Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2441 del 27/01/2022

Cassazione civile sez. III, 27/01/2022, (ud. 07/12/2021, dep. 27/01/2022), n.2441

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

Dott. GORGONI Marilena – rel. Consigliere –

Dott. AMBROSI Irene – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 35689/2019 proposto da:

TECNO IMAC SRL, già TENCO IMAC SPA, in persona del Consigliere

delegato, M.A.M., elettivamente domiciliata in ROMA,

presso lo Studio dell’avvocato GIANFRANCO GARONE, CORSO TRIESTE, 95,

rappresentata e difesa dall’avvocato GIANFRANCO GARONE e

dall’avvocato RICCARDO TUCCINI;

– ricorrente –

contro

EDILVASERIANA SAS DI V. GEOM. G. & C., in persona del

rappresentante legale, V.G., elettivamente domiciliata

in ROMA, VIA ALESSANDRIA, 208, presso lo studio dell’avvocato

MASSIMO CARDARELLI, che la rappresenta e difende congiuntamente e

disgiuntamente con l’avvocato SERGIO STRINGHINI;

– controricorrente –

e nei confronti di:

G.A., e N.S.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 1433/2019 della CORTE D’APPELLO di BRESCIA,

depositata in data 03/10/2019, notificata in data 8 ottobre 2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

7/11/2021 dal Consigliere Dott. MARILENA GORGONI.

 

Fatto

RILEVATO

che:

Tecno Imac veniva chiamata in causa, dinanzi al Tribunale di Bergamo, dalla società Edilvaseriana, a sua volta convenuta in giudizio da G.A. e N.S., nella causa avente ad oggetto il risarcimento dei danni riportati dal tetto della loro abitazione, costruito dalla società Edilvalseriana e ricoperto da lastre di materiale plastico di cui la terza chiamata era produttrice.

I proprietari dell’abitazione che, a seguito di una grandinata verificatasi il (OMISSIS), avevano provveduto a sostituire integralmente la copertura del tetto che, sottoposta su richiesta della società Edilvalseriana, ad accertamento tecnico preventivo, ai sensi dell’art. 696 bis c.p.c., era risultata non in grado di sopportare eventi normali di grandine, chiedevano di essere tenuti indenni dei costi sopportati per il rifacimento dell’intera copertura della villetta o dei costi necessari per sistemare le travi e i mobili danneggiati dalle infiltrazioni, oltre al risarcimento dei danni per la limitazione al godimento della propria abitazione, compreso il vialetto ove erano state depositate le lastre rimosse.

La società Edilvalseriana, costituitasi in giudizio, evidenziava di essersi rivolta nel 2003 alla Rovedil 2002 SRL per acquistare delle lastre (OMISSIS), al fine di provvedere alla copertura di alcune villette in costruzione, compresa quella cui si riferiscono i fatti di causa, di aver posato le lastre, prodotte dalla Tecno Imac, nel (OMISSIS), di averle dovute sostituire nell'(OMISSIS) – quando il tetto dell’abitazione degli attori aveva subito grossi danni a seguito di una grandinata – con altre lastre fornite dalla Tecno Imac che aveva riconosciuto che quelle già posate a copertura erano state prodotte con una errata amalgama, di aver chiesto inutilmente, a seguito dei danni riportati dal tetto della villetta nel (OMISSIS), di essere tenuta indenne dalle richieste risarcitorie dei proprietari della villetta danneggiata alla Rovedil 2002 SRL che, a sua volta, aveva trasmesso la contestazione alla Tecno Imac, la quale aveva, però, comunicato l’inapplicabilità della garanzia quindicinale del prodotto ai danni derivanti da eventi meteorologici eccezionali come quello verificatosi il (OMISSIS).

