Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24252 del 29/11/2016

Cassazione civile sez. II, 29/11/2016, (ud. 05/10/2016, dep. 29/11/2016), n.24252

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MAZZACANE Vincenzo – Presidente –

Dott. MIGLIUCCI Emilio – Consigliere –

Dott. MATERA Lina – Consigliere –

Dott. CORRENTI Vincenzo – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 21373/2012 proposto da:

R.P.M., (OMISSIS), P.A. (OMISSIS),

elettivamente domiciliati in ROMA, V. PRESTINARI 15, presso lo

studio dell’avvocato OBERDAN TOMMASO SCOZZAFAVA, che li rappresenta

e difende unitamente all’avvocato GAETANO FATATO, giusta procura

speciale in calce al ricorso;

– ricorrenti –

e contro

B.M.C., B.A., B.G.; quali

eredi di R.G., elettivamente domiciliati in ROMA alla V.

SCOTT 62, presso lo studio dell’avvocato ELISABETTA PACI e

rappresentati e difesi dall’avvocato ANDREA CAMINITI giusta procura

notatile in atti;

– controricorrenti –

e contro

RA.GI. e R.P., quali eredi di R.P.,

elettivamente domiciliati in ROMA, VIA DOMA 36, presso lo studio

dell’avvocato FRANCESCA ROMANA SASSO e rappresentati e difesi

dall’avvocato GIUSEPPE DI PIETRO, giusta procura in calce al

controricorso;

L.S., in proprio e quale esercente la responsabilità

genitoriale sul figlio minore R.C., elettivamente

domiciliati in ROMA, VIA MAZZINI 140, presso lo studio BIANCHI –

ZAPPASODI e rappresentati e difesi dall’avvocato GIACOMO CALDERONIO,

giusta procura a margine del controricorso;

– ricorrenti incidentali –

e contro

M.C., M.F., M.G., quali

eredi di R.A.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 275/2012 della CORTE D’APPELLO di MESSINA,

depositata l’11/05/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

05/10/2016 dal Consigliere Dott. MAURO CRISCUOLO;

udito l’Avvocato Patrizia Marino per delega dell’Avvocato Scozzafava

per i ricorrenti principali e l’Avvocato Andrea Caminiti per i

controricorrenti;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore

Generale Dott. SGROI Carmelo, che ha concluso, previa riunione, per

il rigetto del ricorso principale e dei ricorsi incidentali.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto di citazione notificato in data 25-29/11/1991 R.G. conveniva in giudizio i germani Ra.An., P. ed A. ed esponeva che nel (OMISSIS) il genitore R.P. aveva redatto un testamento olografo con cui aveva disposto di tutti i suoi immobili in favore dei figli, ad eccezione di un fondo rustico in contrada (OMISSIS), mentre in data (OMISSIS) aveva donato sempre in favore di tutti i figli ed in maniera equa gli immobili di sua proprietà in (OMISSIS), così che il testamento restava valido per i beni siti in (OMISSIS), non avendo nemmeno in tale occasione disposto del fondo in contrada (OMISSIS).

A seguito della morte del genitore avvenuta in data (OMISSIS), Ra.An. le aveva comunicato di avere rinvenuto altro testamento olografo redatto dal de cuius e recante la data del (OMISSIS), con il quale, previa conferma delle altre disposizioni di cui al precedente testamento, lasciava il detto fondo in comune e pro indiviso ai soli figli maschi, An. e P., ponendo a carico di questi l’onere di corrispondere alle sorelle la somma di Lire 2.000.000 cadauna.

In seguito, ed a distanza di 17 anni dalla pubblicazione del testamento de quo, a seguito di dissapori sorti tra i fratelli maschi, l’attrice aveva iniziato a sospettare dell’autenticità del testamento, avendone conferma in seguito alla redazione di una perizia grafologica.

Ciò premesso, adiva il Tribunale di Messina affinchè fosse dichiarata l’inesistenza ovvero la nullità assoluta del testamento del (OMISSIS), accertando che l’eredità paterna era regolata dal testamento del (OMISSIS) per i beni in Messina e dalla successione legittima per il fondo in contrada (OMISSIS), dichiarando in ogni caso esclusi i fratelli per indegnità.

