Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24373 del 09/09/2021

Cassazione civile sez. II, 09/09/2021, (ud. 02/03/2021, dep. 09/09/2021), n.24373

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. COSENTINO Antonello – rel. Consigliere –

Dott. CARRATO Aldo – Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 4976-2017 proposto da:

G.M., GA.MA., V.T., G.F., TUTTI

IN PROPRIO NONCHE’ IN QUALITA’ DI SOCI E LEGALI RAPPRESENBTANTI

PRO-TEMPORE DELLA G. SNC DI G.M. E C., elettivamente

domiciliati in ROMA, VIA TARO 35, presso lo studio dell’avvocato

CLAUDIO MAZZONI, che li rappresenta e difende;

– ricorrenti –

contro

CAMERA DI COMMERCIO DIPADOVA IN PERSONA DEL SEGRETARIO GENERALE

PRO-TEMPORE, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA F. CONFALONIERI

5, presso lo studio dell’avvocato ANDREA MANZI, che la rappresenta e

difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1593/2016 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 11/07/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

02/03/2021 dal Consigliere Dott. ANTONELLO COSENTINO.

 

Fatto

RAGIONI IN FATTO ED IN DIRITTO DELLA DECISIONE

I sigg. M., Ma. e G.F. e la sig. V.T., tutti in proprio e in qualità di soci e legali rappresentanti pro tempore della G. s.n.c. di G.M. e C., hanno presentato ricorso, sulla scorta di tre motivi, per la cassazione della sentenza della corte d’appello di Venezia che, riformando la sentenza del tribunale di Padova, ha rigettato l’opposizione da loro formulata avverso le ordinanze ingiunzioni emesse dalla Camera di Commercio Industria Artigianato e Agricoltura (CCIAA) di Padova nei confronti di ciascuno di loro (e della società quale coobbligato solidale) per la violazione del D.Lgs. n. 206 del 2005, art. 104, commi 3 e 4 (codice del consumo).

Con dette ordinanze tutti i soci della società in nome collettivo G. s.n.c. erano stati sanzionati per la omessa indicazione dell’identità e degli estremi del produttore su venti capi di maglia per donna (e sui relativi imballaggi) offerti in vendita nei locali dell’esercizio commerciale Effe GI.BI. di (OMISSIS), come accertato nel corso di un sopralluogo ivi effettuato da ispettori della CCIAA di Bologna.

La corte veneziana, nell’accogliere l’appello della CCIAA di Padova, ha affermato che la circostanza che essa avesse emesso non una ma quattro ordinanze-ingiunzioni – ognuna delle quali rispettivamente rivolta a ciascuno dei quattro soci della società, quali obbligati principali, nonché alla società, quale obbligata in solido – non implicava, contrariamente a quanto ritenuto dal primo giudice, alcuna moltiplicazione sanzionatoria. Nell’impugnata sentenza si argomenta, per un verso, che nelle società in nome collettivo i soci rispondono solidalmente ed illimitatamente delle obbligazioni sociali ex art. 2291 c.c. e, per altro verso, che nel sistema della L. n. 689 del 1981 il trasgressore non è la società ma la persona fisica, cosicché è quest’ ultima l’obbligato principale al pagamento della sanzione, mentre la società è coobbligata solidale con la stessa.

La CCIAA di Padova ha presentato controricorso.

La causa è stata chiamata all’adunanza di camera di consiglio del 2 marzo 2021, per la quale entrambe le parti hanno depositato una memoria.

Con il primo motivo di ricorso, riferito all’art. 360 c.p.c., n. 3 si deduce la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2291 c.c. in rapporto con la L. n. 689 del 1981.

