Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24324 del 16/10/2017


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Cassazione civile, sez. II, 16/10/2017, (ud. 16/06/2017, dep.16/10/2017),  n. 24324

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BIANCHINI Bruno – Presidente –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – rel. Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – Consigliere –

Dott. CAVALLARI Dario – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso n. 12883 – 2013 R.G. proposto da:

N.A., – c.f. (OMISSIS) – rappresentato e difeso in

virtù di procura speciale in calce al ricorso dall’avvocato Marco

Baldassarri ed elettivamente domiciliato in Roma, alla via della

Conciliazione, n. 44, presso lo studio dell’avvocato Thomas Martone;

– ricorrente –

contro

C.A.M., – c.f. (OMISSIS) – rappresentata e difesa in

virtù di procura speciale a margine del controricorso dall’avvocato

Stefano Artini ed elettivamente domiciliata in Roma, alla via

Celimontana, n. 38, presso lo studio dell’avvocato Paolo Panariti,

che pure la difende;

– controricorrente – ricorrente incidentale –

avverso la sentenza n. 1004 dei 29.6/17.7.2012 della corte d’appello

di Firenze;

udita la relazione della causa svolta all’udienza pubblica del 16

giugno 2017 dal consigliere Dott. Abete Luigi;

udito il Pubblico Ministero, in persona del sostituto procuratore

generale Dott. PEPE Alessandro, che ha concluso per il rigetto del

ricorso principale, in tal guisa assorbita la disamina del ricorso

incidentale condizionato;

udito l’avvocato Stefano Artini per la controricorrente.

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con atto notificato il 6.5.2002 N.A. citava a comparire dinanzi al tribunale di Prato C.A.M..

Chiedeva dichiararsi la simulazione assoluta della scrittura privata con sottoscrizioni autenticate in data 3.7.1998 con cui aveva apparentemente alienato alla convenuta, per l’irrisorio prezzo di Lire 54.000.000, giammai corrisposto, una villa in (OMISSIS); chiedeva altresì dichiararsi l’autenticità della scrittura privata del 13.11.2001, siccome recante sottoscrizione di proprio pugno di C.A.M., e dunque lo scioglimento in forza di tal ultima scrittura della scrittura autenticata in data 3.7.1998.

Si costituiva C.A.M..

Instava per il rigetto delle avverse domande.

Deduceva che la scrittura autenticata il 3.7.1998 era relativamente simulata, siccome dissimulante una donazione in suo favore appieno valida ed efficace.

Con sentenza n. 401/2007 l’adito tribunale rigettava le domande tutte dell’attore.

Interponeva appello N.A..

Resisteva C.A.M..

Con sentenza n. 1004 dei 29.6/17.7.2012 la corte d’appello di Firenze rigettava il gravame e condannava l’appellante alle spese del grado con distrazione in favore del avvocato anticipatario dell’appellata.

Evidenziava la corte che doveva disconoscersi valore confessorio alle ammissioni – circa la natura relativamente simulata della scrittura in data 3.7.1998 siccome dissimulante una donazione – contenute nella comparsa di risposta con cui C.A.M. aveva provveduto a costituirsi in prime cure; che invero la mera sottoscrizione della procura alle liti a margine dell’atto non valeva a fornire “la prova della conoscenza del contenuto dell’atto stesso da parte della delegante” (così sentenza d’appello, pag. 6).

Evidenziava inoltre che, sebbene sussistesse un principio di prova scritta idoneo ex art. 2724 c.c., n. 1, a rendere inoperante il divieto di prova testimoniale, l’appellante tuttavia non aveva in sede di precisazione delle conclusioni in prime cure reiterato la richiesta di prova orale, sicchè dalla medesima prova era decaduto.

Evidenziava ancora che gli elementi indiziari acquisiti, utilizzabili ai sensi del combinato disposto dell’art. 2724 c.c., n. 1, e art. 2729 c.c., comma 2, non erano idonei a fornire la prova della simulazione assoluta della compravendita di cui alla scrittura in data 3.7.1998.

