Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24288 del 29/11/2016


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Cassazione civile sez. I, 29/11/2016, (ud. 13/09/2016, dep. 29/11/2016), n.24288

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPPI Aniello – Presidente –

Dott. DIDONE Antonio – rel. Consigliere –

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio Pietro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 10030/2015 proposto da:

AZZOLINI COSTRUZIONI GENERALI S.P.A., in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE

G. MAZZINI 146, presso l’avvocato EZIO SPAZIANI TESTA, e la

rappresenta e difende unitamente agli avvocati ANDREA DALPONTE,

MARCO DE CRISTOFATO, giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

TONY COSTRUZIONI S.R.L., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA ANCILLA MARIGHETTO

94, presso l’avvocato ALESSIO PICA, che la rappresenta e difende

unitamente all’avvocato MAURIZIO ROAT, giusta procura a margine del

controricorso;

Z.L. S.R.L., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA F. CONFALONIERI 5,

presso l’avvocato ANDREA MANZI, che la rappresenta e difende

unitamente all’avvocato ANDREA MANTOVANI, giusta procura a margine

del controricorso;

– controricorrenti –

contro

GRAEBER S.R.L., C.F., CI.GI., PROCURA GENERALE

DELLA REPUBBLICA PRESSO LA CORTE DI APPELLO DI TRENTO;

– intimati –

avverso il decreto della CORTE D’APPELLO di TRENTO, depositato il

10/03/2015;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

13/09/2016 dal Consigliere Dott. ANTONIO DIDONE;

udito, per la ricorrente, l’Avvocato M. DE CRISTOFARO che ha chiesto

l’accoglimento del ricorso;

udito, per la controricorrente TONY COSTRUZIONI, l’Avvocato M. ROAT

che ha chiesto il rigetto del ricorso;

udito, per la controricorrente Z., l’Avvocato G. CALDERARA, con

delega, che ha chiesto il rigetto del ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. DE

RENZIS Luisa, che ha concluso per l’inammissibilità, in subordine

rigetto del ricorso.

Fatto

RAGIONI DI FATTO E DI DIRITTO DELLA DECISIONE

1.- Con il decreto impugnato la Corte di appello di Trento, accogliendo il reclamo proposto da tre creditori opponenti contro il decreto del Tribunale di Rovereto che aveva omologato il concordato preventivo (misto: liquidatorio e con continuità aziendale) proposto dalla s.p.a. Azzolini Costruzioni, ha respinto la domanda di omologa, rimettendo gli atti al tribunale per la pronuncia su istanza di fallimento pendente.

In estrema sintesi, il Tribunale, a fronte della affermazione dei creditori opponenti ed in particolare della società TONY, che la società AZZOLINI avrebbe dissimulato una parte dell’attivo ed in particolare crediti nei confronti della società Edilarcense, dava ingresso ad una fase incidentale del procedimento volta a verificare se dissimulazione vi fosse stata e se vi fossero pertanto i presupposti per la revoca del concordato L. Fall., ex art. 173. Nel corso di tale procedimento incidentale di revoca il commissario giudiziale ha dichiarato che il credito di AZZOLINI verso Edilarcense era non solo esistente ma ammontava a circa Euro 900.000,00, essendo poi stato interamente svalutato all’interno del piano e considerato (con posta uguale a zero) all’interno delle “rimanenze”.

Secondo il tribunale non vi era stata dissimulazione di attivo perchè i crediti verso le società “collegate ai soci” erano stati indicati nel piano nel contesto “rimanenze” seppure non fossero stati chiaramente evidenziati – e, inoltre, il chiarimento reso dal legale rappresentante della società nel corso del procedimento incidentale di revoca aveva smentito una diversa ipotesi di dissimulazione legata ad un artificio nella costruzione del piano, per il quale i crediti erano per un verso totalmente svalutati al fine di attribuirvi una insignificanza rispetto alla proposta concordataria e, per altro verso, erano conservati nella disponibilità della società AZZOLINI – e non ceduti ai creditori – che avrebbe così potuto decidere se tentarne meno il recupero ovvero se rinunciare a vantaggio di società collegate ai soci.