Costituitasi in giudizio, la Tecno Imac eccepiva preliminarmente l’incompetenza territoriale in riferimento alla domanda di garanzia e attribuiva i danni al tetto dell’abitazione degli attori esclusivamente all’eccezionale grandinata, configurando la ricorrenza dell’esimente del caso fortuito e/o della forza maggiore; negava, poi, la sussistenza di una sua responsabilità sia in base ai principi codicistici sia in base alla garanzia convenzionale, subordinata quest’ultima alla corretta posa in opera delle lastre, nel caso di specie, a suo avviso, non ricorrente, ed in ogni caso non più invocabile essendo decorsi sei anni dalla posa in opera; contestava anche la CTU, perché il perito aveva esaminato le lastre dopo la loro rimozione, e quindi non aveva avuto la possibilità di verificarne la corretta posa in opera, non aveva eseguito alcuna prova di laboratorio e non aveva verificato la loro rispondenza alla normativa UNI EN 1013-01 del 1999. Per finire, riteneva inconferente l’invocazione della disciplina della responsabilità del produttore, attesane l’assenza dei presupposti, siccome quella di cui all’art. 2043 c.c., quest’ultima anche per prescrizione del credito risarcitorio.

Il Tribunale di Bergamo, con la sentenza n. 3451/2016, accoglieva la domanda degli attori nei confronti della società Edilvalseriana, condannandola al pagamento di Euro 22.320,00, accoglieva la domanda di quest’ultima nei confronti della Tecno Imac SPA, condannata a tener indenne la Edilvaseriana.

La Tecno Imac proponeva appello, dinanzi alla Corte d’Appello di Brescia, deducendo l’erronea affermazione della difettosità delle lastre di copertura, perché basata su un accertamento peritale inadeguato che non si era potuto ripetere stante la irreperibilità della lastre che la società Edilvalseriana aveva in custodia, e lamentando l’erronea esclusione del caso fortuito e/o della forza maggiore, sebbene ampiamente documentati. Censurava l’accoglimento della domanda di manleva formulata dalla società Edilvaseriana, deducendo l’insussistenza del titolo invocato in via principale, (la responsabilità del produttore,) e di quello invocato in via subordinata (l’illecito aquiliano).

La Società Edilvalseriana SPA, in via incidentale, chiedeva la liquidazione delle spese tecniche e legali sostenute in sede di accertamento tecnico preventivo.

La Corte d’Appello di Brescia, con la sentenza n. 1433/2019 respingeva l’appello principale e, in accoglimento di quello incidentale, condannava la società Tecno Imac a rifondere alla società Edilvaseriana le spese di ATP ante causam, oltre alle spese del grado.

Affidandosi a 5 motivi, illustrati con memoria, la società Tecno Imac ricorre per la cassazione della sentenza n. 1433/1979.

Resiste con controricorso la società Edilvaseriana.

Nessuna attività difensiva è svolta in questa sede da G.A. e da N.S..

La causa è stata trattata in Camera di consiglio ai sensi dell’art. 380 bis 1 c.p.c..

Il Pubblico Ministero non ha depositato conclusioni scritte. La ricorrente ha depositato memoria.

Diritto

CONSIDERATO CHE:

1. Con il primo motivo la ricorrente deduce la nullità della sentenza in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 2, per motivazione inesistente e/o solo apparente in sede di rigetto del primo motivo di appello in punto di errata affermazione della difettosità delle lastre (OMISSIS).

La tesi sostenuta è che, a fronte delle puntuali censure all’accertamento tecnico eseguito sulle lastre, la Corte d’Appello, limitandosi a riferire che il CTU non aveva avuto difficoltà a riscontrare sul posto la correttezza della posa in opera delle lastre ed a verificarne, proprio in considerazione dei fori provocati dalla grandine collocati sulle canaline di scolo, la scarsa attitudine a resistere agli urti – sicché ulteriori indagini tecniche non avrebbero smentito l’esistenza dei difetti riscontrati – in aggiunta al fatto che almeno 18 delle lastre utilizzate per la copertura erano parte dell’originaria fornitura del (OMISSIS) che era stata sostituita, avrebbe reso una motivazione inadeguata: proprio per avere aderito acriticamente alla CTU, non si sarebbe avveduta che essa aveva clamorosamente confuso i vizi della lastra con i fori a vista evidenti sulla stessa e che il perito non poteva essere stato in grado di accertare la corretta posa in opera delle lastre, avendole esaminate quando erano state da tempo rimosse; né corrisponderebbe al vero che il CTP non aveva osservato nulla circa la errata posa in opera delle lastre e che parte delle lastre erano le stesse già rimosse a seguito dell’episodio meteorologico del (OMISSIS), stante che il CTU aveva rilevato solo che erano state prodotte nel medesimo periodo; in aggiunta, la Corte territoriale avrebbe erroneamente ritenuto che da parte sua vi fosse preoccupazione a fronte della paventata esecuzione di eventuali ulteriori indagini sulle lastre, avendo, al contrario, insistito per apposite indagini di laboratorio e per la sottoposizione delle lastre a prove secondo una normativa tecnica diversa.

