Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2442 del 27/01/2022

Cassazione civile sez. III, 27/01/2022, (ud. 09/12/2021, dep. 27/01/2022), n.2442

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE STEFANO Franco – Presidente –

Dott. VALLE Cristiano – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – rel. Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere –

Dott. SAIJA Salvatore – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 14897/19 proposto da:

L.P.C., elettivamente domiciliato a Roma, v. Vincenzo

Bellini n. 10, (c/o avv. Capasso), difeso dall’avvocato Laura

Cappellari, in virtù di procura speciale apposta in calce al

ricorso;

– ricorrente –

contro

L.G., elettivamente domiciliato a Roma, v. Umberto Saba

n. 84, difeso dall’avvocato Franco Campione, in virtù di procura

speciale apposta in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Milano 30.1.2019 n. 432;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del 9

dicembre 2021 dal Consigliere relatore Dott. Marco Rossetti.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. L.G. e L.P.C. ereditarono dalla madre, tra gli altri beni, un immobile.

Sorta controversia tra i due germani per la divisione del suddetto immobile, venne introdotto (il ricorso non riferisce da chi) dinanzi al Tribunale di Monza un giudizio di scioglimento della comunione ereditaria.

2. Secondo quanto riferisce il ricorso, nel corso del giudizio di divisione i due coeredi raggiunsero un accordo che venne “ratificato” dal Tribunale con la sentenza 24 gennaio 2013.n. 336.

Con tale sentenza il Tribunale assegnò l’immobile a L.P.C. “subordinatamente al pagamento di Euro 266.500 in favore di L.G.” (così si espresse il dispositivo della sentenza di primo, grado, secondo quanto riferito dal ricorso).

3. Con tre diversi atti di precetto, notificati tra il marzo del 2014 e il gennaio del 2015, L.G. intimò al fratello il pagamento della suddetta somma, nonché gli interessi moratori su essa maturati.

L.P.C. propose opposizione avverso ciascuno dei suddetti precetti.

A fondamento di ciascuna opposizione dedusse:

a) quanto al capitale, di avere versato la somma stabilita dal Tribunale a titolo di conguaglio in data 30 giugno 2014;

b) quanto agli interessi, di non poter essere considerato in mora, perché aveva più volte, ma invano, invitato il fratello a comparire dinanzi ad un notaio per ricevere il pagamento del conguaglio e rilasciare quietanza.

4. Con sentenza 2475/16 il Tribunale di Monza dichiarò inefficace “il precetto per la parte afferente agli interessi moratori, pari ad Euro 7.492,95”.

Il Tribunale ritenne che L.P.C., avendo vanamente e più volte invitato il fratello a ricevere il pagamento del conguaglio al cospetto d’un notaio, avesse con tale condotta evitato gli effetti della mora, ai sensi dell’art. 1220 c.c..

La sentenza venne appellata da L.G..

5. La Corte d’appello di Milano, con sentenza 30 gennaio 2019 n. 432, accolse il gravame e rigettò l’opposizione proposta da L.P.C. con riferimento a tutti e tre i precetti a lui notificati.

A fondamento della propria decisione la Corte d’appello osservò che:

-) il pagamento dell’importo di Euro 266.500, stabilito dal Tribunale all’esito del giudizio di divisione, non era subordinato a termini o condizioni;

-) la relativa obbligazione pertanto produceva interessi senza bisogno di costituzione in mora, e andava adempiuta al domicilio del creditore;

-) la mora del debitore non poteva ritenersi nella specie incolpevole, perché L.P.C., “come risulta dalle missive prodotte in prime cure”, aveva preteso di subordinare il pagamento sia al contestuale rilascio di una quietanza, sia alla divisione fra i coeredi delle somme giacenti sui conti correnti intestati alla defunta madre.

6. La sentenza d’appello è stata impugnata per cassazione da L.P.C. con ricorso fondato su un motivo, articolato in più censure.