Evidenziava infine che correttamente il primo giudice aveva negato che la scrittura del 13.11.2001 avesse natura risolutoria della pregressa scrittura autenticata del 3.7.1998.

Avverso tale sentenza ha proposto ricorso N.A.; ne ha chiesto sulla scorta di quattro motivi la cassazione con ogni conseguente statuizione in tema di spese.

C.A.M. ha depositato controricorso contenente ricorso incidentale subordinato all’accoglimento del ricorso principale articolato in tre motivi; ha chiesto dichiararsi inammissibile o rigettarsi l’avversa impugnazione ed, in ipotesi di accoglimento del ricorso principale, accogliersi il ricorso incidentale; in ogni caso con il favore delle spese.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo il ricorrente principale denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 2730,2731 e 2733 c.c. nonchè dell’art. 229 c.p.c..

Con il secondo motivo il ricorrente principale denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c..

Deduce che, allorquando con la comparsa di costituzione in prime cure C.A.M. ha addotto che la scrittura autenticata in data 3.7.1998 in realtà dissimulava una donazione, ha in tal guisa inteso non contestare i fatti da egli ricorrente in veste di attore allegati; che propriamente l’eccezione di simulazione relativa ha comportato l’implicito riconoscimento del carattere simulato della compravendita ovvero che le parti non intendevano siglare una compravendita.

Con il terzo motivo il ricorrente principale denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 112,115 e 116 c.p.c. e art. 2729 c.c.; l’omessa motivazione in ordine a circostanze presuntive significative.

Deduce che nella fattispecie si ha riscontro di significative circostanze che in chiave indiziaria avvalorano la sua prospettazione; che in particolare rilevano in tal senso l’irrisorietà del prezzo di cui alla scrittura del 3.7.1998, la lunga serie di atti intercorsi tra le parti menzionati nella narrativa dell’iniziale citazione, pacificamente simulati e come tali non contestati ex adverso, il verbale dell’udienza di comparizione delle parti nell’ambito di un precedente procedimento per sequestro, la scrittura in data 13.11.2001.

Con il quarto motivo il ricorrente principale denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 1346 e 1372 c.c..

Deduce che nella scrittura del 13.11.2001 le parti “hanno utilizzato termini che non lasciano dubbio alcuno relativamente ai contratti colpiti dalla risoluzione consensuale” (così ricorso, pag. 17); che quindi vi è margine per opinare per la determinabilità dell’oggetto della stessa scrittura e per reputare che nell’ambito dell’oggetto di siffatto accordo risolutorio rientra anche la scrittura in data 3.7.1998.

Destituita di fondamento è la prima ragione di inammissibilità prefigurata dalla controricorrente (“l’elezione di domicilio contenuta nell’atto di appello non è riferita a detto difensore ma alla parte (…). Pertanto, l’Avv. Mariotti (…) deve ritenersi elettivamente domiciliato ex lege presso la Cancelleria della Corte d’Appello di Firenze, ove allo stesso (…) è stata notificata la sentenza oggi impugnata. Pertanto il termine breve per la presentazione del ricorso per Cassazione scadeva il 23.4.2013 ed il ricorso (…) spedito in data 29.4.2013(…) risulta tardivo”: così controricorso, pagg. 10 – 11).

E’ sufficiente reiterare l’insegnamento di questa Corte a tenor del quale, ai fini della decorrenza del termine breve per l’impugnazione di cui all’art. 325 c.p.c., la notificazione della sentenza – che va fatta al procuratore costituito, ai sensi dell’art. 170 stesso codice – deve essere compiuta al domicilio eletto dalla parte (e non presso la cancelleria del luogo ove ha sede l’autorità giudiziaria presso la quale il giudizio si è svolto) tutte le volte in cui (è il caso di specie) compaia, in calce alla procura ed alla contestuale elezione di domicilio, la sottoscrizione del difensore: nella scelta tra un’interpretazione letterale ed una logica delle norme funzionali alla verificazione della validità della notifica “de qua” (in particolare, il R.D. 22 gennaio 1934, n. 37, art. 82, comma 1), difatti, va prescelta l’ermeneusi di tipo logico, che ricostruisca la vicenda della firma del difensore in calce agli atti suddetti come funzionale non alla sola autentica della firma, bensì a far proprio l’intero contenuto dell’atto, apparendo più rispettosa della volontà (della parte e) dello stesso difensore la scelta di attribuirgli anche il fine di far propria, con l’autentica dell’altrui firma, l’elezione di domicilio contenuta nell’atto da lui sottoscritto (cfr. Cass. 13.1.2005, n. 561).

Destituita di fondamento è la seconda ragione di inammissibilità prefigurata dalla controricorrente (l'”elezione di domicilio deve ritenersi, al momento della notifica della sentenza non più valida, in quanto l’ufficiale giudiziario (…) attestava nella relata negativa (…) di non aver potuto notificare in quanto trasferitosi a destinazione ignota (…). Pertanto, non essendovi una valida elezione di domicilio del difensore (…) lo stesso risultava elettivamente domiciliato ex lege presso la Cancelleria della Corte d’Appello di Firenze, con conseguente validità ai fini della decorrenza del termine breve (…)”: così controricorso, pagg. 12 – 13).

Al riguardo devesi ritenere che l’intervenuto trasferimento del destinatario dell’atto ed il susseguente mancato perfezionamento della notifica importano non già l’invalidità e l’inefficacia dell’elezione di domicilio, sibbene l’onere per il notificante di effettuare apposite ricerche volte ad individuare il luogo del nuovo recapito del procuratore domiciliatario, così da eseguire la successiva notificazione al diverso domicilio reale di questi; con l’ulteriore conseguenza che la notifica eventualmente effettuata presso la cancelleria è inesistente, perchè priva di qualsiasi collegamento con il destinatario di essa (cfr. Cass. 20.9.2007, n. 19477).

Destituita di fondamento è la terza ragione di inammissibilità prefigurata dalla controricorrente: il ricorso soddisfa senza dubbio l’esigenza imposta dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3.

Il primo motivo del ricorso principale è infondato.

Pur in proposito è sufficiente ribadire l’insegnamento di questo Giudice del diritto.

Ossia l’insegnamento secondo cui, pur essendo vero che le ammissioni contenute nella comparsa di risposta – così come in uno degli atti processuali di parte indicati dall’art. 125 c.p.c., – siccome facenti parte del processo, possono assumere anche il carattere proprio della confessione giudiziale spontanea, alla stregua di quanto previsto dagli artt. 228 e 229 c.p.c., è tuttavia necessario che la comparsa, affinchè possa produrre tale efficacia probatoria, sia stata sottoscritta dalla parte personalmente, con modalità tali che rivelino inequivocabilmente la consapevolezza delle specifiche dichiarazioni dei fatti sfavorevoli contenute nell’atto; conseguentemente, è inidonea a tale scopo la mera sottoscrizione della procura scritta a margine o in calce che, anche quando riportata nel medesimo foglio in cui è inserita la dichiarazione ammissiva, costituisce atto giuridicamente distinto, benchè collegato (cfr. Cass. 1.12.2016, n. 24539; Cass. 18.3.2014, n. 6192, secondo cui le dichiarazioni contenute negli atti processuali possono assumere il carattere proprio della confessione giudiziale spontanea, alla stregua di quanto previsto dall’art. 229 c.p.c., purchè sottoscritte dalla parte personalmente, con modalità tali da rivelare inequivocabilmente la consapevolezza delle specifiche ammissioni dei fatti sfavorevoli così espresse; ne consegue che non ha efficacia confessoria la mera sottoscrizione della procura apposta a margine o in calce all’atto recante la dichiarazione, in quanto la procura è elemento giuridicamente distinto dal contenuto espositivo dell’atto cui accede, pur potendo tale dichiarazione “contra se” fornire elementi indiziari di giudizio).