La censura non può trovare accoglimento, perché la motivazione apparente è quella che non consente “di comprendere le ragioni e, quindi, le basi della sua genesi e l’iter logico seguito per pervenire da essi al risultato enunciato”, venendo quindi meno alla finalità sua propria, che è quella di esternare un “ragionamento che, partendo da determinate premesse pervenga con un certo procedimento enunciativo”, logico e consequenziale, “a spiegare il risultato cui si perviene sulla res decidendi”, non potendosi lasciare all’interprete il compito di integrare la motivazione con le più varie, ipotetiche congetture (Cass., Sez. Un., 03/11/2016, n. 22232). Tale ipotesi non ricorre affatto nel caso di specie, ove dietro la denuncia del suddetto vizio motivazionale si cela una censura quella di inesatta valutazione delle risultanze probatorie – che, per insegnamento pacifico di questa Corte, non trova accesso al sindacato di legittimità. Non solo: eventuali vizi della motivazione devono emergere dalla motivazione in sé e per sé considerata e non dal confronto tra le stessa ed altri atti processuali, in questo caso la CTU e, in parte, la CTP. La riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sé, purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione. Cass., Sez. Un., 7/04/2014, n. 8053 e 8054. Non può dunque ammettersi una censura che investa, come quella qui in esame, la motivazione della sentenza impugnata, traendo argomenti dal confronto tra la motivazione e le risultanze processuali.

2. Con il secondo motivo la società ricorrente denuncia la nullità della sentenza, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, per motivazione inesistente e/o solo apparente in sede di rigetto del primo motivo di appello, in punto di errata esclusione della esimente del caso fortuito e/o della forza maggiore, senza alcuna considerazione della documentazione prodotta da Tecno Imac su cd rom in allegato alla memoria ex art. 183 c.p.c., comma 6, n. 2, depositata il 10 maggio 2002, ivi sub doc. 1.

La censura investe la statuizione con cui la Corte territoriale ha escluso la ricorrenza della prova della eccezionalità della grandinata del (OMISSIS), deducendo di avere prodotto copiosa documentazione in merito già nel corso della procedura di consulenza tecnica e poi nel giudizio ordinario, in allegato alla memoria ex art. 183 c.p.c., comma 6, n. 2, comprensiva di un cd rom contenente il servizio di ben sei minuti mandato in onda da (OMISSIS), di cui la sentenza impugnata non avrebbe tenuto conto, limitandosi a rilevare che erano stati prodotti alcuni articoli di stampa inidonei, a differenza della documentazione fornita dall'(OMISSIS) che escludeva la natura eccezionale della grandinata, a provare l’entità dell’evento meteorologico in esame.

Il motivo è inammissibile.

Anche in questo caso la ricorrente pretende di far emergere il vizio motivazionale denunciato ponendo a confronto la motivazione della sentenza con gli atti processuali. Non solo: utilizza il difetto di motivazione per denunciare la pretermissione di mezzi istruttori.

A tale ultimo proposito va rammentato che l’esame dei documenti esibiti e delle deposizioni dei testimoni, nonché la valutazione dei documenti e delle risultanze della prova testimoniale, il giudizio sull’attendibilità dei testi e sulla credibilità di alcuni invece che di altri, come la scelta, tra le varie risultanze probatorie, di quelle ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, involgono apprezzamenti di fatto riservati al giudice del merito, il quale, nel porre a fondamento della propria decisione una fonte di prova con esclusione di altre, non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere tenuto a discutere ogni singolo elemento o a confutare tutte le deduzioni difensive, dovendo ritenersi implicitamente disattesi tutti i rilievi e circostanze che, sebbene non menzionati specificamente, sono logicamente incompatibili con la decisione adottata (fra le tante, da ultimo, cfr. Cass. 18/03/2021, n. 7598).

