Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24327 del 03/11/2020

Cassazione civile sez. I, 03/11/2020, (ud. 30/09/2020, dep. 03/11/2020), n.24327

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAZZICONE Loredana – Presidente –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – Consigliere –

Dott. FIDANZIA Andrea – Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso n. 2141/2018 r.g. proposto da:

IAL CISL Piemonte in Amministrazione Straordinaria, in persona del

Commissario Straordinario pro tempore, elettivamente domiciliata in

Roma, Viale G. Mazzini n. 55, presso lo studio dell’avvocato

Mastrosanti Roberto, che lo rappresenta e difende unitamente

all’avvocato Ricci Giuseppe Maria, giusta procura in calce al

ricorso;

– ricorrente –

contro

Città Metropolitana di Torino, già provincia di Torino, in persona

del Sindaco pro tempore, elettivamente domiciliata in Roma, Via

Piemonte n. 39, presso lo studio dell’avvocato Giovannetti

Alessandra, rappresentata e difesa dall’avvocato Parvis Carlo,

giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la ordinanza n. 16862/2017 della CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE,

depositata il 07/07/2017;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

30/9/2020 dal Consigliere Dott. Roberto Amatore;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. DE

MATTEIS Stanislao, che ha chiesto dichiararsi l’inammissibilità del

ricorso per revocazione;

udito, per la controricorrente, l’Avv. Giovannetti (per delega), che

ha chiesto respingersi l’avverso ricorso.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. IAL Cisl Piemonte in amministrazione straordinaria propone ricorso per cassazione, con un unico motivo, per la revocazione, ai sensi dell’art. 395 c.p.c., n. 4), dell’ordinanza n. 16862/17 di questa Sezione della Corte di Cassazione pubblicata il 7.7.2017, che ha dichiarato improcedibile il ricorso proposto dalla ricorrente, avverso il decreto del Tribunale di Torino depositato il 28 gennaio 2011, con cui, in accoglimento dell’opposizione allo stato passivo proposta dalla Città Metropolitana di Torino, già Provincia di Torino, era stato ammesso il credito dell’opponente in misura di 17.975,34 Euro, in privilegio, e di 10.366,95 Euro, in chirografo.

La Corte di Cassazione, nel provvedimento qui impugnato, ha evidenziato che: a) con atto notificato il 14.03.2011, IAL CISL ha proposto ricorso per cassazione nei confronti della Provincia di Torino avverso il decreto depositato il 28.01.2011, che afferma esserle stato comunicato il successivo 11 febbraio, e con il quale il Tribunale di Torino aveva accolto parzialmente l’opposizione allo stato passivo proposta dalla Provincia; b) si imponeva la verifica d’ufficio in ordine alla tempestività del ricorso per cassazione, ricordando che la L. Fall., art. 99, comma 12, nella specie applicabile, stabilisce per la proposizione del ricorso per cassazione il termine di trenta giorni decorrente dalla comunicazione del provvedimento del tribunale eseguita dalla cancelleria; c) tale verifica officiosa era stata, nella specie, impedita dall’omesso rispetto, ad opera della parte ricorrente, del puntuale disposto di cui all’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 2, la cui violazione era stata assunta a peculiare ragione di improcedibilità anche nei casi, quale quello qui in esame, nei quali il termine per l’impugnazione decorre non dalla notificazione bensì dalla comunicazione del provvedimento che si impugna; d) nella fattispecie in esame, la società ricorrente si era limitata ad affermare che il provvedimento impugnato, depositato il 28 gennaio 2011, le sarebbe stato comunicato il successivo 11 febbraio, non avendo tuttavia depositato, per provare la tempestività della presentazione del ricorso, anche la copia autentica del provvedimento impugnato, corredata della prova della relativa comunicazione a cura della cancelleria del giudice a quo; f) che tale prova documentale non emergeva neanche dall’esame del fascicolo d’ufficio del procedimento di merito e del fascicolo della parte contro ricorrente.

La Città Metropolitana di Torino, già Provincia di Torino, ha resistito con controricorso.

Con ordinanza n. 30690/2019 la causa è stata rinviata alla pubblica udienza stante “la necessità di acquisire il fascicolo d’ufficio del grado di merito, che, ritualmente richiesto dalla ricorrente ex art. 369 bis c.p.c., comma 2, non risulta pervenuto”.