Parte ricorrente ripropone anche in sede di legittimità la tesi, già sviluppata nel giudizio di merito, dell’unicità della violazione oggetto dell’accertamento, ossia la mancata indicazione nel prodotto o nel suo imballaggio dell’identità e degli estremi del produttore. Nel motivo si sostiene che l’unico trasgressore sarebbe la società, sottolineandosi come la società in nome collettivo, ancorché non munita di personalità giuridica, sia soggetto di diritto distinto dai singoli soci e costituisca un centro autonomo di situazioni giuridiche, dotato di capacità negoziale e processuale. Il richiamo della corte territoriale all’art. 2291 c.c. e, al contempo, alla L. n. 689 del 1981, al fine di configurare la responsabilità personale e illimitata dei soci della società in nome collettivo, sarebbe, secondo i ricorrenti, contraddittorio e non conferente, in quanto non chiarirebbe la ragione per cui, nella specie, il trasgressore andrebbe individuato non nella società ma nei singoli soci.

Con il secondo motivo di ricorso, riferito all’art. 360 c.p.c., n. 3 si deduce la violazione e/o falsa applicazione della L. n. 689 del 1981, art. 6. Parte ricorrente – premesso che solo in relazione ai comportamenti omissivi il dovere di provvedere incomberebbe personalmente su ciascuno dei soci muniti del potere di amministrare la società – assume che la corte d’appello avrebbe erroneamente qualificato l’illecito in questione come comportamento omissivo, trattandosi, invece, di violazione di legge; “con la diretta conseguenza che la violazione è unica e non plurima” (pag. 15 del ricorso, primo capoverso).

Il primo ed il secondo motivo possono essere trattati congiuntamente e vanno rigettati.

La giurisprudenza di questa Corte ha già chiarito che, in materia di sanzioni amministrative, ai sensi e per effetto della L. n. 689 del 1981, art. 6, comma 3, la responsabilità dell’illecito amministrativo compiuto da soggetto che abbia la qualità di rappresentante legale della persona giuridica grava sull’autore medesimo e non sull’ente rappresentato e solo solidalmente obbligato al pagamento delle somme corrispondenti alle sanzioni irrogate (così, tra le tante, Cass. n. 11643/2010); si è altresì precisato, peraltro, che, a norma della L. n. 689 del 1981, art. 3 è responsabile di una violazione amministrativa solo la persona fisica a cui è riferibile l’azione materiale o l’omissione che integra la violazione, sicché, qualora un illecito sia ascrivibile in astratto ad una società di persone, non possono essere automaticamente chiamati a risponderne i soci amministratori, essendo indispensabile accertare che essi abbiano tenuto una condotta positiva o omissiva che abbia dato luogo all’infrazione, sia pure soltanto sotto il profilo del concorso morale. (Cass. 30766/18, Cass. 26238/11).

Sulla scorta dei suddetti principi si deve, allora, stabilire quali siano le persone fisiche a cui debba ascriversi l’illecito amministrativo de quo. A tal fine va verificato se la struttura della fattispecie costituente l’illecito sia commissiva od omissiva.

L’art. 104 codice del consumo, comma 3 recita: “Il produttore adotta misure proporzionate in funzione delle caratteristiche del prodotto fornito per consentire al consumatore di essere informato sui rischi connessi al suo uso e per intraprendere le iniziative opportune per evitare tali rischi, compresi il ritiro del prodotto dal mercato, il richiamo e l’informazione appropriata ed efficace dei consumatori”; il comma 4 medesimo articolo recita: “Le misure di cui al comma 3 comprendono: a) l’indicazione in base al prodotto o al suo imballaggio, dell’identità e degli estremi del produttore; il riferimento al tipo di prodotto o, eventualmente, alla partita di prodotti di cui fa parte, salva l’omissione di tale indicazione nei casi in cui sia giustificata;….”.

La struttura dell’illecito descritto dalla disposizione in esame è omissiva, in quanto l’illecito consiste nella mancata adozione della misura consistente nella “indicazione in base al prodotto o al suo imballaggio, dell’identità e degli estremi del produttore”; la “violazione di legge” a cui fa riferimento la difesa dei ricorrenti per contrapporla al comportamento omissivo (pag. 14 del ricorso) si risolve proprio nel comportamento omissivo consistente nella mancata indicazione dell’identità e degli estremi del produttore.

