Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24229 del 04/10/2018

Cassazione civile sez. II, 04/10/2018, (ud. 18/06/2018, dep. 04/10/2018), n.24229

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETITTI Stefano – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 4707/2018 R.G., proposto da:

Q.B., rappresentato e difeso dall’avv. Sergio Tredicine,

con domicilio eletto in Napoli, Piazza Garibaldi n. 73;

– ricorrente –

contro

UnipolSai s.p.a., rappresentata e difesa dall’avv. Mario Tuccillo,

con domicilio eletto in Roma, Via Pietro Della Valle n. 4;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Napoli 8288/2017,

depositata in data 18.7.2017;

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 18.6.2018 dal

o Consigliere Dott. Giuseppe Fortunato;

Lette le conclusioni scritte del Pubblico Ministero, in persone del

sostituto Procuratore Generale Dott. PEPE Alessandro, che ha chiesto

il rigetto del ricorso.

Fatto

FATTI DI CAUSA

Q.B. ha adito il Giudice di pace di Napoli, chiedendo la condanna dell’UnipolSai s.p.a. al pagamento di Euro 358,55 a titolo di corrispettivi per l’attività di perito assicurativo svolta nell’interesse della resistente in occasione del sinistro stradale indicato in atti.

Il Giudice di pace ha accolto la domanda, con pronuncia integralmente riformata in appello.

Il Tribunale ha rilevato che il ricorrente aveva proposto centinaia di azioni “tutte caratterizzate da identico petitum ed identica causa petendi, aventi ad oggetto il pagamento del compenso professionale per l’attività di perito svolta in favore della società assicurativa (compenso maturato prima dell’instaurazione della prima di tali cause) e ha ritenuto che il Q. avesse abusato del processo, “moltiplicando ingiustificatamente il numero delle controversie, senza alcun interesse meritevole di tutela a disarticolare la sua pretesa creditoria in una pluralità di azioni giudiziali, che evidentemente determinavano un aggravamento della posizioni processuale della controparte”.

Ha inoltre ritenuto che la domanda non potesse essere comunque accolta nel merito poichè “le parti avevano concluso un contratto, per fatti concludenti, secondo cui per ogni incarico ricevuto il compenso dell’appellato era pari ad Euro 40,00 ed era già stato corrisposto per tutti gli incarichi conferiti nel tempo”, a nulla potendo valere che il corrispettivo fosse stato imposto dalla società assicuratrice.

Per la cassazione di questa sentenza Q.B. ha proposto ricorso in sei motivi, illustrati con memoria, cui la Unipolsai s.p.a. ha resistito con controricorso e con memoria illustrativa.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Va respinta l’istanza di remissione della causa alle Sezioni Unite. Non si configurano questioni di massima di particolare importanza nè un contrasto di pronunce all’interno di questa stessa Sezione, posto che le sentenze n. 18808/2016, n. 18809/2016 e n. 18810/2016, richiamate in ricorso, vertono su questioni non decisive per la soluzione del caso in esame e comunque sono superate dalla giurisprudenza successiva alla pronuncia a SSUU n. 4090/2017 (cfr. sentt. nn. 3738/2018, 1356/2018, 1355/2018, 1354/2018, 1353/2018, 1352/2018, 1351/2018, 717/2018, 491/2018, 490/2018, 489/2018, 163/2018, 162/2018, 161/2018, 160/2018, 159/2018, 158/2018, 31167/2017, 31166/2017, 31165/2017, 31164/2017, 31163/2017, 31162/2017, 31161/2017, 31017/2017, 31016/2017, 31015/2017, 31014/2017, 31013/2017, 31012/2017, 31011/2017);

2. Il primo motivo di ricorso denuncia la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 274 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per aver il Tribunale omesso di disporre la riunione del presente giudizio alle controversie pendenti tra le stesse parti e vertenti sulle medesime questioni.

Il secondo motivo di ricorso denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 1175 e 1375 c.c. e art. 111 Cost., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, sostenendo che i periti assicurativi, a fronte della natura economica della loro prestazione, esercitata in modo stabile e con struttura organizzativa indipendente dalla impresa assicurativa committente, rientrerebbero nella nozione funzionale di impresa delineata dalla giurisprudenza comunitaria, non deponendo in senso contrario l’esistenza tra le parti di un mandato continuativo, per cui sarebbe errata la conclusione del Tribunale secondo cui il ricorrente aveva proposto più domande nascenti dallo stesso rapporto.

Il terzo motivo censura la violazione della L. n. 172 del 2017, art. 19 quaterdecies, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per aver la sentenza non tenuto conto che la citata disposizione, nel modificare della L. n. 247 del 2012, l’art. 13 bis, ha disposto che il compenso degli avvocati iscritti all’albo regolati da convenzioni aventi ad oggetto lo svolgimento delle attività di cui all’art. 2, commi 5 e 6, deve esser proporzionato alla quantità e qualità del lavoro prestato e che tali prescrizioni si applicano anche ai periti assicurativi.

