Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24419 del 30/09/2019

Cassazione civile sez. I, 30/09/2019, (ud. 09/09/2019, dep. 30/09/2019), n.24419

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GENOVESE Francesco Antonio – Presidente –

Dott. TRIA Lucia – Consigliere –

Dott. VALITUTTI Antonio – Consigliere –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 18434-2018 r.g. proposto da:

K.Y., rappresentato e difeso, giusta procura speciale

apposta in calce al ricorso, dall’Avvocato Manuela Agnitelli, presso

il cui studio è elettivamente domiciliato in Roma, Viale Giuseppe

Mazzini.

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro legale rappresentante

pro tempore, rappresentato e difeso, ex lege, dall’Avvocatura

Generale dello Stato, presso i cui Uffici in Roma, Via dei

Portoghesi n. 12, è domiciliato.

– controricorrente –

avverso il decreto del Tribunale di Roma, depositato in data

9/9/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

9/9/2019 dal Consigliere Dott. Roberto Amatore.

Fatto

RILEVATO

che:

1. Con il provvedimento impugnato il Tribunale di Roma – decidendo sulle domande di protezione internazionale ed umanitaria avanzate da K.Y., dopo il diniego della commissione territoriale di Roma – ha rigettato tutte le domande così proposte dal richiedente.

Il tribunale ha ritenuto non credibile il racconto del richiedente: quest’ultimo ha infatti narrato di provenire dalla regione dell'(OMISSIS), nello stato del Gambia e di essere mussulmano di etnia mandinga e di essere stato costretto a fuggire dal Gambia in seguito ad una persecuzione familiare insorta per motivi religiosi. Il tribunale ha, dunque, ritenuto la vicenda non credibile in relazione alla domanda volta al riconoscimento dello status di rifugiato e comunque neanche sussumibile nel paradigma applicativo della reclamata protezione internazionale e peraltro neanche seguita da una concreta richiesta di intervento da parte delle autorità statuali. Il tribunale ha inoltre fondato il diniego della protezione sussidiaria, declinata dal richiedente, ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a e b, sulle medesime ragioni già sopra esaminate per il rigetto della domanda volta allo status di rifugiato e – quanto alla domanda di protezione sussidiaria sub art. 14, lett. c, medesima fonte normativa da ultimo citata – ha evidenziato che il Gambia è ormai avviato su un percorso di normalizzazione democratica dopo le elezioni di B. come presidente nel 2016 e che il paese non è comunque interessato da fenomeni di violenza indiscriminata. I giudici del merito hanno infine escluso il riconoscimento della richiesta protezione umanitaria, in quanto il ricorrente non aveva allegato particolari condizioni di vulnerabilità.

2. Il decreto, pubblicato il 10.5.2018, è stato impugnato da K.Y. con ricorso per cassazione, affidato a due motivi, cui il Ministero dell’Interno ha resistito con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il primo motivo la parte ricorrente – lamentando, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma, 3 lett. a), art. 4 e dell’art. 14, comma 1, lett. c, medesimo Decreto – si duole della circostanza che il rigetto del riconoscimento della protezione sussidiaria era stato fondato sulla base di una valutazione meramente prognostica. Osserva la parte ricorrente che il tribunale sarebbe venuto meno al suo obbligo di cooperazione istruttoria per approfondire la tematica delle condizioni generali del paese di origine, traendo informazioni solo da un sito internet non accessibile e con valutazioni proiettate solo sul futuro e senza invece consultare canali informativi internazionali più attendibili ed aggiornati, come il rapporto annuale 2017-2018 pubblicato da Amnesty International.

2. Con il secondo motivo si denuncia, sempre ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, vizio di violazione di legge in relazione al combinato disposto di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, art. 19 comma 1 e violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 3, lett. c e comma 4, in relazione al diniego di protezione umanitaria e alla mancata considerazione del pericolo concreto di subire ulteriori danni rispetto ai maltrattamenti già subiti in patria.

3. Il ricorso è inammissibile.

3.1 Già il primo motivo è inammissibile per come formulato.

La parte ricorrente pretende, con le censure così proposte, una rivalutazione del merito della decisione già adottata nella precedente fase di giudizio, tramite la rilettura degli atti istruttori e delle fonti informative ritenute più favorevoli alle sue tesi difensive, così proponendo doglianze che si pongono – all’evidenza – ben al di là del perimetro delimitante il giudizio rimesso alla cognizione di questa Corte di legittimità. E, peraltro, non può neanche essere sottaciuto come il richiedente non abbia neanche allegato, per una più favorevole valutazione dei presupposti applicativi di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c, una situazione di conflitto armato generalizzato in Gambia, ma solo una situazione di lenta normalizzazione del regime democratico instaurato dopo le elezioni del 2016.

3.2 Il secondo motivo è anch’esso inammissibile, sia perchè genericamente organizzato attraverso la formulazione di copiosi riferimenti giurisprudenziali (già noti) e senza la precisa indicazione di rilevanti profili di vulnerabilità idonei a legittimare la richiesta protezione umanitaria sia perchè non aggredisce la ratio decidendi principalepposta a sostegno del diniego anche della reclamata protezione D.Lgs. n. 286 del 1998, ex art. 5, comma 6, e cioè la non credibilità del racconto del ricorrente.

Ne discende la declaratoria di inammissibilità del ricorso.

Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza.

Non è dovuto il pagamento del doppio contributo, stante l’ammissione del ricorrente al patrocinio a spese dello Stato.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la parte ricorrente al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 2.100 per compensi, oltre alle spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, il 9 settembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 30 settembre 2019

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