Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24299 del 09/09/2021

Cassazione civile sez. I, 09/09/2021, (ud. 06/10/2020, dep. 09/09/2021), n.24299

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CRISTIANO Magda – Presidente –

Dott. DI STEFANO Pierluigi – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

Dott. MACRI’ Ubalda – rel. Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 7063/2019 proposto da:

A.D.I., elettivamente domiciliato in Ravenna, alla via

Meucci, 7, presso lo studio dell’avv. Andrea Maestri, che lo

rappresenta e difende giusta procura speciale allegata al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno;

– intimato –

avverso la sentenza n. 2785/2018 della CORTE D’APPELLO di ANCONA,

depositata il 03/12/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

06/10/2020 dalla Consigliera UBALDA MACRI’;

letta la requisitoria del Pubblico Ministero, in persona del

Sostituto Procuratore Generale Dott. CERONI Francesca, che ha

concluso per l’accoglimento del ricorso.

 

Fatto

RILEVATO

che:

Con sentenza in data 3 dicembre 2018 n. 2785 la Corte di appello di Ancona ha rigettato l’appello presentato da A.D.I., cittadino nigeriano richiedente asilo, avverso l’ordinanza del Tribunale di Ancona che aveva, a sua volta, rigettato il ricorso dell’appellante avverso il provvedimento di diniego del riconoscimento della protezione internazionale e umanitaria emesso nei suoi confronti dalla competente Commissione territoriale.

Il migrante aveva riferito di provenire da Benin City e di aver lasciato il proprio Paese a seguito della scoperta della sua relazione clandestina omosessuale, temendo per la sua incolumità personale, visto che l’omosessualità era punita in Nigeria con la pena di morte o con la reclusione per 30/40 anni; di essere arrivato in Italia dopo avere transitato per il Niger, la Libia e la Grecia, dov’era rimasto qualche anno lavorando in nero.

Il giudice d’appello ha respinto le domande di protezione cd. maggiore rilevando che il racconto, generico e contraddittorio, era inattendibile e che l’Edo State non versa in una situazione di conflitto armato generalizzato; quanto alla domanda di protezione umanitaria, ha osservato che il richiedente non aveva allegato profili di sua vulnerabilità diversi da quelli ritenuti non credibili.

La sentenza è stata impugnata da A.D.I. con ricorso per cassazione affidato a due motivi.

Il Ministero dell’Interno non ha svolto attività difensiva.

Diritto

CONSIDERATO

che:

Con entrambi i motivi il ricorrente impugna la sola statuizione di rigetto della domanda di protezione umanitaria.

Con il primo eccepisce la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, art. 19, comma 1 e art. 33 Convenzione di Ginevra, perché la Corte d’appello non avrebbe tenuto conto delle condizioni della Libia, suo Paese di transito.

Con il secondo lamenta l’omesso esame di fatti decisivi, quali la conoscenza della lingua italiana e la partecipazione a corsi di formazione e volontariato per inserirsi sul territorio nazionale. Sostiene inoltre che il rigetto della domanda di protezione umanitaria non può essere automatica conseguenza del rigetto di quella internazionale e sussidiaria.

Il primo motivo è infondato, in quanto il mero transito in Libia è elemento di per sé irrilevante ai fini della decisione, non solo rispetto all’indagine sul rischio persecutorio o al danno grave, che va compiuta con riguardo al Paese di origine o alla dimora abituale se il richiedente è apolide (Cass., Sez. 1, n. 31676 del 2018, n. 10835 del 2020 e n. 13758 del 2020,), ma anche rispetto alla verifica della sussistenza dei presupposti per il rilascio di un permesso di soggiorno per ragioni umanitarie, qualora, come nella specie, non risulti che il richiedente abbia allegato a sostegno della domanda di protezione minore i fatti caratterizzanti il suo soggiorno nel Paese di transito (quali ad es., le violenze o le torture ivi subite), né abbia dedotto che l’esperienza ivi vissuta sia significativa in relazione ad indici specifici (quali ad es. la sua durata, in comparazione col tempo trascorso nel Paese d’origine).

Il secondo motivo è inammissibile, sia perché non si confronta con la sentenza impugnata, che ha escluso che A. avesse allegato ulteriori profili di vulnerabilità al di fuori di quello, ritenuto non credibile, concernente la sua condizione di omosessuale, sia perché non specifica, secondo quanto richiesto dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, se, e in quale esatta sede processuale, siano stati prodotti i documenti che dimostrerebbero il raggiunto grado di integrazione sociale del ricorrente in Italia.

Pertanto il ricorso va nel complesso rigettato.

Nulla per le spese nei confronti del Ministero dell’Interno, che non ha svolto attività difensiva.

Sussistono i presupposti per il versamento da parte del ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso per cassazione, a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, a prescindere dal riscontro dell’eventuale provvedimento di sua ammissione al patrocinio a spese dello Stato, poiché la norma esige dal giudice unicamente l’attestazione dell’avere adottato una decisione di inammissibilità o improcedibilità o di reiezione integrale dell’impugnazione, anche incidentale, competendo poi in via esclusiva all’Amministrazione di valutare se, nonostante l’attestato tenore della pronuncia, vi sia in concreto, per la presenza di fattori soggettivi, la possibilità di esigere la doppia contribuzione (Cass. n. 9661 del 2019, la cui articolata motivazione si richiama).

PQM

La Corte rigetta il ricorso;ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, il 6 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 9 settembre 2021

 

 

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