Si costituiva in giudizio Ra.An. il quale deduceva di essere venuto a conoscenza della scheda testamentaria impugnata solo allorchè il fratello P., che conviveva con il padre, gliela aveva consegnata ai fini della pubblicazione, ignorando l’esistenza del preesistente testamento.

In ogni caso eccepiva la prescrizione della domanda attorea.

Si costitutiva R.P. che del pari eccepiva la prescrizione e contestava la falsità del testamento, assumendo che fosse invece stato redatto effettivamente dal genitore.

Nella contumacia di R.A., all’esito dell’istruttoria, il Tribunale con la sentenza n. 2574 del 18 ottobre 2003 rigettava la domanda in accoglimento della preliminare eccezione di prescrizione, assumendo, e solo per completezza di motivazione, che il testamento, alla luce della CTU espletata, appariva autentico.

A seguito di appello proposto da R.G., e nella resistenza degli appellati, disposta una rinnovazione della CTU ed affidato di poi l’incarico ad un collegio peritale, la Corte d’Appello di Messina con la sentenza non definitiva n. 275 dell’11 maggio 2012, accertata la falsità del testamento olografo del 10/11/1974, dichiarava che la successione di R.P. era regolata in parte dal testamento del (OMISSIS) ed in parte dalle regole della successione legittima, quanto al fondo in contrada (OMISSIS), ma dichiarava Ra.An. e P. esclusi dalla successione per indegnità, disponendo procedersi alla divisione dei beni relitti tra le sole figlie G. ed A., rimettendo a tal fine la causa in istruttoria.

Rilevava la Corte che non poteva condividersi la decisione del giudice di prime cure circa la prescrizione della domanda attorea finalizzata ad ottenere l’accertamento dell’inesistenza ovvero della nullità del testamento del (OMISSIS), trattandosi all’evidenza di esercizio di un diritto imprescrittibile.

Inoltre, laddove fosse stata accertata la falsità del testamento nemmeno potrebbe attribuirsi rilevanza ai sensi dell’art. 590 c.c., alla condotta degli eredi con la quale si era data attuazione alla volontà contenuta nel testamento apocrifo.

Passando alla disamina della autenticità del testamento, pur dando atto dell’esistenza di valutazioni contrastanti ad opera dei vari periti occupatisi della vicenda, riteneva che si potesse pervenire alla conclusione della falsità sulla base anche di altre prove raccolte in corso di causa.

Una volta però esclusa la rilevanza probatoria delle dichiarazioni rese dai convenuti nonchè della missiva del 16 giugno 1998 apparentemente riconducibile alla contumace R.A., trattandosi di affermazioni rese pro se, ben diverso valore andava attribuito alle prove testimoniali.

Tra queste, se era scarsamente attendibile la deposizione resa dal marito dell’attrice, ben più pregnante era quella del teste M.P., indifferente rispetto alle parti, il quale aveva riferito fatti che coincidevano con la versione fornita dall’attrice, specie per quanto attiene alla confidenza che quest’ultima avrebbe ricevuto dal fratello P.. Nella deposizione vi era poi riscontro in ordine al motivo per il quale P. avrebbe rivelato a G. il segreto che aveva serbato per anni, rappresentato dal momentaneo dissidio verificatosi tra i due fratelli maschi.

Peraltro la affermazione della falsità, che si ricava dalla deposizione del teste, trovava conforto anche negli esiti della CTU, ed in particolare dell’accertamento peritale collegiale, che aveva evidenziato i molteplici profili che deponevano per la falsità del testamento del (OMISSIS) in quanto opera di un tentativo di imitazione della grafia del defunto.

Nell’esaminare l’ulteriore domanda di indegnità proposta dall’attrice nei confronti dei due fratelli, rilevava la Corte messinese che, a mente della previsione di cui dell’art. 453 c.c., n. 6, è indegno colui che abbia formato o abbia fatto scientemente uso di un testamento falso, sicchè la fattispecie risultava applicabile ai convenuti.