L.G. ha resistito con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Preliminarmente va rilevato come, sebbene la sentenza impugnata abbia statuito di “rigettare le opposizioni (…) oggetto delle cause riunite nn. 6187/14, 9002/14 e 1987/15”, non sia più in contestazione tra le parti il pagamento del capitale, ma solo quello degli interessi.

2. Con l’unico motivo il ricorrente lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione degli artt. 1182,1199 e 1220 c.c., nonché la “nullità della sentenza per illogica motivazione”.

2.1. Nella parte in cui dichiara di voler impugnare la sentenza “per illogica motivazione” il motivo è inammissibile ex art. 366 c.p.c., n. 4, in quanto tale vizio è annunciato nell’intestazione del motivo (p. 5 del ricorso), ma non è illustrato e nemmeno corrisponde più ad alcuna delle ipotesi di ricorso previste dall’art. 360 c.p.c..

2.2. Nella parte restante il motivo, come accennato, se pur formalmente unitario si articola in più censure.

Con una prima censura il ricorrente sostiene che il titolo esecutivo posto a fondamento della esecuzione minacciata dal proprio fratello non era una sentenza di condanna.

Il Tribunale di Monza, infatti, non lo aveva affatto condannato a pagare la somma di Euro 266.500, ma lo aveva soltanto “dichiarato tenuto al relativo versamento quale condicio sine qua non per l’assegnazione dell’immobile (…) all’esito del giudizio divisorio radicato dalle parti”.

Parrebbe di comprendere, dalla scarna illustrazione del motivo, che ad avviso del ricorrente la sentenza di scioglimento della divisione ereditaria avrebbe avuto l’effetto di facoltizzarlo, se e quando avesse voluto, al pagamento del conguaglio per divenire unico proprietario del bene caduto in successione.

2.3. La censura appena riassunta è inammissibile; e, se fosse stata ammissibile, non avrebbe evitato un giudizio di infondatezza.

Il ricorrente, infatti, in buona sostanza ha inteso sostenere che la sentenza di divisione sarebbe una sentenza condizionale: una sentenza, cioè, che gli attribuiva la facoltà (ma non gli addossava l’obbligo) di pagare il conguaglio per divenire proprietario esclusivo dell’immobile. Sicché – questo è il corollario implicito ma inequivoco – non essendovi un obbligo di pagamento, non potevano neanche decorrere gli effetti della mora.

2.4. Deve tuttavia in contrario osservarsi che il pagamento di un conguaglio in denaro, ordinato dal giudice all’esito del giudizio di divisione della comunione ereditaria, non è un “corrispettivo” dell’assegnazione dell’intera proprietà ad uno solo dei condividenti.

Il conguaglio, come ripetutamente affermato da questa Corte, non è un prezzo al cui pagamento è subordinato l’effetto traslativo della (quota di) proprietà, ma soltanto una perequazione del valore delle quote da assegnare ai condividenti (ex multis, Sez. 2, Sentenza n. 22833 del 24/10/2006, Rv. 592949 – 01).

Il comunista cui la sentenza di divisione abbia assegnato la proprietà di un bene indiviso, a fronte del pagamento di un conguaglio in denaro, diventa proprietario dell’intero bene al momento del passaggio in giudicato della sentenza, a prescindere dall’avvenuto pagamento del conguaglio, perché da quel momento la comunione è definitivamente sciolta.

Allo stesso modo, e converso, il pagamento del conguaglio è dovuto immediatamente, ma mancanza di esso la sentenza di divisione non perde efficacia: semplicemente, il creditore del conguaglio dovrà ricorrere ai normali mezzi di soddisfazione del credito, restando comunque ferma la statuizione di divisione dei beni (così, ancora, Cass. 22833/06, cit.).

2.5. Può accadere – ed il ricorrente a pagina 7 del proprio ricorso sembra adombrare tale eventualità – che il giudice chiamato a sciogliere la comunione ereditaria “subordini” l’efficacia della divisione al pagamento del conguaglio. Una sentenza di questo tipo sarebbe viziata da un error in iudicando per le ragioni già esposte (Sez. 2, Sentenza n. 22833 del 24/10/2006, Rv. 592949 – 01); e se non fosse impugnata sorgerebbe effettivamente il problema di stabilire, in sede esecutiva, se al condividente tenuto al pagamento del conguaglio sia stato addossato un obbligo o concessa una facoltà, con quanto ne segue in punto di effetti della mora e decorso degli interessi moratori.

