Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24262 del 18/11/2011

Cassazione civile sez. trib., 18/11/2011, (ud. 26/10/2011, dep. 18/11/2011), n.24262

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PIVETTI Marco – Presidente –

Dott. DI BLASI Antonino – Consigliere –

Dott. GRECO Antonio – Consigliere –

Dott. CARACCIOLO Giuseppe – Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 31249/2007 proposto da:

CARBONI & DERIVATI SRL (già CARBONI & DERIVATI SPA), in

persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA

PIAZZA CAVOUR presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE,

rappresentato e difeso dall’avvocato RENZELLA ROBERTO con studio

presso l’avvocato MASI FLAVIO in MILANO VIA SAULI 1 (avviso postale),

giusta delega a margine;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE UFFICIO DI MILANO (OMISSIS), in persona del

Direttore

pro tempore, AGENZIA DELLE ENTRATE UFFICIO CENTRALE, in persona del

Direttore pro tempore, elettivamente domiciliati in ROMA VIA DEI

PORTOGHESI 12 presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che li

rappresenta e difende ope legis;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 79/2006 della COMM.TRIB.REG. di MILANO,

depositata il 02/10/2006;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

26/10/2011 dal Consigliere Dott. FRANCESCO TERRUSI;

udito per il ricorrente l’Avvocato DELLA VALLE CRISTINA per delega

avvocato RENZELLA ROBERTO, che ha chiesto l’accoglimento del ricorso;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

GAMBARDELLA Vincenzo, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La commissione tributaria regionale della Lombardia, con sentenza n. 79/40/2006 pubblicata il 2.10.2006 (non notificata) ha confermato la decisione di primo grado, reiettiva di un ricorso della Carboni e Derivati s.p.a. contro il silenzio-rifiuto formatosi su un’istanza di rimborso di somme versate a titolo di ritenuta per imposta sui dividendi. Ha motivato ritenendo inadempiuto l’onere della prova in ordine alla mancanza della causa debendi, trattandosi di asserito indebito oggettivo ed essendosi l’istante limitata a produrre un documento fiscale (la dichiarazione a suo tempo presentata a titolo di sostituto d’imposta) “secondario o derivato”, e non invece il documento obbligatorio originario su cui fondare il titolo per il rimborso, tale essendo il libro delle delibere assembleari della società.

Per la cassazione di questa sentenza ricorre la Carboni e Derivati s.r.l. (già s.p.a.), articolando tre motivi ai quali l’intimata agenzia delle entrate resiste con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. – Col primo mezzo la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 2033 e 2697 c.c., nonchè vizio di motivazione, sostenendo che la sentenza impugnata, seppure richiamandola, abbia in verità disatteso il precetto di Cass. n. 1170/1999, secondo cui, nell’azione di ripetizione ex art. 2033 c.c., l’attore può limitarsi a invocare e provare l’inidoneità del titolo da lui stesso ipotizzato.

Assume essere ciò avvenuto con l’esposizione di aver essa versato per errore la ritenuta d’imposta, stante la non avvenuta distribuzione di dividendi; donde spettava all’agenzia delle entrate attribuire il versamento a una diversa causa, ovvero provare che il versamento era in effetti dipeso da un’obbligazione tributaria esistente. Il motivo è concluso dal quesito “se, ai sensi degli artt. 2033 e 2697 c.c., l’attore che abbia dichiarato di aver versato erroneamente imposte all’erario debba dimostrare l’inesistenza della causa petendi ipotizzata o se la prova incomba viceversa sull’erario”.

Il motivo è infondato in quanto la commissione regionale, rigettando l’appello proposto dalla società avverso la sentenza di primo grado, con la quale era stato respinto il ricorso avverso il silenzio- rifiuto formatosi sull’istanza di rimborso, ha ritenuto che la società, cui incombeva il relativo onere, non avesse fornito la prova circa l’inesistenza dell’obbligazione tributaria correlata alla distribuzione di dividendi.

Tale affermazione è immune da rilievi di legittimità, avendo la commissione correttamente applicato la regola di ripartizione dell’onere della prova nel processo tributario, secondo la quale incombe al contribuente dare la prova del fatti che giustificano l’azione di rimborso. Tale prova, invero, doveva essere fornita dalla società giustappunto in considerazione del fatto che l’azione da essa proposta tendeva al rimborso di tributi versati.

In tal senso devesi fissare il principio di diritto in risposta al primo quesito, in coerenza con l’orientamento consolidato della Corte sul punto (v. a es., in tema di rimborsi Irap, Cass. n. 3680/2007; n. 3678/2007; in tema di agevolazioni fiscali Cass. n. 19187/2006; più in generale Cass. n. 8439/2004).