Quanto però all’eccezione di prescrizione, che invece risulta invocabile per l’azione di indegnità, rilevava la sentenza che sebbene l’attrice avesse riferito di aver sin dall’inizio manifestato delle perplessità sul contenuto del testamento rinvenuto dal fratello, e sebbene avesse avuto la possibilità di prendere visione dell’atto al fine di farne verificare l’autenticità, tuttavia la stessa aveva nutrito legittimo affidamento nella fiducia accordata ai germani, la cui condotta aveva carattere doloso e come tale era idonea a condizionare la conoscenza dell’esistenza della causa di indegnità.

L’attrice quindi non ebbe motivo di avere certezze sulla falsità del testamento se non quando venne informata dal fratello An., evento che si colloca in epoca assolutamente prossima alla notifica dell’atto di citazione.

Per l’effetto ha dichiarato l’indegnità di Ra.An. e P. disponendo procedersi alla divisione dei beni relitti esclusivamente tra le sorelle G. ed A..

Per la cassazione di tale pronunzia hanno proposto ricorso R.P.M. e P.A., quali eredi di Ra.An., sulla base di due motivi.

B.A., B.M.C. e B.G., quali eredi di R.G. hanno resistito con controricorso.

L.S., in proprio e quale esercente la responsabilità genitoriale sul figlio minore R.C., quali eredi di Ra.An., hanno resistito con controricorso proponendo ricorso incidentale affidato a due motivi.

R.G. e R.P., quali eredi di R.P., hanno resistito con controricorso, proponendo anche loro ricorso incidentale sulla base di due motivi.

Gli intimati M.C., F. e G., quali eredi di R.A., non hanno svolto difese in questa fase.

Parte ricorrente ed i controricorrenti B. hanno depositato memorie ex art. 378 c.p.c..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo di ricorso principale si denunzia la violazione e falsa applicazione degli artti. 463, 2935 e 2946 c.c., in relazione alla previsione di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3, nonchè l’omessa e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia.

Si evidenzia che nello stesso atto di citazione l’attrice aveva confermato di non essersi avveduta della falsità del testamento semplicemente perchè non ne aveva preso visione, pur avendo motivi di sospettare circa la sua autenticità, specificando che solo circa un anno prima della notifica della citazione, anche a seguito di dissidi insorti tra i germani P. ed An., aveva cominciato a sospettare che il secondo testamento fosse falso, decidendosi quindi a sottoporlo alla valutazione di un perito.

Ha tuttavia aggiunto che a prima vista aveva compreso che il testamento) non era riconducibile al padre, confermando in tal modo quindi che se avesse immediatamente preso visione del testamento, subito si sarebbe avveduta della sua falsità.

Il lungo lasso di tempo intercorso tra la scoperta del testamento e l’esercizio dell’azione di indegnità non giustifica l’impedimento al decorso della prescrizione, come invece ritenuto) dai giudici di appello, non potendosi altresì ravvisare la sussistenza di una condotta dolosa ad opera di Ra.An..

Inoltre, la motivazione sarebbe contraddittoria laddove, pur dandosi atto delle perplessità insorte in R.G. al momento in cui le venne comunicata la scoperta del secondo testamento, attesa la destinazione assegnata al fondo in contrada (OMISSIS) difforme da quella manifestata in vita dal de cuius, e pur essendosi dato atto che l’attrice era nella possibilità di poter immediatamente visionare il testamento, tuttavia ha ritenuto che la omessa verifica de qua fosse pienamente giustificabile.

Si aggiunge altresì che Ra.An. si era semplicemente limitato a ricevere il testamento che il fratello P. assumeva di avere rinvenuto nella casa del genitore, ed al fine di curarne la pubblicazione, come peraltro confermato anche dalla difesa processuale di P., il che consente di escludere che la falsificazione del testamento sia riconducibile al dante causa dei ricorrenti.