Per contro, la Corte di merito ha valorizzato proprio la dichiarazione resa soltanto nel corso del procedimento incidentale di revoca quale conferma dell’intento fraudolento della dissimulazione degli ingenti crediti (fatturati e non) vantati nei confronti delle società immobiliari facenti capo alla famiglia del legale rappresentante della società, per un ammontare superiore a Euro 2.500.000. Crediti non indicati in proposta e interamente svalutati ma destinati a restare a vantaggio della società dopo l’esdebitazione concordataria.

1.1.- Contro il decreto della Corte di appello la società debitrice ha proposto ricorso per cassazione affidato a due motivi, articolati in più censure.

Resistono con controricorso la s.r.l. Z.L. e la s.r.l. Tony Costruzioni.

Nel termine di cui all’art. 378 c.p.c., parte ricorrente ha depositato memoria.

2.- Con il primo motivo la ricorrente denuncia “Falsa applicazione della L. Fall., art. 173, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, nonchè omesso esame di fatto decisivo, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5, nella parte in cui la Corte d’appello ha riscontrato una dissimulazione fraudolenta di poste attive, da parte della debitrice concordataria, in un contesto in cui la frode radicalmente da escludersi per impossibilità concreta che le informazioni omesse potessero alterare la percezione dei creditori circa la situazione dell’impresa e le prospettive di una liquidazione fallimentare, e per conseguente ineluttabile esclusione di qualsiasi possibilità di malizia nella condotta dell’impresa in concordato dei suoi soci”.

Con il secondo motivo denuncia “Falsa applicazione della L. Fall. art. 173, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, nonchè omesso esame di fatto decisivo, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5, nella parte in cui la Corte d’appello ha riscontrato una dissimulazione fraudolenta di poste attive, da parte della debitrice concordataria, nella asseritamente “postuma” svalutazione dei crediti verso le immobiliari riconducibili ai soci della stessa, pretermettendo di considerare in iure che tale svalutazione, in quanto avente ad oggetto cespiti integralmente ceduti ai creditori e destinati ad essere escussi dal liquidatore giudiziale, non potevano influenzare il giudizio dei creditori, ed omettendo l’esame di fatti decisivi idonei ad attestare che detta svalutazione nè era postuma nè era strumentale, sì da escludere ineluttabilmente qualsiasi ipotesi di malizia a carico dell’impresa in concordato o dei suoi soci”.

3.- Il ricorso deve essere dichiarato inammissibile.

Infatti, mentre in relazione alle censure di falsa applicazione della L. Fall., art. 173, va osservato che la sentenza impugnata ha deciso le questioni di diritto in modo conforme alla giurisprudenza di questa Corte e l’esame dei motivi non offre elementi per confermare o mutare l’orientamento medesimo, talchè sono inammissibili ai sensi dell’art. 360 bis c.p.c., n. 2, in relazione ai denunciati vizi motivazionali va rilevato che i motivi veicolano inammissibili censure in fatto. Invero, quanto a tale ultimo profilo, è applicabile ratione temporis il nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5, la cui riformulazione, disposta del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, secondo le Sezioni unite deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione (Sez. U., Sentenza n. 8053/2014).

Quanto al primo profilo, va ricordato che, con riferimento agli “atti in frode” contemplati dal citato art. 173, questa corte ha già avuto occasione di osservare come non si possa prescindere dall’accertamento che il comportamento del proponente è stato posto in essere con dolo (Cass. n. 17038 del 2011), consistente anche nella mera consapevolezza di aver taciuto nella proposta circostanze rilevanti ai fini dell’informazione dei creditori (Cass. 10778 del 2014); e come la condotta del debitore debba appunto risultare volta ad occultare situazioni di fatto idonee ad influire sul giudizio dei creditori (Cass. n. 13817 del 2011, e Cass. n. 3543 del 2014), non identificandosi con quelle di cui agli artt. 64 e segg. della medesima L. Fall., ma occorrendo che esse siano state inizialmente ignorate dagli organi della procedura e dai creditori e successivamente accertate dal commissario giudiziale (Cass. n. 23387 del 2013). Si è anche aggiunto che la disposizione in esame non esaurisce il suo contenuto precettivo nel richiamo al fatto scoperto perchè ignoto nella sua materialità, ma ben può ricomprendere il fatto non adeguatamente e compiutamente esposto in sede di proposta di concordato ed allegati, e che quindi può dirsi accertato dal commissario, in quanto individuato nella sua completezza e rilevanza ai fini della corretta informazione dei creditori, solo successivamente (Cass. n. 9050 del 2014).

