Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24409 del 30/09/2019

Cassazione civile sez. I, 30/09/2019, (ud. 09/07/2019, dep. 30/09/2019), n.24409

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VALITUTTI Antonio – Presidente –

Dott. FEDERICO Guido – Consigliere –

Dott. GHINOY Paola – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – rel. Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 29184/2018 proposto da:

S.S., elettivamente domiciliato presso la cancelleria della

Corte di Cassazione, rappres. e difeso dall’avv. Elisabetta Udassi,

con procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro p.t.;

– intimato –

avverso il decreto del TRIBUNALE di CAGLIARI, depositata il

05/09/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

09/07/2019 dal Consigliere CAIAZZO ROSARIO.

Fatto

RILEVATO

CHE:

S.S., cittadino del Mali, impugnò il provvedimento della Commissione territoriale di diniego del riconoscimento della protezione internazionale e di quella umanitaria, innanzi al Tribunale di Cagliari che, con decreto del 5.9.18, rigettò il ricorso, osservando che: il racconto reso dal ricorrente innanzi alla Commissione non era credibile, essendo emerse varie contraddizioni nella ricostruzione dei fatti narrati, anche in ordine alla regione di provenienza; di conseguenza non erano riconoscibili le protezioni sussidiaria ed umanitaria anche alla stregua dell’insussistenza di violenza indiscriminata nella regione di nascita del ricorrente.

Il S. propone ricorso per cassazione affidato a tre motivi.

Non si è costituito il Ministero.

Diritto

RITENUTO

CHE:

Con il primo motivo è denunziata violazione del D.Lgs. n. 251 del 2008, artt. 3, 7 e 8, del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, per aver il Tribunale ritenuto non credibile il racconto del ricorrente, avendo anche omesso la pronuncia sul riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria, ovvero la relativa motivazione.

Con il secondo motivo è dedotta la nullità della sentenza per difetto di motivazione, nonchè omesso esame dl fatto decisivo, avendo il Tribunale omesso di acquisire informazioni aggiornate sulla situazione socio-politica del Mali.

Con il terzo motivo è denunziata violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 14 e 16, del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8 nonchè omesso esame di un fatto decisivo oggetto di discussione tra le parti, per aver il Tribunale escluso i presupposti della protezione sussidiaria, pur a fronte dei rilievi espressi dal ricorrente nei vari gradi di giudizio.

I tre motivi sono fondati, limitatamente alla protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c). Al riguardo, va osservato che la valutazione in ordine alla credibilità del racconto del cittadino straniero costituisce, invero, un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito – e censurabile solo nei limiti di cui al novellato art. 360 c.p.c., n. 5 – il quale deve valutare se le dichiarazioni del ricorrente siano coerenti e plausibili, D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, lett. c) (Cass., n. 3340/2019), escludendosi, in mancanza, la necessità e la possibilità stessa per il giudice di merito laddove non vengano dedotti fatti attendibili e concreti, idonei a consentire un approfondimento ufficioso – di operare ulteriori accertamenti.

In materia di protezione internazionale, in conformità del consolidato orientamento di questa Corte – cui il collegio intende dare continuità – l’accertamento del giudice di merito deve, invero, innanzi tutto avere ad oggetto la credibilità soggettiva della versione del richiedente circa l’esposizione a rischio grave alla vita o alla persona. Qualora le dichiarazioni siano giudicate inattendibili alla stregua degli indicatori di genuinità soggettiva di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, non occorre procedere ad un approfondimento istruttorio officioso circa la prospettata situazione persecutoria nel Paese di origine (Cass., nn. 16925 e 28862/2018).

Nel caso concreto, la Corte d’appello ha diffusamente ed adeguatamente motivato in ordine alle ragioni per le quali la narrazione dell’istante non è credibile, in relazione alle minacce che avrebbe ricevuto dallo zio per indurlo a far parte del gruppo degli jiadisti operante nella regione, e la censura, oltre che generica, si traduce in una sostanziale, inammissibile, richiesta di riesame del merito della vicenda. La non credibilità del richiedente esclude in radice la riconoscibilità dello status di rifugiato e la protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. a) e b) mentre non svolge ruolo alcuno in relazione alla protezione sussidiaria di cui alla lett. c). In tema di protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2017, ex art. 14, lett. c), invero, il potere-dovere di indagine d’ufficio del giudice circa la situazione generale esistente nel paese d’origine del richiedente, che va esercitato dando conto, nel provvedimento emesso, delle fonti informative attinte, in modo da verificarne anche l’aggiornamento, non trova ostacolo nella non credibilità delle dichiarazioni rese dal richiedente stesso riguardo alla propria vicenda personale (Cass., n. 14283/2019).

Orbene, per quanto concerne la protezione di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c) è dovere del giudice verificare, avvalendosi dei poteri officiosi di indagine e di informazione di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, se la situazione di esposizione a pericolo per l’incolumità fisica indicata dal ricorrente, astrattamente riconducibile ad una situazione tipizzata di rischio, sia effettivamente sussistente nel Paese nel quale dovrebbe essere disposto il rimpatrio, sulla base di un accertamento che deve essere aggiornato al momento della decisione (Cass., n. 28/06/2018, n. 17075; Cass., n. 28990/18).

Al fine di ritenere adempiuto tale onere, inoltre, il giudice è tenuto ad indicare specificatamente le fonti in base alle quali abbia svolto l’accertamento richiesto (Cass., n. 11312/19).

Nel caso concreto, la Corte territoriale ha escluso il pericolo per la vita o la sicurezza delle persone, derivante da una situazione di conflitto generalizzato in Mali, senza fare alcun riferimento a fonti internazionali aggiornate dalle quali avrebbe tratto il proprio convincimento.

Per quanto esposto, la sentenza impugnata va cassata, con riferimento ai motivi accolti, con rinvio al Tribunale di Cagliari, anche per le spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie i tre motivi, nei limiti di cui in motivazione.

Cassa la sentenza impugnata e rinvia al Tribunale di Cagliari, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 9 luglio 2019.

Depositato in Cancelleria il 30 settembre 2019

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