Va aggiunto, poi, che le contestazioni in ordine al contenuto del servizio meteorologico dell'(OMISSIS) si collocano al di fuori del perimetro entro cui è ammesso il sindacato di legittimità. E lo stesso deve affermarsi con riguardo alle censure mosse al giudizio di inidoneità degli articoli di stampa a dimostrare il caso fortuito formulato dalla Corte territoriale, perché l’ubi consistam della censura si concretizza in una inammissibile richiesta di diversa valutazione del materiale istruttorio che, ove accolta, altererebbe i caratteri morfologici e funzionali del giudizio di legittimità.

3. Con il terzo motivo la ricorrente lamenta la violazione e/o falsa applicazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, del D.Lgs. n. 206 del 2005, artt. 120,129 e 130.

La censura riguarda la statuizione con cui la Corte d’Appello ha ritenuto l’azione proposta dalla società Edilvaseriana corrispondente alla fattispecie di cui del D.Lgs. n. 206 del 2005, art. 131 e cioè all’azione di regresso del venditore nei confronti del produttore del bene che ha dato origine al danno risarcito dal venditore stesso. L’errore della sentenza impugnata consisterebbe nel non aver tenuto conto che la sentenza del Tribunale aveva riconosciuto agli attori il diritto di essere risarciti da Edilvalseriana ai sensi dell’art. 1669 c.c., per gravi vizi dell’immobile oggetto del contratto di appalto, pertanto, la possibilità per il costruttore-venditore di essere manlevato dal produttore per i danni risarciti a tale titolo agli attori avrebbe richiesto la prova delle condizioni di cui del D.Lgs. n. 206 del 2005, art. 120, cioè la prova da parte del danneggiato del difetto del bene, del danno e della connessione causale tra difetto e danno: condizioni asseritamente non ricorrenti, perché gli accertamenti peritali eseguiti sulle lastre non erano stati in grado di provare il difetto. Pertanto, la Corte d’Appello, fuorviata dalla confusione tra difetto e fori a vista, avrebbe ritenuto esistente il difetto del prodotto in re ipsa, configurando a suo carico una responsabilità oggettiva.

Al netto della scarsa linearità del ragionamento della ricorrente, va rilevato che la statuizione con cui la sentenza impugnata ha giustificato l’applicazione del D.Lgs. n. 206 del 2005, art. 131, non è stata messa bene a fuoco dalla ricorrente oppure non è stata adeguatamente censurata; la Corte bresciana ha affermato: i) che la società Edilvaseriana era stata condannata a risarcire ai consumatori, i committenti, i danni derivanti dai prodotti di consumo, le lastre, e, quindi, aveva agito, nella veste di venditore professionista nei confronti del produttore professionista, in regresso per la somma che era stata condannata a corrispondere ai consumatori; ii) che l’azione era stata tempestiva e che tempestiva era stata l’azione proposta dai consumatori.

Si deve ricordare che il diritto di regresso può essere esercitato dal professionista che abbia concluso un contratto in esecuzione del quale sia stato consegnato al consumatore un bene di consumo che abbia dimostrato un difetto di conformità.

La finalità dell’art. 131 cod. cons., è quella di far ricadere sul responsabile del difetto di conformità del bene al contratto il costo che il venditore finale abbia sopportato per avere il consumatore azionato uno dei rimedi a sua disposizione, con la conseguenza che la richiesta del consumatore e l’eliminazione del difetto o la restituzione di parte del prezzo o la risoluzione del contratto fanno sorgere, in capo al venditore finale, il diritto di regresso. Ne viene che l’esperimento di uno dei rimedi suddetti si pone, quindi, quale presupposto immancabile affinché il venditore finale possa agire ex art. 131, nei confronti dei soggetti che stanno sopra di lui nella catena distributiva e che il difetto di conformià deve essere imputabile ad un’azione o ad un’omissione del produttore, di un precedente venditore della medesima catena produttiva o di qualsiasi altro intermediario.