Si è anche puntualizzato che la fraudolenza degli atti posti in essere dal debitore, se implica, come già detto, una loro potenzialità decettiva nei riguardi dei creditori, non per questo assume rilievo, ai fini della revoca dell’ammissione al concordato, solo ove l’inganno dei creditori si sia effettivamente realizzato e si possa quindi dimostrare che, in concreto, i creditori medesimi hanno espresso il loro voto in base ad una falsa rappresentazione della realtà. Quel che rileva è il comportamento fraudolento del debitore, non l’effettiva consumazione della frode. Se così non fosse, se cioè l’accertamento degli atti fraudolenti ad opera del commissario potesse essere superato dal voto dei creditori, preventivamente resi edotti della frode e disposti ugualmente ad approvare la proposta concordataria, non si capirebbe perchè il legislatore ricollega invece immediatamente alla scoperta degli atti in frode il potere-dovere del giudice di revocare l’ammissione al concordato. E ciò senza la necessità di alcuna presa di posizione sul punto dei creditori, ormai resi edotti della realtà della situazione venuta alla luce, e senza dare spazio alcuno a possibili successive loro valutazioni in proposito (come, sul piano sistematico, risulta oggi confermato anche dall’applicabilità dell’istituto della revoca per atti fraudolenti sin dalla fase ancora embrionale della procedura, in caso di domanda di concordato con riserva di successiva presentazione della proposta e del piano, a norma della L. Fall., art. 161, comma 6, novellato dal D.L. n. 69 del 2013, art. 82, comma 1, lett. b, convertito con L. n. 98 del 2013). Ciò porta a concludere che il legislatore ha inteso sbarrare la via del concordato al debitore il quale abbia posto dolosamente in essere gli atti contemplati dal citato art. 173, individuando in essi una ragione di radicale non affidabilità del debitore medesimo e quindi, nel loro accertamento, un ostacolo obiettivo ed insuperabile allo svolgimento ulteriore della procedura.

3.1.- Correttamente applicando i principi innanzi ricordati, la Corte di merito ha accertato in fatto che quello che parte resistente chiama un “ravvedimento tattico, tardivo e pseudo-riparatore (così controricorso s.r.l. Tony Costruzioni), costituisce comportamento sussumibile nella L. Fall., art. 173, perchè la società ricorrente ha dissimulato parte dell’attivo celando ai creditori notevoli crediti vantati nei confronti delle società immobiliari facenti capo alla famiglia del suo legale rappresentante (oltre Euro 2.500.000, secondo quanto riferito dal commissario giudiziale). La tardiva dichiarazione del legale rappresentante della società, resa soltanto nel corso del procedimento di revoca instaurato nell’ambito del giudizio di omologazione (quindi, dopo la votazione da parte dei creditori) e diretto ad una inammissibile trasformazione di un concordato in continuità in un concordato misto (inammissibilità oggetto di un motivo di reclamo ritenuto assorbito dalla Corte di merito ma che riemergerebbe pienamente nell’ipotesi di cassazione con rinvio) è stata – con apprezzamento incensurabile in sede di legittimità – correttamente letta dalla Corte di appello quale ammissione del tentativo sventato.

Le deduzioni in fatto svolte dalla ricorrente al fine di ricondurre i crediti tra le rimanenze svalutate a zero si rivelano come inammissibili censure dirette a smentire quanto accertato dalla Corte di merito sulla scorta delle dichiarazioni rese dal commissario giudiziale.

4.- Alla declaratoria di inammissibilità del ricorso consegue la condanna della ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità nella misura precisata in dispositivo.

Infine, sussistono i presupposti per il versamento dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate, per ciascuna parte resistente, in Euro 7.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi oltre spese forfettarie e accessori come per legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 13 settembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 29 novembre 2016

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