Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24308 del 18/11/2011

Cassazione civile sez. I, 18/11/2011, (ud. 04/10/2011, dep. 18/11/2011), n.24308

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CARNEVALE Corrado – Presidente –

Dott. SCHIRO’ Stefano – Consigliere –

Dott. CULTRERA Maria Rosaria – rel. Consigliere –

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Consigliere –

Dott. DE CHIARA Carlo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 2255/2009 proposto da:

C.M. (c.f. (OMISSIS)) in proprio, elettivamente

domiciliato in ROMA, VIA FABIO MASSIMO 45, presso l’avvocato MATTEO

LUIGI, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato MALESCI

PAOLO, giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

SAN GIOVANNI DEL DOTT. BRUNETTO MANCINI & C. SOCIETA’

DI

INTERMEDIAZIONE MOBILIARE S.P.A. IN LIQUIDAZIONE COATTA

AMMINISTRATIVA (C.F. (OMISSIS)), in persona del Commissario

liquidatore pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, CORSO DI

FRANCIA 197, presso l’avvocato LEMME Giuliano, che la rappresenta e

difende unitamente all’avvocato BIGLIARDI ALBERTO, giusta procura in

calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1354/2008 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 29/09/2008;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

04/10/2011 dal Consigliere Dott. MARIA ROSARIA CULTRERA;

udito, per il ricorrente, l’Avvocato C. che ha chiesto

l’accoglimento del ricorso;

udito, per la controricorrente, l’Avvocato ANTONELLA ANSELMO, con

delega, che ha chiesto l’inammissibilità o il rigetto del ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

APICE Umberto, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso del 26 settembre 2003 l’avvocato C.M. proponeva innanzi al Tribunale di Firenze opposizione avverso la mancata ammissione al passivo della procedura di l.c.a. della S.I.M. San Giovanni del Dott. Bruno Mancini & C del credito dell’importo di Euro 101.645,68 oltre il surplus, maturato sul capitale di Euro 51.645,68 dal 26.6.2002 e sul capitale di Euro 50.000,00 dal 29 luglio 2002.

Il commissario si costituiva deducendo la carenza di danno dell’investitore e la sussistenza di prelievi da parte del predetto per complessivi Euro 101.551,90 a fronte di una disponibilità attiva, che poteva assommarsi ad Euro 101.645,68 se si fosse ammesso il versamento contestato di un assegno dell’importo di Euro 15.000,00 portato dal padre dell’opponente ed incassato dal promotore finanziario P.A..

Il Tribunale adito rigettava l’opposizione con sentenza che il C. impugnava innanzi alla Corte d’appello di Firenze insistendo per l’ammissione della somma portata dall’assegno versato dal padre in favore del promotore finanziario, e deduceva la responsabilità della S.I.M. in ordine al comportamento di quest’ultimo, responsabile a sua volta in via aquiliana per il suo comportamento in mala fede, e il gravissimo inadempimento in cui era incorso. Assumeva d’avere provato l’ammontare delle somme investite che avevano prodotto un utile tassabile, e ribadiva la domanda di restituzione del capitale investito, nonchè del pagamento degli utili non percepiti.

La Corte d’appello con sentenza n. 1354 depositata il 29 settembre 2008, ha respinto il gravame.

Quest’ultima decisione è stata infine impugnata dal C. con ricorso per cassazione affidato a tre motivi resistiti dall’intimato con controricorso ed ulteriormente illustrati con memoria difensiva depositata ai sensi dell’art. 378 c.p.c..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

La decisione, per quel che rileva in questa sede, sostiene, quanto all’importo degli investimenti, sul rilievo che, detratta la somma relativa a titolo di credito controverso emesso dal padre del C. e non riconosciuto a suo credito, egli aveva incassato dal promotore finanziario P. somme, presentate come utili per investimenti, nell’importo di Euro 101.551,90 imputabili per l’intero alla Sim, superiore a quanto da lui versato. Il surplus, effettivamente non riferibile agli utili, rappresentava il frutto della callida prospettazione del P. messa in atto per attirare il cliente.

L’onere del C. di provare il diritto alla percezione di ulteriori utili, era in conclusione rimasto irrisolto. Rilevava la dedotta natura aquiliana dell’azione che il C. assumeva aver promosso avendo questi in realtà esperito un’azione di restituzione, dal cui ambito prescinde ogni valutazione in ordine alla legittimità della condotta del promotore.