Quanto invece all’altra causa di indegnità, consistente nell’uso consapevole del testamento falsificato, trattasi di circostanza mai dedotta nè dimostrata e della quale non vi è nemmeno menzione nella sentenza gravata, sicchè la Corte d’Appello nel dichiarare l’indegnità di Ra.An. ha violato l’art. 463 c.c., o comunque ha adottato una motivazione ampiamente lacunosa.

Con il secondo motivo di ricorso si lamentala violazione e falsa applicazione degli artt. 463 e 467 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, nella parte in cui la decisione gravata ha affermato che i beni ereditari debbano devolversi, in ragione della dichiarata indegnità dei figli maschi, solo in favore delle figlie femmine del de cuius.

Tuttavia tale statuizione si pone in violazione della previsione di cui all’art. 467 c.c., che prevede che l’istituto della rappresentazione, in favore dei discendenti, operi anche in caso di indegnità.

Per l’effetto, una volta pronunziata l’indegnità di Ra.An. i beni a questi spettanti si devolvono in favore dei suoi discendenti, tra cui R.P.M..

Ciò implica altresì che l’attrice difettava di legittimazione attiva ed interesse ad agire in ordine alla domanda di indegnità, questioni queste rilevabili anche in sede di legittimità, posto che anche in caso di accertamento dell’indegnità, non avrebbe mai potuto avvantaggiarsi della relativa pronunzia, vedendo i beni spettanti all’indegno devoluti in favore dei suoi discendenti.

2. Ha proposto due motivi di ricorso incidentale anche L.S., in proprio e nella qualità di esercente la responsabilità genitoriale sul figlio minore C., il primo dei quali è sostanzialmente sovrapponibile al primo motivo del ricorso principale.

In parte sovrapponibile al secondo motivo del ricorso principale è anche il secondo motivo del ricorso incidentale, nella parte in cui denunzia il mancato rilievo del difetto di legittimazione e di interesse ad agire in capo all’attrice, in ragione dell’operatività dell’istituto della rappresentazione anche in caso di declaratoria di indegnità, aggiungendosi nella rubrica del motivo anche la denunzia del vizio motivazionale ex art. 360 c.p.c., n. 5, sebbene poi nella parte espositiva del motivo tale denunzia non risulti richiamata ed illustrata.

3. Anche il primo motivo di ricorso incidentale formulato da R.G. e R.P., quali eredi di R.P., richiama le argomentazioni sopra esposte in ordine al primo motivo del ricorso principale, laddove denunzia la violazione degli artt. 463, 2935 e 2946 c.c., aggiungendosi, quanto alla insussistenza della causa di indegnità la considerazione per la quale la Corte distrettuale, avrebbe immotivatamente affermato che il testamento fosse stato falsificato dai germani R. e che comunque gli stessi ne avessero fatto uso, nella consapevolezza della sua falsità.

Il secondo motivo di ricorso incidentale, al pari del secondo motivo del ricorso principale, denunzia la violazione e falsa applicazione degli artt. 463 e 467 c.p.c., richiamandosi l’operatività nel caso di specie dell’istituto della rappresentazione, con il conseguente difetto di interesse ad agire e di legittimazione in capo all’originaria parte attrice.

4. Il primo motivo del ricorso principale e dei ricorsi incidentali è infondato e deve essere rigettato.

Infatti, le argomentazioni delle parti non appaiono confrontarsi con la reale ratio decidendi e con l’effettivo contenuto della sentenza impugnata, con specifico riferimento all’accertamento della causa di indegnità.

In tal senso, i giudici di appello, chiamati a pronunziarsi a monte sulla questione relativa alla falsità del testamento, questione ormai non più controversa in questa sede, posto che tutti i discendenti dei convenuti R.P. ed An. hanno mostrato acquiescenza alla declaratoria di falsità del testamento olografo del 1974, che nel dare atto della sussistenza di contrasti tra le conclusioni espresse dai periti nominati in corso di causa, ha ritenuto di dover valorizzare gli esiti della prova testimoniale, ed in particolare il contenuto della deposizione del teste M.P..