Soccorre, allora, l’insegnamento di questa Corte alla cui stregua, in tema di illeciti amministrativi compiuti nell’interesse di una società in nome collettivo, in forza della L. n. 689 del 1981, art. 3 risponde dell’illecito, se consistente in un comportamento attivo, il singolo socio che lo ha posto in essere, senza che sia invocabile, al fine di ritenere la responsabilità di tutti i soci, l’art. 2291 c.c., posto che tale norma delinea per il singolo socio la responsabilità civile conseguente ad obbligazione della società (anche quale contenuto di eventuale sanzione amministrativa), responsabilità che, unitaria, resta però divisa per il numero dei soci, ma non prevede la diretta responsabilità di ogni singolo socio per eventuali obbligazioni, anche amministrative. Ove, invece, la violazione amministrativa sia integrata da un’omissione, rispondono di essa i soci ai quali è stata attribuita l’amministrazione della società a norma dell’art. 2295 c.c.; solo nell’ipotesi di società in nome collettivo irregolari ai sensi dell’art. 2297 c.c., ogni singolo socio è responsabile per la sanzione amministrativa conseguente ad una violazione integrata da un comportamento omissivo, essendo, in assenza di patto in deroga opponibile, a tutti i soci riferibile il potere amministrativo e pertanto l’inadempiuto obbligo di agire (Cass. 10448/1997).

Sulla scorta di tali principi la sentenza della corte lagunare risulta conforme a diritto, ancorché il riferimento della sentenza gravata all’art. 2291 c.c. vada qui corretto, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., comma 4. Il titolo di responsabilità degli odierni ricorrenti deriva, infatti, dalla loro qualità di amministratori della società, conseguente – in assenza di diversa previsione dell’atto costitutivo (mai dedotta dagli odierni ricorrenti né in sede di merito né nel giudizio di cassazione) – dalla loro qualità di soci (artt. 2257,2293 c.c. e art. 2295 c.c., n. 3). In ragione di detta qualità, infatti, ciascuno dei soci era individualmente tenuto, nell’esercizio delle proprie funzioni gestorie, a far sì che i prodotti della società fossero muniti delle indicazioni prescritte dal codice del consumo e ciascuno di loro, omettendo di compiere quanto necessario a tal fine, si è reso individualmente e autonomamente responsabile dell’illecito per cui è stato sanzionato, come correttamente rilevato dalla corte di appello a pag. 9, penultimo capoverso, della sentenza impugnata.

Con il terzo motivo di ricorso, riferito all’art. 360 c.p.c., nn. 2 e 3 si deduce l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, oggetto di discussione tra le parti, e la violazione dell’art. 91 c.p.c. in punto di condanna alle spese. I ricorrenti lamentano che la corte territoriale abbia condannato la parte privata al pagamento delle spese “senza spendere una sola parola al riguardo nella parte motiva della sentenza” e, peraltro, omettendo di considerare che “la G. non è affatto soccombente, come comprovano le superiori argomentazioni, e le competerà, a fronte dell’accoglimento del presente ricorso, la liquidazione delle spese di tutti indistintamente i gradi di giudizio” (p. 15 del ricorso).

Il motivo è inammissibile per difetto di specificità; parte ricorrente, infatti, non indica né quale sarebbe il fatto decisivo di cui sarebbe stato omesso l’esame, né la ragione per cui la corte territoriale avrebbe violato il principio victus victori, fissato dall’art. 91 c.p.c., nel condannare gli odierni ricorrenti alle spese dei due gradi di merito del giudizio definito con il rigetto delle loro opposizioni alle ordinanze ingiunzione per cui è causa.

Il ricorso è rigettato.

Le spese seguono la soccombenza.

Deve altresì darsi atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, del raddoppio del contributo unificato D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna i ricorrenti a rifondere alla controricorrente le spese del giudizio di cassazione, che liquida in Euro 3.000, oltre Euro 200 per esborsi e accessori di legge.

Si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, il 2 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 settembre 2021

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA