Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24311 del 03/11/2020

Cassazione civile sez. trib., 03/11/2020, (ud. 10/07/2020, dep. 03/11/2020), n.24311

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FUOCHI TINARELLI Giuseppe – Presidente –

Dott. TRISCARI Giancarlo – rel. Consigliere –

Dott. CASTORINA Maria Rosaria – Consigliere –

Dott. FICHERA Giuseppe – Consigliere –

Dott. NOVIK Adet Toni – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 28421 del ruolo generale dell’anno 2014

proposto da:

Agenzia delle entrate, in persona del direttore generale,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura generale dello Stato, presso

i cui ufficio in Roma, via dei Portoghesi, n. 12, è domiciliata;

– ricorrente –

contro

Ges. Com. s.r.l. in liquidazione;

– intimata –

per la cassazione della sentenza della Commissione tributaria

regionale della Puglia, n. 863/10/2014, depositata in data 10 aprile

2014;

udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 10 luglio

2020 dal Consigliere Triscari Giancarlo.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

dall’esposizione in fatto della sentenza censurata si evince che: l’Agenzia delle entrate aveva notificato a Ges. Com. s.r.l., esercente l’attività di distribuzione carburanti, un avviso di accertamento con il quale aveva contestato, relativamente all’anno di imposta 2008, la cessione di maggiori quantità di carburanti rispetto a quelle annotate nel registro dei corrispettivi, con conseguente maggiori Ires, Irap e Iva; avverso l’atto impositivo la società aveva proposto ricorso che era stato accolto dalla Commissione tributaria provinciale di Bari; l’Agenzia delle entrate aveva quindi proposto appello;

la Commissione tributaria regionale ha rigettato l’appello, in particolare ha ritenuto che: i motivi di appello proposti erano generici e privi di fondamento giuridico; non erano state prospettate specifiche e circostanziate doglianze contro la decisione dei giudici di primo grado; parte appellante aveva unicamente ribadito quali erano state le modalità operative utilizzate dall’amministrazione finanziaria nello svolgimento dell’attività accertativa, senza manifestare ed esplicitare le ragioni poste a fondamento dell’impugnazione;

l’Agenzia delle entrate ha quindi proposto ricorso per la cassazione della sentenza della Commissione tributaria regionale affidato a tre motivi di censura;

la società è rimasta intimata.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

con il primo motivo di ricorso si censura la sentenza ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4), per violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, artt. 2, 7 e 53, nonchè dell’art. 277 c.p.c., per avere erroneamente ritenuto che i motivi di appello non erano “validi” in quanto privi di specifiche e circostanziate doglianze e meramente ripropositivi delle argomentazioni difensive già sviluppate avverso la decisione del giudice di primo grado;

il motivo è fondato;

questa Corte, con riferimento alla questione della specificità dei motivi di appello nel processo tributario, ha più volte affermato che, ove l’amministrazione finanziaria si limiti a ribadire e riproporre in appello le stesse ragioni ed argomentazioni poste a sostegno della legittimità del proprio operato, come già dedotto in primo grado, in quanto considerate dalla stessa idonee a sostenere la legittimità dell’avviso di accertamento annullato, è da ritenersi assolto l’onere d’impugnazione specifica previsto dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 53, (Cass. civ., 3 luglio 2019, n. 17758; Cass. civ., n. 7369/2017; Cass. civ., n. 14908/2014);

la sentenza impugnata si pone in contrasto con il principio di diritto sopra enunciato, essendo fondata, essenzialmente, sulla considerazione della genericità dei motivi di appello proposti dalla Agenzia delle entrate, ritenuti privi di contenuto specifico in ordine alle ragioni poste a base dell’impugnazione, senza, tuttavia, prendere specifica posizione sulla questione della legittimità dell’atto impositivo alla luce delle ragioni difensive proposte dall’Agenzia delle entrate nel corso del giudizio di primo grado e ribadite in sede di atto di appello;

va, poi, osservato che la ragione della decisione del giudice di primo grado era basata, essenzialmente, sulla indeterminatezza e superficialità dei controlli effettuati dai verificatori al fine di accertare la consistenza delle giacenze dei prodotti petroliferi (vd. pag. 4 e 5, ricorso), tenuto conto del fatto che non risultava con quali modalità il controllo sulla giacenza era stato realmente eseguito ed in quali condizioni climatiche, atteso che tale ultima circostanza aveva una influenza sull’entità percentuale di calo astrattamente consentito ed è proprio in relazione a tale ragione della decisione che l’Agenzia delle entrate aveva curato di evidenziare, con l’atto di appello, le specifiche modalità seguite per compiere il controllo, e, inoltre, il fatto che si era tenuto conto dei cali consentiti al fine di stabilire il quantitativo delle giacenze non riscontrate, sicchè le ragioni di impugnazione erano strettamente correlate al contenuto della decisione di primo grado e, di questa, costituivano ragione di doglianza;

ne consegue che la pronuncia censurata è viziata per avere ritenuto che l’appello proposto dall’Agenzia delle entrate fosse privo di specificità e che, quindi, non era stato legittimamente prospettato; l’accoglimento del primo motivo di ricorso comporta l’assorbimento: del secondo motivo, con il quale si censura la sentenza ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), per violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 53, del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d), nonchè degli artt. 2727 e 2679 c.c., per non avere correttamente applicato la ripartizione dell’onere della prova; nonchè del terzo motivo, con il quale si censura la sentenza ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), per omessa motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio, consistente nella minore giacenza fisica di carburante rispetto a quella contabilizzata, tenuto conto degli elementi di prova presuntiva prospettati dall’amministrazione finanziaria, in particolare delle modalità di calcolo della differenza di carburante riscontrato e della considerazione dei cali consentiti;

in conclusione, va accolto il primo motivo di ricorso, assorbiti il secondo e il terzo, con conseguente cassazione della sentenza e rinvio alla Commissione tributaria regionale anche per la liquidazione delle spese di lite del presente giudizio.

PQM

La Corte:

accoglie il primo motivo, assorbito il secondo e il terzo; cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Commissione tributaria regionale della Puglia, in diversa composizione, anche per la liquidazione delle spese di lite del presente giudizio.

Così deciso in Roma, il 10 luglio 2020.

Depositato in Cancelleria il 3 novembre 2020

 

 

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