La Corte messinese, dopo aver dato atto della piena attendibilità del teste, e della verosimiglianza delle sue dichiarazioni, in ragione dei peculiari rapporti di frequentazione che aveva con le parti, a pag. 11 della sentenza, ha evidenziato come tale testimonianza costituisse riprova della falsità, atteso che il teste aveva riferito della confidenza che R.P. aveva fatto alla sorella G., circa appunto la falsità del testamento, aggiungendo poi che si trattava di un segreto che lo stesso P. aveva custodito per anni, e che si era determinato a rivelare in conseguenza del (temporaneo) dissidio insorto con l’altro fratello.

Da tale deposizione, oltre a trarre elementi decisivi per la dichiarazione di falsità del testamento, la sentenza poi a pag. 16 ha tratto argomenti anche in ordine alla causa di indegnità, avendo espressamente affermato che, alla luce proprio di quanto riferito dal M., non poteva dubitarsi del fatto che i germani R. “i quali hanno fatto consapevole uso del testamento falso e che loro sapevano essere falso in quanto riferito dal teste M.”.

Ne discende che la denunzia di violazione dell’art. 463 c.c., risulta priva di fondamento, in quanto la declaratoria di indegnità appare supportata da un accertamento in fatto, frutto della valutazione delle risultanze istruttorie, circa, non già la riconducibilità effettiva dell’attività di falsificazione ai danti causa dei ricorrenti, quanto in merito all’utilizzo del testamento nella consapevolezza della sua falsità, consapevolezza della quale aveva appunto riferito il teste.

D’altronde la effettività dell’accertamento circa la sussidenza di una causa di indegnità, fondato sulle risultanze della prova testimoniale appare emergere dalla stessa formulazione del motivo di ricorso incidentale di R.G. e P., i quali, ancorchè nella prima parte, ed analogamente agli altri ricorrenti, assumono che la condotta dolosa dei convenuti fosse stata apoditticamente affermata dai giudici di merito, in seguito denunziano la non significatività della deposizione del teste M., la cui rilevanza in chiave probatoria andrebbe ridimensionata.

In tale prospettiva, ed avendo riguardo al motivo di ricorso in relazione al denunziato vizio della motivazione, i ricorsi stessi peccano evidentemente del requisito di autosufficienza, in quanto pur lamentando una arbitraria e non logica ricostruzione delle vicende in fatto, sulla scorta del materiale probatorio in atti, omettono tuttavia di riportare nel contenuto dei loro scritti proprio il tenore della deposizione del teste M., sulla quale, come sopra evidenziato, si regge essenzialmente la valutazione del giudice di merito.

Quanto invece alla pretesa violazione delle norme in tema di prescrizione dell’azione di indegnità, sul presupposto che l’attrice avrebbe potuto immediatamente avvedersi della falsità del testamento e del fatto che era stato quindi pubblicato un testamento apocrifo, ritiene il Collegio che i motivi si rivelino privi di fondamento anche in parte qua.

La sentenza di merito, con motivazione in fatto insindacabile in questa sede, se non per difetto di logicità, ha effettivamente dato atto che l’attrice alla notizia del rinvenimento del testamento, aveva manifestato delle perplessità circa l’effettiva corrispondenza dell’atto alla volontà manifestata in vita dal de cuius, circa le sorti del fondo in contrada (OMISSIS), e che avrebbe potuto anche far visionare immediatamente il testamento, ma ha ritenuto di poter superare l’eccezione di prescrizione, facendo richiamo a quanto affermato da questa Corte nella sentenza n. 7266 del 2006.

