Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24391 del 16/10/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 16/10/2017, (ud. 22/02/2017, dep.16/10/2017),  n. 24391

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Antonio – Presidente –

Dott. ORILIA Lorenzo – Consigliere –

Dott. CORRENTI Vincenzo – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – rel. Consigliere –

Dott. CRISCUOLO MAURO – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 7288-2015 proposto da:

P.A.C., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CELIMONTANA

38, presso lo studio dell’avvocato PAOLO PANARITI, che lo

rappresenta e difende unitamente a se stesso;

– ricorrente –

contro

COMUNE di PAVIA, in persona del Sindaco pro tempore, elettivamente

domiciliato in ROMA, VIA DEL VIMINALE 43, presso lo studio

dell’avvocato FABIO LORENZONI, rappresentato e difeso dall’avvocato

IRENE NADILE;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 873/2014 del TRIBUNALE di PAVIA, depositata il

27/08/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 22/ 02/ 2017 dal Consigliere Dott. MILENA FALASCHI.

Fatto

OSSERVA IN FATTO E IN DIRITTO

P.A.C. ricorre per la cassazione della sentenza del Tribunale di Pavia, con la quale è stato rigettato il gravame dallo stesso proposto avverso la dichiarazione di infondatezza del ricorso presentato relativamente a verbale di contestazione elevato dalla Polizia locale, per violazione dell’art. 7 C.d.S., comma 114, circolando il ricorrente all’interno di zona a traffico limitato senza autorizzazione, pronunciata dal Giudice di Pace di Pavia.

Il ricorrente ha articolato cinque motivi.

Con il primo motivo il ricorrente denuncia la nullità della sentenza o del procedimento, in relazione all’ art. 112 c.p.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4.

Con il secondo motivo lamenta omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Con il terzo motivo censura la violazione o falsa applicazione di norme di diritto in relazione dell’art. 2697 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Con il quarto motivo si duole della violazione o falsa applicazione di norme di diritto in relazione della L. n. 689 del 2011, art. 23 ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Con il quinto motivo adduce la nullità della sentenza o del procedimento, in relazione all’art. 113 c.p.c., comma 1, e art. 115 c.p.c., comma 1, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4.

Il Comune di Pavia ha resistito con controricorso.

La proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., nel senso della manifesta infondatezza del ricorso, è stata notificata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio.

Il ricorrente sviluppa con il primo motivo doglianza di nullità della sentenza o del procedimento, in relazione all’ art. 112 c.p.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per non avere il Giudice del gravame tenuto conto delle sue contestazioni sull’efficacia probatoria, del verbale redatto dalla Polizia locale di Pavia, in particolare la non identità tra l’agente accertatore e l’agente che aveva sottoscritto il verbale sanzionatorio, circostanza che comportava il venire meno della efficacia probatoria privilegiata dell’atto.

Tale motivo è infondato poichè il giudice di appello, nella sentenza impugnata (v. pag. 3), ha fatto espresso richiamo alla normativa in materia di elevazione delle contestazioni per violazione del codice della strada, verificando sia l’omologazione delle apparecchiature elettroniche, sia la correttezza del verbale in questione quanto all’indicazione della data e del luogo di commissione dell’illecito, per cui risulta correttamente garantito il diritto di difesa, come statuito da questa Corte. In tema di violazioni del codice della strada, la validità della contestazione, quale che sia la forma usata, dipende unicamente dalla sua idoneità a garantire l’esercizio del diritto di difesa al quale è preordinata, e solo tale accertata inidoneità può essere causa di nullità del verbale e della successiva ordinanza-ingiunzione (di recente, Cass. n. 462 del 2016).

Inoltre nel caso di infrazione stradale rilevata a distanza, il verbale d’accertamento redatto con sistemi meccanizzati per fini di notifica non richiede la sottoscrizione autografa dell’accertatore, che può essere sostituita dall’indicazione a stampa del nominativo del responsabile dell’atto, senza che occorra la formazione di un originale cartaceo firmato a mano e destinato a rimanere agli atti dell’ufficio (conforme, Cass. n. 9815 del 2015).

Con il secondo motivo lamenta omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5: in particolare, il ricorrente denuncia l’illegittimità del verbale a seguito della suddetta non identità tra organo accertatore ed organo esecutore del verbale lamentando una mancanza di prova in merito alla infrazione contestata.

Con il terzo motivo viene denunciata la violazione o la falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. sull’assunto che una volta accertata la mancanza di efficacia probatoria privilegiata del verbale de quo, manca ogni dimostrazione della esistenza della violazione contestata.

Con il quarto motivo il ricorrente lamenta la violazione e la falsa applicazione di norme di diritto per non considerato la valenza della L. n. 689 del 1981, art. 23,penultimo comma, che seppure avente portata residuale, impone al giudice di accogliere l’opposizione quando non vi sono prove sufficienti della responsabilità dell’opponente.

Infine con il quinto ed ultimo motivo il ricorrente conclude con la denuncia della violazione dell’art. 113 c.p.c., comma 1 e art. 115 c.p.c., comma 1 quanto alle regole di diritto imposte al giudice nel decidere.

I quattro motivi – che per evidente ragioni di connessione argomentativa vanno esaminati congiuntamente – non possono trovare seguito.

Il D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b), convertito con modificazioni dalla L. 7 agosto 2012, n. 134, ha riformato il testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, stabilendo che le sentenze pronunciate in grado d’appello o in unico grado possono essere oggetto di ricorso per cassazione solo “per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti” e non più, come previsto dal testo precedente, “per omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio”.

L’attuale versione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, che, ai sensi del D.L. n. 83 del 2012, art. 54, comma 3, trova applicazione nei confronti di ogni sentenza pubblicata dal trentesimo giorno successivo a quello di entrata in vigore della legge di conversione del decreto, ovvero dall’11 settembre 2012, è interpretata dalla giurisprudenza nel senso che il cattivo esercizio del potere di apprezzamento delle prove non legali da parte del giudice di merito non è denunciabile con il ricorso per cassazione, non essendo più inquadrabile nel paradigma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nè in quello del precedente n. 4 (Cass. 10 giugno 2016 n. 11892). In particolare, dopo la riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), il vizio motivazionale previsto da tale ultima disposizione sussiste qualora la corte di merito abbia esaminato la questione oggetto di doglianza, ma abbia totalmente pretermesso uno specifico fatto storico, oppure ricorrano una “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, una “motivazione apparente”, un “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e una “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, a nulla rilevando il semplice difetto di “sufficienza” della motivazione (Cass. 8 ottobre 2014 n. 21257).

Nella specie il ricorrente contesta, nella sostanza, da parte del Tribunale di Pavia la valutazione e rilevanza degli elementi di giudizio acquisiti attraverso il verbale di contestazione e la foto allo stesso allegata, con la conseguenza che non è possibile prospettare l’omesso esame di un fatto o l’esistenza di una motivazione mancante od apparente.

Alla stregua delle considerazioni sin qui svolte, il ricorso va pertanto rigettato. Le spese del giudizio di legittimità, liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo, a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

 

La Corte, rigetta il ricorso;

condanna parte ricorrente alla rifusione delle spese in favore dell’Amministrazione resistente che liquida in complessivi Euro 900,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre alle spese forfettarie e agli accessori come per legge. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo, a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Sesta Civile – 2, il 22 febbraio 2017.

Depositato in Cancelleria il 16 ottobre 2017

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