Nel caso di specie, tuttavia, il ricorso non consente nessuna valutazione al riguardo.

Il ricorrente, infatti, non riassume né trascrive in modo esaustivo il contenuto della sentenza di divisione pronunciata dal Tribunale di Monza, limitandosi a riferire che nel dispositivo quel Tribunale statuì di trasferire la proprietà intera dell’immobile “subordinatamente” al pagamento del conguaglio.

Ma poiché è sin troppo noto che gli atti giudiziari vanno interpretati nel loro complesso, senza limitarsi al solo dispositivo, il contenuto del ricorso non mette questa Corte in condizione di valutare se davvero la sentenza di scioglimento della divisione contenesse o non contenesse una statuizione di “corrispettività” o “sinallagmaticità” tra pagamento del prezzo e trasferimento dell’intera proprietà.

Ora, denunciare l’erronea interpretazione del titolo esecutivo da parte del giudice dell’opposizione è un motivo di ricorso che, per usare le parole della legge, “si fonda” sugli atti del cui erroneo esame il ricorrente si duole.

Quando il ricorso si fonda su atti processuali, il ricorrente ha l’onere di “indicarli in modo specifico” nel ricorso, a pena di inammissibilità (art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6).

“Indicarli in modo specifico” vuol dire, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte:

(a) trascriverne il contenuto, oppure riassumerlo in modo esaustivo;

(b) indicare in quale fase processuale siano stati prodotti;

(c) indicare a quale fascicolo siano allegati, e con quale indicizzazione (in tal senso, ex multis, Sez. 6 – 3, Sentenza n. 19048 del 28/09/2016; Sez. 5, Sentenza n. 14784 del 15/07/2015; Sez. U., Sentenza n. 16887 del 05/07/2013; Sez. L, Sentenza n. 2966 del 07/02/2011).

Di questi tre oneri, il ricorrente ha assolto solo il secondo. Il ricorso, infatti, come detto non riassume né trascrive il contenuto della sentenza di divisione, né indica a quale fascicolo sia allegata.

2.6. In conclusione, la prima censura del ricorso non esce dalla seguente alternativa:

-) se il titolo esecutivo era costituito da una “normale” sentenza di divisione, il credito avente ad oggetto il pagamento del conguaglio poteva legittimamente essere messo in esecuzione, ed allora la censura è infondata;

-) se il titolo esecutivo era costituito da una “anomala” sentenza di divisione, contenente statuizioni ulteriori o diverse rispetto alla mera pronuncia di scioglimento della comunione e perequazione delle quote in denaro, era onere del ricorrente chiarire quali fossero tali statuizioni; e non essendo stato assolto tale onere, la censura è inammissibile.

2.7. Con una seconda censura il ricorrente sostiene che erroneamente la Corte d’appello ha ritenuto sussistente nel caso di specie un’ipotesi di mora colpevole.

Deduce, da un lato, che il creditore non gli aveva mai notificato alcun atto di costituzione in mora (ritenuto nel caso di specie indispensabile, dal momento che l’adempimento dell’obbligazione non era soggetto a termine); dall’altro lato osserva che il ritardo nel pagamento dipese unicamente dalla renitenza del creditore a comparire dinanzi al notaio per ricevere il pagamento.

2.8. Questa seconda censura è inammissibile nella parte in cui ascrive alla Corte d’appello la falsa applicazione dell’art. 1220 c.c.: e ciò per due indipendenti ragioni.

2.8.1. In primo luogo, è inammissibile perché lo stabilire se una offerta di pagamento sia o non sia “seria”, per i fini di cui all’art. 1220 c.c., è un apprezzamento di fatto riservato al giudice di merito: e come tale insindacabile in sede di legittimità.