In tale circostanza si è appunto precisato che l’azione rivolta ad ottenere la pronunzia dell’indegnità a succedere, quindi una sentenza che ha natura costitutiva, si prescrive nel termine di dieci anni dall’apertura della successione; tuttavia, poichè l’art. 2935 c.c., nello stabilire che la prescrizione comincia a decorrere dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere, si riferisce soltanto alla possibilità legale di far valere il diritto, quindi agli impedimenti di ordine giuridico e non già a quelli di mero fatto, rientrando in questi ultimi anche l’ignoranza del titolare del diritto, quando la stessa è incolpevole, la prescrizione di detta azione nel caso di indegnità conseguente alla formazione o all’uso di un testamento falso (art. 463 c.c., n. 6) inizia a decorrere dal giorno in cui il soggetto legittimato ad esercitarla abbia la ragionevole certezza e consapevolezza sia della circostanza che ad una parte pretenda di essere erede e si qualifichi come tale in forza di un testamento che si ha motivo di ritenere falso, sia del proprio diritto a conseguire l’eredità o il legato, in virtù di indici oggettivamente univoci idonei a determinare detto convincimento in una persona di normale diligenza, il cui apprezzamento è riservato alla valutazione del giudice del merito.

Orbene, e proprio facendo applicazione di tali principi, la sentenza gravata ha evidenziato che era giustificabile l’iniziale inerzia dell’attrice, la quale pur avendo manifestato delle sorprese, non aveva ancora maturato le certezze cui fa riferimento il precedente sopra richiamato, sulla non autenticità del secondo olografo, certezze invece maturate solo allorchè, ed in epoca prossima alla notifica della citazione, venne informata dal fratello della loro consapevolezza della falsità del testamento a suo tempo pubblicato.

Trattasi come detto di accertamento in fatto riservato al giudice di merito, e come tale insindacabile, non palesandosi alcuna incongruità o irragionevolezza nell’iter argomentativo fatto proprio dalla Corte distrettuale, occorrendo a tal fine rimarcare ai fini della coerenza delle conclusioni di quest’ultima, che la sola visione del testamento non poteva fornire certezze circa la falsità dell’olografo, come confortato dai contrasti emersi tra i vari periti nominati, e dal fatto che la conclusione circa la falsità, sebbene supportata dall’accertamento del collegio peritale, ha tratto decisivo argomento proprio dalla prova testimoniale, concernente appunto la confidenza fatta dal germano all’attrice circa la non autenticità del testamento.

5. Del pari infondato è il secondo motivo del ricorso principale e dei ricorsi incidentali.

Si sostiene infatti che, stante l’operatività della rappresentazione in favore dei discendenti dell’indegno (in tal senso si veda Cass. n. 11195/1996), una volta accertata la sussistenza della causa di indegnità in capo ad Ra.An. e P., non per questo i beni loro spettanti sulla successione paterna, sarebbero pervenuti all’attrice ed all’altra sorella contumace, in quanto sarebbero in ogni caso subentrati i discendenti degli indegni.

Si deduce pertanto che ciò attiene sia alla legittimazione ad agire che all’interesse ad agire in capo all’attrice, e cioè alla sussistenza di due condizioni dell’azione, il cui difetto è rilevabile in ogni stato e grado del giudizio, e quindi anche in sede di legittimità.

La deduzione non è meritevole di condivisione.

Ed, infatti, proprio il precedente di legittimità richiamato in ricorso e rappresentato da Cass. n. 6859/1993, la cui massima recita che legittimati a chiedere la pronuncia di indegnità possono essere soltanto coloro che potenzialmente sono idonei a subentrare al posto dell’indegno nella delazione ereditaria e quindi i successibili per diritto di rappresentazione e coloro che hanno titolo di subentrare in caso di rinuncia di detti successibili all’eredità, depone in senso contrario a quanto sostenuto dai ricorrenti, ammettendo che la legittimazione ad agire per l’indegnità competa non solo a coloro che possono subentrare per rappresentazione agli indegni, ma anche, e senza che rilevi la previa rinuncia dei successibili per rappresentazione all’eredità spettante al rappresentato, a coloro che subentrerebbero per effetto della rinuncia. In tal senso depone anche la tradizionale configurazione dell’indegnità a succedere come causa di esclusione dalla successione (e non già di incapacità a succedere), destinata ad operare solo una volta che sia intervenuta la pronunzia di indegnità, la quale determina quindi anche la delazione dell’eredità nei confronti dei rappresentanti, con la conseguente applicazione anche dell’art. 480 c.c., u.c., in punto di prescrizione.