In tal guisa non può in alcun modo essere recepita la prospettazione del ricorrente principale secondo cui “alle ammissioni contenute in (…) scritti difensivi, sottoscritti dal procuratore ad litem, ben può essere attribuito valore confessorio riferibile alla parte, quando rechino anche la sottoscrizione della parte a margine nell’ambito della procura” (così ricorso principale, pag. 5).

Il secondo motivo del ricorso principale del pari è infondato.

E difatti l’eccezione di simulazione relativa non era e non è da intendere in forma frazionata, segmentata.

Vero è che siffatta eccezione implica il riconoscimento, la non contestazione della “mancanza di volontà di realizzare la compravendita” (così ricorso principale, pag. 8); e nondimeno siffatto riconoscimento è inscindibilmente connesso e per nulla poteva e può essere recepito in modo avulso dalla prospettazione secondo cui le parti ebbero a volere, dissimulandola, una donazione.

In questi termini evidentemente a nulla vale dedurre l'”applicazione al presente processo della nuova formulazione dell’art. 115 c.p.c.” (così ricorso principale, pag. 10).

In questi termini, al contempo, a nulla vale addurre che “questa donazione sarebbe stata comunque affetta da nullità” (così ricorso principale, pag. 8).

Ed invero, a tal ultimo proposito, si rimarca, per un verso, che l’affermazione della corte di merito, di cui alla parte motiva dell’impugnato dictum, secondo cui l’appellata aveva “sottolineato come in ogni caso la validità della presunta donazione non avesse formato oggetto di domanda giudiziale proposta da alcuna delle parti” (così sentenza d’appello, pag. 5), non è stata fatta segno in questa sede di specifica censura; per altro verso, che le conclusioni rassegnate da N.A. in grado d’appello, siccome riprodotte alle pagine 1 e 2 della sentenza impugnata, in nessun modo danno ragione della proposizione di domanda volta ad ottenere la declaratoria di nullità per difetto di forma della donazione dissimulata (la controricorrente del resto ha addotto, al riguardo, “la mancata proposizione di un motivo di appello specifico in tal senso”: così controricorso, pag. 27).

Immeritevole di seguito è pur il terzo motivo del ricorso principale.

Si premette che il motivo in disamina si specifica e si qualifica esclusivamente in relazione alla previsione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, (si condivide, quindi, la prospettazione della controricorrente secondo cui, “al di là della sua intestazione, (…) il ricorrente contesta la valutazione del materiale probatorio operata dalla Corte d’Appello”: così controricorso, pag. 30).

Occorre tener conto, da un lato, che N.A., col motivo de quo, censura sostanzialmente il giudizio “di fatto” cui la corte distrettuale ha atteso; dall’altro, che è propriamente il motivo di ricorso ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, che concerne l’accertamento e la valutazione dei fatti rilevanti ai fini della decisione della controversia (cfr. Cass. sez. un. 25.11.2008, n. 28054; cfr. Cass. 11.8.2004, n. 15499).

Su tale scorta si rappresenta che la deduzione di un vizio di motivazione della sentenza impugnata conferisce al giudice di legittimità non il potere di riesaminare il merito della intera vicenda processuale sottoposta al suo vaglio, bensì la sola facoltà di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico – formale, delle argomentazioni svolte dal giudice del merito, al quale spetta, in via esclusiva, il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di assumere e valutare le prove, di controllarne l’attendibilità e la concludenza, di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad esse sottesi, dando, così, liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti, salvo i casi tassativamente previsti dalla legge (cfr. Cass. 9.8.2007, n. 17477; Cass. 7.6.2005, n. 11789).