Fatta questa premessa, l’ubi consistam della censura mossa alla decisione impugnata non è di immediata intellegibilità.

L’uso congiunzione avversativa “però”, con cui la ricorrente riferisce che là sentenza di primo grado aveva riconosciuto il diritto degli attori di essere risarciti da Edilvalseriana in virtù del contratto di appalto, sulle prime, sembrerebbe mettere in dubbio la ricorrenza dei presupposti per l’esercizio del regresso da parte della società Edilvalseriana, proprio in considerazione del fatto che i consumatori, committenti, avevano agito nei confronti dell’appaltatrice-venditrice ai sensi dell’art. 1669 c.c.. Un dubbio di tal contenuto sarebbe stato evidentemente infondato, perché l’art. 128 cod. consumo equipara alla vendita i contratti di permuta e di somministrazione nonché quelli di appalto, di opera e tutti gli altri contratti comunque finalizzati alla fornitura di beni di consumo da fabbricare o produrre. Perciò, non è affatto escluso che l’appaltatore che abbia utilizzato materiali acquistati e prodotti da terzi, chiamato a rispondere dei vizi dell’opera, agisca in regresso nei confronti di un precedente anello della catena contrattuale da cui gli è pervenuto il materiale. La conseguenza sarebbe che l’art. 131 codice del consumo troverebbe applicazione rispetto ad una catena contrattuale che ha come anello finale il contratto di appalto, per eseguire il quale il bene di consumo è pervenuto nella disponibilità del consumatore.

Il ragionamento della ricorrente si sposta, poi, a rimarcare che “la possibilità del costruttore-venditore di essere manlevato dal produttore per i danni risarciti a tale titolo era in ogni caso subordinata alla sussistenza delle condizioni di cui all’art. 120 Codice del consumo, secondo cui il danneggiato deve provare il difetto, il danno e la connessione causale tra difetto e danno”. Lungi, tuttavia, dal prospettare in quale error iuris sarebbe incorsa la Corte territoriale, in linea con la rubrica del motivo, la censura si sostanzia nella riproposizione della tesi, introdotta con il motivo precedente – come, del resto riconosce la stessa ricorrente – circa l’inidoneità degli accertamenti peritali a far emergere il vizio, per chiudere, poi, con un salto logico oltre che giuridico, con la doglianza circa la natura oggettiva della responsabilità attribuitale, per aver ritenuto esistente il difetto del prodotto in re ipsa.

Ora, al netto del fatto che è vero che, secondo la giurisprudenza di questa Corte, la responsabilità del produttore non è oggettiva, ma presunta, perché, pur non essendo la colpa il criterio di imputazione della responsabilità – tant’e’ vero che al danneggiato non si richiede di provarla – il soggetto asseritamente danneggiato è gravato dell’onere di dimostrare non il mero nesso di causa tra il prodotto di consumo ed il danno, ma tra il difetto del prodotto e il danno (Cass. 20/11/2018 n. 29828), vi è da considerare che non è chiaro cosa la ricorrente intenda affermare, quando lamenta che la Corte abbia ritenuto il prodotto in re ipsa difettoso – è verosimile che, oltre a negare la natura oggettiva della responsabilità del produttore, per le ragioni anzidette, la ricorrente voglia affermare che non sarebbe stato sufficiente dimostrare il nesso di derivazione causale del danno dal bene, occorrendo provarne anche la difettosità -; e comunque la censura non è adeguatamente svolta sotto tale profilo, perché riproduce, sotto una prospettiva diversa, ma egualmente inammissibile, le critiche rivolte alla sentenza impugnata per avere aderito alle valutazioni di una CTU – a giudizio della ricorrente erroneamente condotta – che – va ricordato aveva ritenuto sussistente il difetto di conformità del prodotto. A p. 23 del ricorso, infatti, la società ricorrente sostiene che non ricorrono le condizioni di cui all’art. 120 cod. cons., in ragione di quanto rimarcato con il primo motivo in punto di inidoneità degli accertamenti peritali.