D’altronde che questa sia la corretta interpretazione dei principi in tema di legittimazione a proporre l’azione di indegnità si ricava anche da Cass. n. 2145/1974, che ha appunto chiarito che la mera esistenza di successibili per diritto di rappresentazione in luogo dell’indegno non costituisce circostanza, di per sè, idonea ad escludere l’interesse ad agire per far pronunziare l’indegnità, in quanto i detti successibili potrebbero non accettare l’eredita, consentendo, in tal modo, all’attore di succedere, a sua volta, nell’asse ereditario.

Deve pertanto escludersi che l’attrice, in ragione dell’esistenza di successibili per rappresentazione, difettasse o difetti dell’interesse ad agire e della legittimazione, sicchè una volta esclusa la rilevanza della questione in punto di verifica delle condizioni dell’azione, la stessa esaminata sotto il diverso profilo della rilevanza sul merito della vicenda, si palesa evidentemente come questione nuova, come tale insuscettibile di essere sollevata in sede di legittimità.

A tal fine i ricorrenti avrebbero dovuto, in assenza di richiamo alla stessa contenuta nella sentenza impugnata, specificamente dedurre se ed in quale circostanza la questione fosse stata sollevata nei precedenti gradi di merito, onde consentire di escludere il carattere della novità e la conseguente inammissibilità della deduzione, ma anzi dalla stessa formulazione dei motivi sembra emergere che si tratti appunto di un tema di indagine dedotto per la prima volta in questa sede.

Inoltre la verifica circa l’operatività della rappresentazione implica in ogni caso la necessità di un accertamento in fatto, quale ad esempio la verifica della esistenza in vita dei pretesi rappresentanti alla data di apertura della successione (elemento questo che sembra essere carente per R.C., la cui data di nascita, come si ricava dall’intestazione del ricorso incidentale, è successiva al decesso del de cuius R.P.).

Inoltre, non deve trascurarsi che, almeno a quanto consta dalla lettura della sentenza, la partecipazione al giudizio dei discendenti degli originari convenuti, è avvenuta nella qualità di credi di questi ultimi, e senza quindi l’intento di avvalersi degli effetti della rappresentazione, circostanza questa che non appare priva di rilievo, avendo questa Corte affermato che (cfr. Cass. n. 19884/2010) nel giudizio di divisione ereditaria, qualora gli eredi invochino in primo grado, come titolo successorio, il proprio diritto di rappresentazione rispetto al genitore che ha rinunciato all’eredità, costituisce domanda nuova – come tale inammissibile in grado di appello – quella con la quale i medesimi, nel successivo giudizio di secondo grado, ribadiscono la domanda di divisione sul diverso presupposto per cui, non avendo il genitore redatto l’inventario nei termini di legge ed essendo il medesimo nel possesso dei beni ereditari, la sua rinuncia sarebbe da ritenere priva di effetto (in senso sostanzialmente conforme Cass. n. 8021/2012, che in relazione al possibile concorso con l’istituto dell’accrescimento, ha precisato che il diritto di rappresentazione non opera ex officio, ma solo su eccezione della parte interessata).

Mutatis mutandis, deve quindi ritenersi che sia inammissibile il mutamento della posizione dei ricorrenti da semplici eredi degli originari convenuti, in aventi diritto alla successione del comune dante causa, non più in detta qualità, ma nella diversa veste di rappresentanti dei soggetti dichiarati indegni, e quindi facendo valere un titolo autonomo a succedere.

6. Al rigetto del ricorso consegue la condanna dei ricorrenti principali ed incidentali al rimborso delle spese in favore dei controricorrenti come liquidate in dispositivo.

PQM

La Corte rigetta il ricorso principale ed i ricorsi incidentali, e condanna i ricorrenti principali ed i ricorrenti incidentali, in solido tra loro, al rimborso delle spese in favore dei controricorrenti che liquida in Euro 8.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali pari al 15% sui compensi, ed accessori come per legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 5 ottobre 2016.

Depositato in Cancelleria il 29 novembre 2016

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