Entrambe le parti hanno depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo ed unico motivo la parte ricorrente lamenta vizio revocatorio, ai sensi dell’art. 395 c.p.c., comma 1, n. 4, in relazione al profilo dell’omessa trasmissione del fascicolo d’ufficio del procedimento di merito, integrando tale omissione un errore di fatto rilevante per la revocazione della sentenza impugnata. Secondo la società ricorrente l’ordinanza dichiarativa dell’improcedibilità sarebbe stata determinata da una svista processuale su un atto interno che la Corte avrebbe dovuto esaminare direttamente con propria indagine di fatto, in quanto non avrebbe considerato che, nel caso specifico, nel fascicolo d’ufficio era presente il biglietto di cancelleria del Tribunale di Torino dal quale emergeva che il testo integrale dell’opposto decreto era stato comunicato soltanto in data 11.2.2011. Parte ricorrente assume, dunque, che l’ordinanza oggetto di revocazione si fonda su un errore meramente percettivo in ordine al rispetto del termine breve di impugnazione che risultava pienamente rispettato, secondo le emergenze processuali.

2. Il ricorso per revocazione è fondato.

2.1 Vanno, tuttavia, esaminati, per primi, i profili di inammissibilità dell’odierno ricorso avanzati dalla controricorrente.

Essi sono infondati.

2.2 Il primo profilo – dedotto in relazione al mancato rispetto del principio di autosufficienza del ricorso introduttivo (per non aver quest’ultimo riportato le conclusioni del ricorso originario per cassazione per l’eventuale giudizio rescissorio) – non è, come sopra accennato, fondato.

2.2.1 Sul punto, giova ricordare che, secondo la giurisprudenza di vertice espressa da questa Corte (cfr. Sez. U., Sentenza n. 17631 del 20/11/2003; Sez. U, Sentenza n. 24170 del 30/12/2004), la domanda di revocazione della sentenza della Corte di Cassazione per errore di fatto, da proporre, in base al disposto dell’art. 391 bis c.p.c., con ricorso ai sensi degli artt. 365 e segg., deve contenere, a pena di inammissibilità, l’indicazione del motivo della revocazione, prescritta dall’art. 398 c.p.c., comma 2 e l’esposizione dei fatti di causa rilevanti, richiesta dall’art. 366 c.p.c., n. 3 e non anche la riproposizione dei motivi dell’originario ricorso per Cassazione.

2.2.2 Nè vale in senso contrario la diversa giurisprudenza richiamata dalla controricorrente (cfr. Sez. U., Sentenza n. 13863 del 06/07/2015), a sostegno dell’eccepita inammissibilità del ricorso per cassazione, posto che è stato affermato, nel sopra ricordato arresto giurisprudenziale, che la domanda di revocazione della sentenza della Corte di cassazione per errore di fatto deve contenere, a pena di inammissibilità, l’indicazione del motivo della revocazione, prescritto dall’art. 398 c.p.c., comma 2 e l’esposizione dei fatti di causa rilevanti, richiesta dall’art. 366 c.p.c., n. 3 e dunque gli elementi idonei per il corretto corredo dell’istanza di revocazione ex art. 391 bis c.p.c. e non già per l’eventuale giudizio rescissorio, come invece ritenuto dalla controricorrente nei suoi scritti difensivi. Detto altrimenti, è sicuramente condivisibile l’affermazione giurisprudenziale secondo cui la domanda di revocazione della sentenza della Corte di cassazione per errore di fatto deve contenere, a pena di inammissibilità, oltre all’indicazione del motivo della revocazione, prescritta dall’art. 398 c.p.c., comma 2, anche l’esposizione dei fatti di causa, richiesta dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3, al fine di rendere agevole la comprensione della questione controversa e dei profili di censura formulati, in immediato coordinamento con il contenuto della sentenza impugnata (v. anche più recentemente: Cass. Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 14126 del 01/06/2018). Ma ciò non si pone in contrasto con quanto affermato dalla giurisprudenza di vertice cui sopra si è accennato.

Gli altri profili di inammissibilità dedotti dalla controricorrente sono, invece, assorbiti dall’accoglimento del ricorso per revocazione ex art. 395 c.p.c., n. 4.

2.3 L’unico motivo di censura articolato dalla società ricorrente è infatti fondato.

2.3.1 Orbene, l’ordinanza di cui si chiede la revocazione ha dichiarato improcedibile il ricorso proposto dall’odierna ricorrente in considerazione dell’omesso deposito, da parte della stessa ricorrente, della copia del decreto impugnato munita di relata di notifica, come previsto, a pena di improcedibilità del ricorso, dall’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 2.