Si rappresenta in particolare che, ai fini di una corretta decisione, il giudice del merito non è tenuto a valutare analiticamente tutte le risultanze processuali, nè a confutare singolarmente le argomentazioni prospettate dalle parti, essendo invece sufficiente che egli, dopo averle vagliate nel loro complesso, indichi gli elementi sui quali intende fondare il suo convincimento e l’iter seguito nella valutazione degli stessi e per le proprie conclusioni, implicitamente disattendendo quelli logicamente incompatibili con la decisione adottata (cfr. Cass. 10.5.2000, n. 6023).

Si rappresenta conseguentemente che il preteso vizio di motivazione, sotto il profilo della omissione, insufficienza, contraddittorietà della medesima, può legittimamente dirsi sussistente solo quando, nel ragionamento del giudice di merito, sia rinvenibile traccia evidente del mancato (o insufficiente) esame di punti decisivi della controversia, prospettato dalle parti o rilevabile di ufficio, ovvero quando esista insanabile contrasto tra le argomentazioni complessivamente adottate, tale da non consentire l’identificazione del procedimento logico – giuridico posto a base della decisione (cfr. Cass. 9.8.2007, n. 17477; Cass. 7.6.2005, n. 11789).

In quest’ottica l’iter motivazionale che sorregge il dictum della corte territoriale risulta in toto ineccepibile sul piano della correttezza giuridica ed assolutamente congruo ed esaustivo sul piano logico – formale.

Più esattamente la corte di Firenze ha vagliato nel complesso – non ha dunque obliterato la disamina di punti decisivi – e dipoi ha in maniera inappuntabile selezionato il materiale probatorio cui ha inteso ancorare il suo dictum, altresì palesando in forma nitida e coerente il percorso decisorio seguito (“si tratta invero di indizi labili, non univoci nè convergenti”: così sentenza d’appello, pag. 7; “(…) complessivo disegno (…) in contrasto con l’atto pubblico stipulato tra le stesse parti il 13.11.2001 avente ad oggetto la rinunzia a titolo gratuito del predetto A. al diritto di abitazione (…). Si tratta di un elemento (…) in evidente contraddizione con la dedotta simulazione assoluta”: così sentenza d’appello, pag. 7).

In ogni caso ed a rigore con il motivo in esame il ricorrente null’altro prospetta se non un preteso migliore e più appagante coordinamento dei dati acquisiti (“E tuttavia nel caso in esame sussistono anche significative circostanze che, a livello presuntivo (…), avvalorano ulteriormente la tesi attorea (…)”: così ricorso, pag. 11).

Il motivo quindi involge gli aspetti del giudizio – interni al discrezionale ambito di valutazione degli elementi di prova e di apprezzamento dei fatti – afferenti al libero convincimento del giudice e non ai possibili vizi del percorso formativo di siffatto convincimento rilevanti nel segno dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Il motivo del ricorso pertanto si risolve in una inammissibile istanza di revisione delle valutazioni e dei convincimenti del giudice di merito e perciò in una richiesta diretta all’ottenimento di una nuova pronuncia sul fatto, estranea alla natura ed alle finalità del giudizio di cassazione (cfr. Cass. 26.3.2010, n. 7394; altresì Cass. sez. lav. 7.6.2005, n. 11789).

Non merita seguito anche il quarto motivo del ricorso principale.

E’ innegabile che le censure che il presente mezzo di impugnazione veicola, si risolvono propriamente in una quaestio ermeneutica, specificamente afferente alla determinazione della proiezione applicativa della scrittura datata 13.11.2001.

Intese in tal guisa (in linea, d’altronde, con le prefigurazioni del ricorrente: “le parti, nella detta scrittura, hanno utilizzato termini (…) che non richiedono (…) integrazioni (…)”: così ricorso principale, pag. 17), non possono che esplicar valenza gli insegnamenti di questo Giudice del diritto.