2. – Col secondo mezzo la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 27, e D.P.R. n. 322 del 1998, art. 4, nonchè vizio di motivazione, in ordine al giudizio espresso dalla commissione regionale a proposito della irrilevanza della prodotta dichiarazione fiscale. Sostiene la ricorrente che le disposizioni richiamate disciplinano l’obbligo del sostituto d’imposta di operare la ritenuta e di presentare la dichiarazione fiscale evidenziante l’obbligazione tributaria a suo carico. Talchè proprio la dichiarazione fiscale – siccome non contestata dall’agenzia delle entrate – dovevasi ritenere il documento probante la sussistenza o meno dell’obbligazione stessa. Il motivo è concluso dal quesito “se, ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 27, e D.P.R. n. 322 del 1998, art. 4, il sostituto di imposta debba essere tenuto a versare ritenute non indicate nella relativa dichiarazione fiscale regolarmente presentata e non contestata dall’agenzia delle entrate e se le ritenute eventualmente versate in eccesso rispetto a quanto dichiarato debbano essere restituite al contribuente”.

Col terzo mezzo la società deduce, infine, violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., nonchè vizio di omessa, contraddittoria o insufficiente motivazione, sostenendo, in relazione alla critica consegnata al secondo motivo, che la prova, nella specie, della esistenza o meno della obbligazione tributaria poteva essere fornita solo a mezzo della dichiarazione fiscale; donde la commissione avrebbe dovuto valutare la dichiarazione detta.

3. – I suddetti motivi, unitariamente scrutinabili in quanto connessi, sono infondati e in parte inammissibili. E’ opportuno chiarire che è errata la deduzione posta al fondo del quesito di cui al secondo motivo, in ordine al fatto di non avere l’amministrazione contestato la dichiarazione fiscale presentata. L’assunto si risolve nella previa affermazione che i fatti presupposti del diritto azionato in sede di rimborso, asseritamente desumibili dalla dichiarazione fiscale, non necessitavano di prova in quanto non oggetto di contestazione tra le parti del successivo giudizio. Ma si fonda su un evidente errore prospettico, in quanto non considera che il processo tributario, anche sub specie di giudizio di rimborso, costituisce sempre un giudizio d’impugnazione di un atto autoritativo dell’amministrazione finanziaria sull’istanza del contribuente. Per cui è l’atto impugnato (finanche nella forma del silenzio-rifiuto) a esprimere la posizione processuale dell’amministrazione nel giudizio, posizione che non può essere modificata se non attraverso un idoneo atto di autotutela. Pertanto, ove il peso dei fatti costitutivi della pretesa fatta valere in giudizio non incomba, come nella specie, sull’amministrazione finanziaria, questa non ha l’onere di contestare espressamente i fatti affermati dal contribuente (cfr. Cass. n. 19187/2006).

Quanto esposto mina il fondamento del secondo motivo sopra detto, e la pertinenza e coerenza del conclusivo quesito.

4. – La rilevanza del terzo motivo è limitata al dedotto vizio di motivazione, non essendo la prioritariamente eccepita violazione di legge sintetizzata in apposito quesito di diritto.

Ma il vizio di motivazione non si apprezza, avendo la commissione regionale esercitato il potere di valutazione della prova a lei esclusivamente riservato, e avendone dato contezza in modo congruo e pertinente.

E’ infatti principio fondamentale in tema di distribuzione di dividendi nelle società di capitali (azionarie – come la Carboni e Derivati all’epoca dei fatti – o meno), secondo il regime dettato dall’art. 2433 c.c., comma 1, nel testo anteriore alla riforma del diritto delle società ex D.Lgs. n. 6 del 2003, quello che riserva all’assemblea, che approva il bilancio, di adottare la delibera della distribuzione degli utili ai soci. Non tutti gli utili di bilancio, secondo le regole generali, sono infatti distribuibili sotto forma di dividendi (vincoli di destinazione derivando dalla legge – quanto per es. alle riserve o alla copertura di perdite anteriori – e potendo derivare dall’atto costitutivo o dallo statuto). Sicchè, da un lato, l’approvazione del bilancio non determina in sè l’insorgere di un diritto individuale (e di un corrispondente obbligo collettivo) di assegnazione agli, azionisti della propria parte di utile, e dall’altro resta sempre necessaria, a tal fine, l’ulteriore (e oggettivamente distinta) deliberazione assembleare (v. per riferimenti Cass. n. 9295/2010; n. 2020/2008; n. 10271/2004).

Alla luce dei citati principi, è pertanto congruamente motivata l’impugnata sentenza nella misura in cui ha ritenuto non probante la semplice dichiarazione fiscale della società, onde inferirne, in mancanza della produzione di documenti propriamente organizzativi quali il libro delle adunanze e delle deliberazioni delibere assembleari attinenti (art. 2421 c.c.), il fatto costitutivo (id est, la decisione di non distribuire utili) dell’azione di rimborso.

5. – Il ricorso è rigettato. Spese processuali alla soccombenza.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alle spese del giudizio di cassazione, che liquida in Euro 1.600,00, oltre al rimborso delle spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Quinta Civile, il 26 ottobre 2011.

Depositato in Cancelleria il 18 novembre 2011

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