Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2431 del 03/02/2010

Cassazione civile sez. trib., 03/02/2010, (ud. 01/12/2009, dep. 03/02/2010), n.2431

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MIANI CANEVARI Fabrizio – Presidente –

Dott. D’ALONZO Michele – Consigliere –

Dott. BERNARDI Sergio – Consigliere –

Dott. PERSICO Mariaida – Consigliere –

Dott. PARMEGGIANI Carlo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 24057/2003 proposto da:

AMMINISTRAZIONE DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE, in persona del

Ministro prò tempore, AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del

Direttore prò tempore, elettivamente domiciliati in ROMA VIA

PORTOGHESI 12 presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che li

rappresenta e difende ope legis;

– ricorrenti –

contro

P.C.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 84/2 002 della COMM. TRIB. REG. di CAMPOBASSO,

depositata il 14/09/2002;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

01/12/2009 dal Consigliere Dott. CARLO PARMEGGIANI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. DE

NUNZIO Wladimiro, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

P.C. impugnava la cartella erariale con cui il concessionario per la riscossione ingiungeva il pagamento di Euro 2.339,81, conseguente ad accertamento svolto nei confronti della società “2C Arredi s.r.l.” di cui era socio come titolare del 30% delle quote, sul rilievo che l’accertamento nei confronti di tale società, da cui era derivato, quale atto consequenziale, quello nei propri confronti, era stato ridotto nell’ammontare dalla CTR del Molise.

L’Amministrazione si opponeva, eccependo che da un lato l’accertamento nei confronti del P. era divenuto definitivo per mancata opposizione entro il termine di legge, dall’altro che la sentenza nei confronti della società non era passato in giudicato.

La Commissione Tributaria Provinciale di Isernia accoglieva il ricorso, e su appello dell’Ufficio, analoga pronuncia era emessa dalla Commissione Tributaria regionale del Molise, in data 24-6-02. Avverso la sentenza proponevano ricorso per cassazione.

Il Ministero della Economia e delle Finanze e l’Ufficio di Isernia della Agenzia delle Entrate, con un motivo.

Il PG concludeva per la manifesta fondatezza del ricorso, ritenendo sussistente la ipotesi di cui all’art. 375 c.p.c., alla luce dei principi espressi da Cass. Sez. Un. n. 14815 del 2008.

L’intimato non svolgeva attività difensiva.

Il Collegio rimetteva la causa alla pubblica udienza, ritenuta la insussistenza della ipotesi sopra menzionata.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Preliminarmente, va rilevata la inammissibilità del ricorso proposto dal Ministero della Economia e della Finanze: nel caso di specie al giudizio innanzi la Commissione Regionale ha partecipato l’ufficio periferico di Isernia della Agenzia delle Entrate, successore a titolo particolare del Ministero, ed il contraddittorio è stato accettato dal contribuente senza sollevare alcuna eccezione sulla mancata partecipazione del Ministero, che così risulta, come costantemente ha rilevato la giurisprudenza di questa Corte, (ex plurimis v. Cass. n. 3557/2005) estromesso implicitamente dal giudizio, con la conseguenza che la legittimazione a proporre ricorso per cassazione sussisteva unicamente in capo alla Agenzia.

Le spese relative a detto ricorso devono essere compensate tra le parti, per la obbiettiva incertezza esistente all’epoca della successione tra i citati enti.

Con unico, articolato motivo, la Agenzia deduce violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 19, comma 3, art. 12 c.p.c., in relazione all’art. 3 c.p.c., ed inoltre assenza di motivazione su un punto decisivo della controversia (art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5). Sostiene che la Commissione ha erroneamente invocato il principio fatto proprio dalla Amministrazione finanziaria secondo cui, ove sia dichiarata la nullità o la illegittimità di un atto con sentenza passata in giudicato, l’annullamento degli atti consequenziali che trovano il loro unico presupposto nell’atto annullato costituisce dovere giuridico; nella specie, infatti, la sentenza della CTR del Molise che aveva ridotto il reddito di cui all’atto di accertamento nei confronti della società di capitali di cui il P. era socio per la quota del 30%, atto su cui si fondava quello nei confronti del socio e dallo stesso non impugnato in termini, non era passato in giudicato, essendo il relativo procedimento tuttora pendente innanzi la Commissione Tributaria Centrale.

Rileva che la CTR,ove ritenuta la pregiudizialità della questione della determinazione del reddito societario rispetto a quella della validità dell’accertamento nei confronti del socio, avrebbe potuto avvalersi della facoltà di sospendere il giudizio, in attesa della pronuncia definitiva in tale procedimento, e successivamente adottare la decisione del caso; le era invece vietato assumere come valido un dato tratto da una sentenza non definitiva, per di più senza dare valida giustificazione dell’assunto.

Il motivo è fondato, sotto il profilo di una carenza di motivazione.

Nella ipotesi di società di capitali non vige il principio di diretta imputazione ai soci del reddito della società, valido per le società di persone ai sensi del D.P.R. n. 917 del 1986, art. 5. Ciò comporta che, esclusa la sussistenza di litisconsorzio necessario in tema di reddito di partecipazione sociale in tale ultima ipotesi, di cui a Cass. Sez. Un. n. 14815 del 2008, vige il principio di autonomia dei giudizi, per cui in tema di processo tributario, il giudicato in tema di accertamento del reddito nei confronti della società non esplica effetto nei confronti del socio, e viceversa. Ciò comporta che non sussiste alcuna ipotesi di sospensione necessaria del processo ex art. 295 c.p.c..

Può tuttavia darsi atto che la comunanza dei presupposi fattuali sussistente tra il contenzioso attinente all’accertamento dei redditi di una società e quello riguardante il singolo socio, in caso di società di capitali a base ristretta, determina un nesso di consequenzialità di fatto tra il primo ed il secondo, per cui il giudice chiamato a statuire su quest’ultimo deve tenere conto ai fini del decidere dell’eventuale giudicato formatosi tra l’Erario e la società (v. per analogia Cass. 14056 del 16-6-2006).

Ciò tuttavia postula un esame della sentenza concernente i redditi della società, in primo luogo per accertarne la definitività o meno, ed in secondo luogo per trame elementi di valutazione che si assumono come rilevanti ai fini della decisione sulla controversia promossa dal contribuente, attesa la menzionata autonomia dei giudizi.

Il richiamo puramente meccanico ed acritico ad una sentenza di secondo grado, quindi potenzialmente non definitiva, senza alcun richiamo al corredo motivazionale della stessa, onde esprimere o meno un ragionato iter logico di condivisione, costituisce vizio di motivazione su un punto essenziale della controversia.

Il ricorso pertanto deve essere accolto e la sentenza cassata, con rinvio per nuovo esame, anche per le spese, a diversa sezione della Commissione Tributaria Regionale del Molise.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso del Ministero e compensa le relative spese; accoglie il ricorso della Agenzia, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, a diversa sezione della Commissione Tributaria Regionale del Molise.

Così deciso in Roma, il 1 dicembre 2009.

Depositato in Cancelleria il 3 febbraio 2010

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