2.3.2 Secondo la prospettazione della ricorrente, l’ordinanza dichiarativa dell’improcedibilità sarebbe stata determinata da una svista processuale su un atto interno che la Corte doveva esaminare direttamente con propria indagine di fatto, in quanto non avrebbe considerato che, nel caso specifico, nel fascicolo d’ufficio (di cui si era chiesta la trasmissione, ai sensi dell’art. 369 c.p.c., comma 3) era presente il biglietto di cancelleria del Tribunale di Torino, dal quale sarebbe emerso che il testo integrale dell’opposto decreto era stato comunicato soltanto in data 11.2.2011.

Parte ricorrente assume, dunque, che l’ordinanza oggetto di revocazione si fondi su un errore meramente percettivo in ordine al rispetto del termine breve di impugnazione che risultava pienamente rispettato dagli atti processuali.

2.3.3 Sul punto, giova ricordare che, per costante affermazione giurisprudenziale, l’errore revocatorio consiste nella percezione, in contrasto con gli atti e le risultanze di causa, di una falsa realtà documentale, in conseguenza della quale il giudice si sia indotto ad affermare l’esistenza di un fatto o di una dichiarazione che, invece, incontrastabilmente non risulta dai documenti di causa (ex plurimis Cass. 20 febbraio 2006, n. 3652; Cass. 11 aprile 2001, n. 5369). Più in particolare, l’errore di fatto previsto dall’art. 395 c.p.c., n. 4, idoneo a costituire motivo di revocazione delle sentenze di cassazione, ai sensi dell’art. 391 bis c.p.c. – deve consistere, al pari dell’errore revocatorio imputabile al giudice di merito, nell’affermazione o supposizione dell’esistenza o inesistenza di un fatto la cui verità risulti, invece, in modo indiscutibile, esclusa o accertata in base al tenore degli atti o dei documenti di causa; deve essere decisivo, nel senso che deve esistere un necessario nesso di causalità tra l’erronea supposizione e la decisione resa; non deve cadere su un punto controverso sul quale la Corte si sia pronunciata; deve, infine, presentare i caratteri della evidenza ed obiettività (Cass. 28 febbraio 2001, n. 4640).

2.3.4 Detto altrimenti, l’errore revocatorio deve risultare di assoluta immediatezza e di semplice e concreta rilevabilità, senza che la sua constatazione necessiti di argomentazioni induttive o di indagini ermeneutiche, e non può consistere, per converso, in un preteso, inesatto apprezzamento delle risultanze processuali ovvero in una critica del ragionamento del giudice sul piano logico-giuridico.

2.4 Tutto ciò premesso, osserva la Corte come l’errore percettivo in cui è incorsa la Corte di legittimità nel provvedimento qui impugnato risulti evidente ictu oculi, sol che si legga l’inciso contenuto nel p. 1.3 (pag. 4) del menzionato provvedimento (“… Nè tale prova documentale emerge dall’esame del fascicolo d’ufficio del procedimento di merito e del fascicolo della parte controricorrente”). Detto altrimenti, la Corte di legittimità, nell’impugnata ordinanza, evidenzia che la prova della tempestività nella presentazione del ricorso per cassazione, ai sensi della L. Fall., art. 99, u.c., avverso il decreto reso in sede di opposizione allo stato passivo, non era evincibile neanche dall’esame del fascicolo d’ufficio, che, invece, incontestabilmente non era stato acquisito dalla cancelleria del giudice a quo, nonostante la tempestiva richiesta avanzata dalla IAL CISL in a.s., ai sensi dell’art. 369 c.p.c., comma 3.

Ne consegue che risulta evidente ed incontestabile l’errore percettivo in cui è incorsa la Corte di legittimità, come tale legittimante l’istanza di revocazione, ex art. 395 c.p.c., n. 4. Ed invero, l’errore percettivo si è concretizzato proprio nell’aver riscontrato l’assenza della prova della comunicazione del decreto impugnato, ai sensi della L. Fall., art. 99, u.c., tramite la consultazione del fascicolo d’ufficio del giudizio di merito, non ancora acquisito perchè trasmetto solo in seguito all’ulteriore sollecitazione disposta dall’ordinanza interlocutoria del 25.11.2019, con la quale è stata anche rinviata la causa alla discussione in pubblica udienza.