Il motivo, dunque, si dimostra inammissibile, perché deduce, nella sostanza, non già un error iuris, come lascia intendere la rubrica e come alcune poco chiare argomentazioni difensive lascerebbero intravvedere, ma una critica all’esito degli accertamenti fattuali. La valutazione delle prove raccolte costituisce, però, un’attività riservata in via esclusiva all’apprezzamento discrezionale del giudice di merito, le cui conclusioni non sono sindacabili in cassazione (da ultimo, cfr. Cass. 01/12/2021, n. 37768).

4. Con il quarto motivo la ricorrente censura la nullità della sentenza, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per violazione dell’art. 112 c.p.c., in punto di omessa pronuncia sull’eccezione di tardività e conseguente inammissibilità dei documenti prodotti da Edilvaseriana solo in grado di appello in allegato alla comparsa di risposta del 7 aprile 2017.

Tale documentazione, allegata allo scopo di ottenere il rimborso delle spese sostenute nella fase di accertamento tecnico preventivo, sarebbe stata già denunciata come tardivamente depositata in appello, ma la Corte d’Appello, pur dando atto della eccezione, non si sarebbe pronunciata sulla stessa, limitandosi ad accogliere l’appello incidentale. Non solo: l’appello incidentale riguardava le spese sostenute da Edilvalseriana nella fase di ATP, non quelle rimborsate e/o da rimborsare agli attori in primo grado, anche perché ricorrente nella procedura ante causam ex art. 696 bis c.p.c., era proprio Edilvaseriana. Trattandosi di danno emergente, in quanto le spese per ATP non hanno natura giudiziale, in assenza della documentazione versata tardivamente in appello, nessuna censura avrebbe meritato la sentenza di primo grado per non averle liquidate.

4. Con il quinto ed ultimo motivo la ricorrente rileva la nullità della sentenza, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per violazione dell’art. 345 c.p.c., comma 3, in punto di erronea (eventuale) ritenuta implicita ammissibilità dei documenti sub nn. 8, 9, 10, 11 in allegato alla comparsa di risposta in appello in data 7 aprile 2017 della Edilvaseriana.

In subordine rispetto alla censura introdotta con il precedente motivo, la ricorrente ritiene violata la regola secondo cui non possono essere prodotti in appello nuovi documenti, salvo che la parte dimostri di non averli potuti proporre o produrre in primo grado per causa a sé non imputabile: ipotesi qui non ricorrente, trattandosi di documentazione formatasi ante causam e non prodotta entro il maturare delle preclusioni istruttorie di primo grado.

5. Gli ultimi due motivi di ricorso, i quali possono essere esaminati congiuntamente, sono inammissibili, per violazione delle prescrizioni di cui all’art. 366 c.p.c., n. 6. La società Tecno Imac non dichiara di produrre copia del verbale dell’udienza del 10 maggio 2017 e nemmeno dichiara, allo scopo di essere esonerata dalla relativa produzione, la presenza dello stesso del verbale nel fascicolo d’ufficio (di cui ha richiesto la trasmissione): così come ammette Cass. Sez. Un., n. 22726 del 3/11/2011, ferma, in ogni caso, l’esigenza di specifica indicazione, a pena di inammissibilità ex art. 366 c.p.c., n. 6, degli atti, dei documenti e dei dati necessari al reperimento degli stessi.

La violazione delle prescrizioni di cui all’art. 366 c.p.c., n. 6, risulta, peraltro, integrata dall’omessa specifica indicazione: i) dello svolgimento del processo di primo grado, necessaria per evidenziare che la produzione documentale censurata era stata fatta solo in appello; ii) della comparsa di costituzione in appello dell’appellante incidentale.

6. Il ricorso va, quindi, dichiarato inammissibile.

7. Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo.

8. Si dà atto della ricorrenza dei presupposti processuali per porre a carico della ricorrente l’obbligo del pagamento del doppio contributo unificato, se dovuto.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese in favore della parte controricorrente, liquidandole in Euro 3700,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 7 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 27 gennaio 2022

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