dal giudice dell’impugnazione, senza considerare le ragioni offerte da quest’ultimo, poichè in tal modo si determina una mera contrapposizione della propria valutazione al giudizio espresso dalla sentenza impugnata che si risolve, in sostanza, nella proposizione di un “non motivo”, come tale inammissibile ex art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4 (ex multis Sez. 1, Ordinanza n. 22478 del 24/9/2018, Rv. 650919).

5. Il quinto motivo di ricorso è inammissibile poichè manifestamente infondato. Il giudice del merito ha, infatti, correttamente escluso l’esistenza di una situazione di vulnerabilità soggettiva ed oggettiva del ricorrente con riferimento al Paese di origine tanto in ragione del contesto di generale e non specifica compromissione dei diritti umani accertato (in termini, Sez. 1, Ordinanza n. 17072 del 28/6/2018, Rv. 649648), quanto della presenza stabile di tutta la sua famiglia. Inoltre, e trattasi di profilo che rileva anche ai fini della genericità della censura, il ricorrente ha omesso qualunque allegazione rispetto allo stato di integrazione raggiunto in Italia. Ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria occorre è necessario, infatti, operare la valutazione comparativa della situazione soggettiva e oggettiva del richiedente con riferimento al Paese di origine, in raffronto alla situazione d’integrazione raggiunta nel paese di accoglienza, senza che abbia rilievo l’esame del livello di integrazione raggiunto in Italia, isolatamente ed astrattamente considerato (S.U., n. 29459 del 13/11/2019, Rv. 656062).

6. In conclusione, va rigettato il ricorso.

7. Nulla per le spese non avendo l’Amministrazione intimata svolto attività difensiva.

8. Per quanto dovuto a titolo di doppio contributo, si ritiene di aderire all’orientamento espresso da questa Corte con la sentenza n. 9660/2019.

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Nulla per le spese. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 11 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 3 febbraio 2021

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