Del resto, la “controprova” della natura percettiva (e non giuridica) dell’errore in cui è incorso il provvedimento impugnato sì evince anche dal puntuale richiamo, nello stesso provvedimento, dei principi giurisprudenziali dettati da questa Corte di legittimità in tema di procedibilità del ricorso per cassazione, ai sensi del sopra richiamato art. 369 c.p.c. (Cass. Sez. Un. 9004/2009; Cass. Sez. Un. 25513/2016), principi, poi, non correttamente applicati a cagione di una svista percettiva intervenuta nei giudici di legittimità nell’ordinanza n. 16862/2017.

Il giudizio rescindente azionato con l’odierna domanda ex art. 395 c.p.c., n. 4, deve, dunque, concludersi in senso positivo per le richieste della ricorrente, considerato come emerga ex actis che la comunicazione della copia integrale del decreto del Tribunale di Torino, reso ai sensi della L. Fall., art. 99, era intervenuta in data 11 febbraio 2011 e che, pertanto, l’originaria impugnazione con ricorso per cassazione, intervenuta in data 14 marzo 2011, doveva considerarsi presentata tempestivamente.

2.5 Esito diverso deve, invece, assumere il giudizio rescissorio.

I tre motivi di ricorso possono essere esaminati congiuntamente.

2.5.1 Orbene, il credito – di cui si contesta l’ammissione al passivo dell’a.s. sulla domanda della Provincia (in via privilegiata per Euro 17.975,34 e in via chirografaria per Euro 10.366) – tra origine dall’obbligo restitutorio di un’anticipazione sui finanziamenti erogati dalla Provincia di Torino per coprire i costi dei corsi di formazione tenuti da IAL CISL nell’anno 2005, che, all’esito della prevista rendicontazione, risultavano documentati.

Secondo la tesi dell’A.S., il credito non potrebbe essere ammesso allo stato passivo stante l’inopponibilità della procedura di verifica della rendicontazione, eseguita da società di revisione dopo la dichiarazione dello stato di insolvenza.

Tuttavia, tale ricostruzione della vicenda non può essere condivisa, posto che il credito ammesso al passivo è sorto nel 2006, a seguito del versamento dell’acconto sul finanziamento accordato dall’ente pubblico territoriale per i corsi di formazione.

La mera circostanza che la procedura di verifica della rendicontazione sia avvenuta da parte della società incaricata dall’ente pubblico (la Ria & Parteners) successivamente (19 luglio 2009) alla dichiarazione di insolvenza della società debitrice (3 giugno 2009) non modifica la natura concorsuale del credito, con la conseguente opponibilità del credito stesso alla procedura ed ammissibilità dello stesso al passivo, posto che il fatto costitutivo e genetico del diritto di credito (di cui si è chiesto l’ammissione al passivo) è antecedente alla dichiarazione di insolvenza della società ammessa all’a.s. e deve essere rintracciato nell’atto di erogazione dell’anticipo relativo alla somma finanziata.

Orbene, l’accertata natura concorsuale del credito di cui si è chiesta l’ammissione al passivo, come tale ancorata al momento genetico dell’erogazione delle anticipazioni sui finanziamenti accordati, assorbe l’esame delle ulteriori censure sollevate dall’amministrazione straordinaria nei motivi di ricorso per cassazione originariamente presentato.

Le spese dell’odierno giudizio di legittimità devono essere compensate, considerato che, nel giudizio rescindente, è risultata vincitrice la ricorrente, mentre in quello rescissorio quest’ultima è rimasta soccombente.

Non sussistono invece le condizioni per dare atto dell’insorgenza dell’obbligo di versamento, per il ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, come modificato dalla L. n. 228 del 2012, in quanto il ricorso per revocazione, successivo all’entrata in vigore di detta norma, è stato accolto, mentre quello originario, che invece viene rigettato, è antecedente alla modifica introdotta dalla L. n. 228 del 2012, la quale resta al medesimo applicabile ratione temporis.

P.Q.M.

accoglie il ricorso per revocazione; revoca l’ordinanza n. 16862/2017, emessa da questa Corte e pubblicata in data 7 luglio 2007, e decidendo sul ricorso per cassazione presentato da IAL CISL Piemonte in a.s. avverso il decreto del Tribunale di Torino del 28.01.2011, lo respinge; dichiara compensate le spese del presente giudizio di legittimità.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della non sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 30 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 3 novembre 2020

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