2.8.2. In secondo luogo, la censura è inammissibile per difetto di decisività. La Corte d’appello, infatti, ha ritenuto l’offerta non formale di pagamento compiuto da L.P.C. inidonea ad escludere gli effetti della mora, sul presupposto che questi pretese di subordinare il pagamento alla previa divisione fra i ricorrenti delle somme di denaro cadute in successione, aggiungendo che tale pretesa risultava “dalle missive prodotte in prime cure”. Tale ratio decidendi, che di per sé sarebbe stata sufficiente a sorreggere la motivazione di accoglimento del gravame, non viene censurata dal ricorso per cassazione: con la conseguenza che, anche se si ammettesse una eventuale fondatezza delle restanti doglianze, queste sarebbero comunque prive di decisività e non potrebbero condurre alla cassazione della sentenza impugnata.

2.9. In ogni caso la seconda delle censure formulate dal ricorrente avverso la sentenza impugnata sarebbe stata infondata nel merito, in quanto:

-) il pagamento del conguaglio stabilito da una sentenza di divisione non è soggetto a termini né condizioni, e l’obbligo di pagare una somma di denaro senza fissazione di termini non richiede alcuna costituzione in mora, in virtù del principio quod sine die debetur, statim debetur (art. 1183 c.c., comma 1);

-) l’obbligazione di pagare una somma di denaro liquida ed esigibile produce interessi ope legis senza bisogno di costituzione in mora (art. 1282 c.c.).

Pertanto, la sentenza divisionale che stabilisca l’obbligo di pagamento d’un conguaglio, avendo ad oggetto un’obbligazione pecuniaria liquida ed immediatamente esigibile, produceva di per sé il decorso degli interessi corrispettivi di cui all’art. 1282 c.c., i quali sono dovuti a prescindere dalla mora del debitore, come ripetutamente affermato da questa Corte (cfr. per tutti Sez. 2, Sentenza n. 12702 del 30/05/2007, Rv. 597616 – 01, secondo cui gli interessi legali sul conguaglio sono dovuti dal momento in cui l’assegnatario è tenuto al versamento: e cioè, per quanto detto, dal passaggio in giudicato dellà sentenza di divisione; così pure Sez. 2, Sentenza n. 11519 del 25/05/2011, Rv. 618098 – 01; Sez. 2, Sentenza n. 2483 del 10/02/2004, Rv. 570018 – 01).

2.10. Con una terza censura il ricorrente sostiene che erroneamente la Corte d’appello ha ritenuto “ingiustificata” la sua pretesa di subordinare il pagamento al contestuale rilascio della quietanza da parte del creditore. Osserva al riguardo il ricorrente che egli si era limitato a chiedere che il rilascio della quietanza avvenisse contestualmente al pagamento, pretesa certamente non impedita dall’art. 1199 c.c..

2.11. Anche la suesposta censura è inammissibile per difetto di decisività, per le medesime ragioni esposte al p. 2.8.2 della presente motivazione: e cioè che il Tribunale ha affermato la mora debendi sul presupposto che l’odierno ricorrente avesse preteso di subordinare il pagamento del conguaglio non solo al rilascio d’una quietanza (il che, si osserva incidentalmente, di per sé sarebbe stato sufficiente ad affermare la sussistenza d’una mora culpata), ma anche ad ulteriori adempimenti, statuizione quest’ultima non censurata dal ricorso.

3. Non è luogo a provvedere sulle spese, in quanto il controricorso notificato da L.G. va dichiarato inesistente.

Il suddetto controricorso, infatti, è stato depositato in Corte per mezzo del servizio postale. Il plico inviato dal difensore del controricorrente, tuttavia, non conteneva alcun originale del controricorso, ma solo una fotocopia, priva della firma autografa del difensore (come da attestazione della Cancelleria).

PQM

(-) dichiara inammissibile il ricorso;

(-) dichiara non luogo a provvedere sulle spese del giudizio di legittimità;

(-) ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 9 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 27 gennaio 2022

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