Il primo motivo ne denuncia vizio d’omessa pronuncia in relazione alla domanda avente ad oggetto il riconoscimento al passivo della l.c.a. della somma di Euro 50.000,00 relativa ad investimento effettuato il 29.7.2002 ed accreditato su conto intestato a terzo denominato Monaco e non alla Sim, attestato dal documento n. (OMISSIS) del ricorso in opposizione. La domanda venne in tali termini formulata nelle conclusioni della fase d’appello.

Il resistente deduce infondatezza della censura.

Il motivo espone censura inammissibile.

La sentenza in esame, secondo quanto riferito, ha respinto la domanda del C., esaminando il credito addotto senza estrapolare dalla sua complessiva formulazione l’unico versamento che, secondo quanto assume il ricorrente, sarebbe stato autonomamente apprezzabile. Il ricorrente, omessa ogni doveroso riferimento all’allegazione ed alla prova addotta e fornita circa quell’autonomia concettuale che, benchè espressamente rappresentata, non sarebbe stata colta dal giudice d’appello, pronunciatosi invece sull’intera attività illecita della SIM, ha richiamato atti difensivi, pronunce e memorie, relative alle precedenti fasi, inutilmente sottoponendole all’esame di questa Corte. Il principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, che il ricorrente pretenderebbe aver osservato mediante la riproduzione fedele, da pag. 35 a pag. 54, di tutte le difese spiegate nei gradi precedenti, non lo esimeva dall’esporre censura specifica nonchè pertinente al nucleo della questione posta, cogliendo nella sentenza impugnata il punto cui si riferirebbe il vizio denunciato. Ed il quesito di diritto, che chiede se il giudice d’ appello debba decidere in merito alla limitazione e/o specificazione della domanda formulata nelle conclusioni del grado, ovvero debba motivarne improponibilità o inammissibilità, propone, di riflesso, l’affermazione di un principio di diritto non correlato al decisum. La sua formulazione, affidata ad enunciato del tutto avulso dal caso concreto, è assolutamente inidonea ad assolvere alla funzione di sollecitazione, in chiave di interrogativo, circa la soluzione giuridica appropriata alla specie, ed è perciò non può dare impulso alla funzione nomofilattica riservata a questa Corte, tipicamente attribuita alla sua formulazione, che ne giustifica la ratio si da circoscrivere la pronuncia del giudice di legittimità nei limiti di un accoglimento o di un rigetto del quesito formulato.

Col secondo motivo il ricorrente, richiamando ancora le difese spiegate in sede d’appello in ordine al computo dei versamento effettuati ed alla misura degli utili maturati, deduce vizio d’omessa motivazione su fatti decisivi posti a base della domanda di ammissione allo stato passivo della l.c.a. per l’importo di Euro 50.000,00.

Al pari del precedente, il motivo deve essere dichiarato inammissibile.

Rilevato anzitutto che la questione rappresentata ha natura puramente processuale, risolvendosi nella denuncia di omessa pronuncia, e non potrebbe essere dedotta sotto il profilo del vizio di motivazione poichè in tal caso, la Corte è giudice anche del fatto e può procedere all’apprezzamento diretto delle risultanze istruttorie e degli atti di causa” (cfr. Cass. n. 5351/2007), deve osservarsi in ogni caso che il motivo difetta, ancora una volta in violazione dell’art. 366 bis c.p.c., del prescritto momento di sintesi (omologo del quesito di diritto) contenente la chiara illustrazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione di assume viziata (Cass. S. U. 20603/2007).

Il terzo motivo denuncia violazione della tariffa forense per aver il giudice d’appello liquidato le spese giudiziali tenendo conto del valore della causa indicato nell’atto introduttivo piuttosto che nel minor importo rappresentato nelle conclusioni. Il quesito di diritto è formulato,chiedendo se l’individuazione dello scaglione di valore della tariffa professionale debba individuarsi secondo il valore del thema disputandum.

Il resistente deduce l’infondatezza del motivo.

La censura è priva di fondamento.

La decisione impugnata ha pronunciato condanna al pagamento delle spese giudiziali liquidandole sulla base del criterio del disputandum, identificato correttamente sulla scorta dell’importo richiesto nell’atto introduttivo, in adesione a consolidato e condiviso orientamento (per tutte Cass. n. 536/2011), di cui ha fatto ineccepibile applicazione.

Tutto ciò premesso, il ricorso deve essere rigettato con condanna della ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte:

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità liquidandole in complessivi Euro 2.200,00 di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 4 ottobre 2011.

Depositato in Cancelleria il 18 novembre 2011

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