Innanzitutto, l’insegnamento secondo cui l’interpretazione del contratto e degli atti di autonomia privata costituisce un’attività riservata al giudice di merito ed è censurabile in sede di legittimità soltanto per violazione dei criteri legali di ermeneutica contrattuale ovvero per vizi di motivazione, qualora la stessa risulti contraria a logica o incongrua, cioè tale da non consentire il controllo del procedimento logico seguito per giungere alla decisione (cfr. Cass. 22.2.2007, n. 4178; cfr. Cass. 2.5.2006, n. 10131).

Altresì, l’insegnamento secondo cui nè la censura ex n. 3 nè la censura ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, possono risolversi in una critica del risultato interpretativo raggiunto dal giudice, che si sostanzi nella mera contrapposizione di una differente interpretazione; d’altronde, per sottrarsi al sindacato di legittimità, sotto entrambi i cennati profili, quella data dal giudice al contratto non deve essere l’unica interpretazione possibile, o la migliore in astratto, ma una delle possibili, e plausibili, interpretazioni; sicchè, quando di una clausola contrattuale sono possibili due o più interpretazioni (plausibili), non è consentito – alla parte che aveva proposto l’interpretazione poi disattesa dal giudice di merito – dolersi in sede di legittimità del fatto che sia stata privilegiata l’altra (cfr. Cass. 22.2.2007, n. 4178; cfr. Cass. 2.5.2006, n. 10131).

Nel segno delle enunciate indicazioni l’interpretazione patrocinata dalla corte di merito è in toto inappuntabile, giacchè, per un verso, non si prospetta in spregio ad alcun criterio ermeneutico legale, giacchè, per altro verso, risulta sorretta da motivazione esaustiva, congrua e logica.

Si rappresenta in particolare che la corte distrettuale ha reputato equivoco il contenuto della scrittura del 13.11.2001; che segnatamente la corte fiorentina ha posto in risalto che la lettura di tale scrittura non potesse operarsi in maniera “avulsa dalla lettura dell’atto pubblico stipulato tra le stesse parti nella medesima data del 13.11.2001 con il quale l’ A. rinunziava a titolo gratuito in favore della C. al diritto di abitazione nel medesimo immobile” (così sentenza d’appello, pag. 8) ed ha precisato, nel segno del canone esegetico di cui all’art. 1362 c.c., comma 2, a tenor del quale occorre ai fini della determinazione della comune intenzione aver riguardo al comportamento complessivo dei contraenti, che “si tratta di due scritture contestuali, stipulate ambedue (…) presso lo studio del medesimo notaio, dai contenuti evidentemente inconciliabili, tali comunque da ingenerare il dubbio in ordine alla interpretazione della scrittura privata nel senso prospettato dall’appellante di negozio di risoluzione per mutuo consenso anche della compravendita” (così sentenza d’appello, pag. 8).

L’esito infausto del ricorso principale assorbe e rende vana la disamina del ricorso incidentale, espressamente esperito in forma condizionata ovvero “nel caso in cui codesta Suprema Corte dovesse accogliere il ricorso principale” (così controricorso, pag. 41).

Il ricorrente principale, giacchè soccombente, va condannato a rimborsare alla controricorrente le spese del presente giudizio di legittimità. La liquidazione segue come da dispositivo.

Si dà atto che il ricorso principale è datato 26.4.2013. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, (comma 1 quater introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, a decorrere dall’1.1.2013), si dà atto altresì della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte (unicamente) del ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione ai sensi del D.P.R. cit., art. 13, comma 1 bis.

PQM

 

La Corte rigetta il ricorso principale, in tal guisa assorbita la disamina del ricorso incidentale condizionato; condanna il ricorrente principale, N.A., a rimborsare alla controricorrente, C.A.M., le spese del presente giudizio di legittimità, che si liquidano in complessivi Euro 6.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre rimborso forfetario delle spese generali nella misura del 15%, i.v.a. e cassa come per legge; ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale, N.A., dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione ai sensi del D.P.R. cit. art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della 2^ sez. civ. della Corte Suprema di Cassazione, il 16 giugno 2017.

Depositato in Cancelleria il 16 ottobre 2017

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