Il quarto motivo censura l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Il Tribunale avrebbe erroneamente ritenuto che il ricorrente avesse accettato, per facta concludentia, un compenso molto inferiore a quello previsto dalle tariffe professionali, senza tener conto che tale circostanza era stata contestata ed era comunque smentita dalla documentazione IES dell’anno 2010, comprovante la percezione di importi differenti in relazione ai singoli incarichi espletati.

Il quinto motivo censura letteralmente la violazione del giudicato implicito delle sentenze nn. 18808/2016, 18809/2016, 18810/2016. Con il sesto motivo deduce l’erronea interpretazione dei principi nomofilattici espressi dalle Sezioni Unite nelle pronunce nn. 23726/2007 e 4090/2017, per aver la sentenza impugnata ritenuto che la molteplicità degli incarichi ricevuti dal ricorrente fosse riconducibile ad un unico rapporto svoltosi nel tempo mentre invece, alla luce dei principi affermati dalle sentenze richiamate in rubrica, per ogni singolo incarico doveva ritenersi perfezionato un singolo rapporto contrattuale, essendo escluso il frazionamento del credito azionato in giudizio.

3. Il primo motivo è infondato.

In linea generale, il provvedimento di riunione tra cause connesse, fondandosi su valutazioni di mera opportunità, costituisce esercizio di un potere discrezionale del giudice ed ha natura ordinatoria, non essendo impugnabile nè sindacabile in sede di legittimità (Cass. 8024/2018; Cass. 2245/2015).

Nelle cause di appello relative a pronunce del giudice di pace connesse ad altre controversie anche solo per identità delle questioni da cui dipende la decisione, la riunione è obbligatoria ai sensi dell’art. 151 disp. att. c.p.c., ma, ove non disposta, la sentenza non è nulla ed è censurabile solo se la trattazione separata delle cause abbia determinato un aggravio delle spese processuali, profilo che, tuttavia, non è oggetto di censura (Cass. 17612/2013; Cass. 5457/2014).

4. Per ragioni di ordine logico, va esaminato anzitutto il quarto motivo di ricorso, che va dichiarato inammissibile.

Non può tenersi conto della dichiarazione IES 2010, poichè non riguarda la nullità della sentenza o l’inammissibilità del ricorso o del controricorso ed inoltre la circostanza che tale documento sia stato tardivamente reperito (ma non anche formato successivamente ai gradi di mento), non ne legittima l’acquisizione in questa sede di legittimità (Cass. 7161/2010; Cass. 27475/2017; Cass. s.u. 25038/2013).

La sentenza non può – quindi – essere censurata per violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 poichè la norma consente di sindacare solo l’omesso esame di un fatto decisivo che sia stato oggetto di dibattito processuale, non anche il mancato apprezzamento di circostanze non portate all’esame del giudice di merito e non risultanti dalle acquisizioni processuali (Cass. s.u. 8053/2014).

5. Il secondo, il terzo, il quinto ed il sesto motivo sono assorbiti. Dal rigetto del quarto motivo deriva, invero, la definitività della statuizione – che ha valenza di autonoma ratio decidendi – con cui il Tribunale ha ritenuto che le parti avessero concordato il compenso per gli incarichi successivamente conferiti e ciò, in disparte ogni altra questione, rende irrilevante scrutinare le altre censure, non potendone comunque conseguire l’annullamento della pronuncia (Cass. s.u. 7931/2013).

Il ricorso è quindi respinto, con aggravio di spese secondo soccombenza, con liquidazione in dispositivo.

Essendo il ricorrente Q.B. ammesso al patrocinio a spese dello Stato (Delib. 14 novembre 2017 del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli), non sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1,comma 17, che ha aggiunto il comma 1- quater al testo unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13 – dell’obbligo di versamento, da parte del medesimo ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione integralmente rigettata (Cass. 13935/2017).

Non può, infine, esaminarsi l’istanza di revoca dell’ammissione al gratuito patrocinio formulata dal Procuratore generale, poichè, in mancanza di una previsione espressa per i giudizi civili, deve applicarsi per analogia il principio, sancito per i giudizi penali dal D.P.R. n. 115 del 2002, art. 112 secondo cui il provvedimento è di competenza del magistrato che procede o, se procede la Corte di cassazione, del magistrato che ha emesso il provvedimento (Cass. 26966/2011).

PQM

rigetta il ricorso e condanna il ricorrente a rimborsare alla controricorrente le spese sostenute nel giudizio di cessazione, che liquida in Euro 200,00 per esborsi ed in Euro 645,00 per compenso, oltre ad iva, cnap e spese generali in misura del 15%.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dichiara che non sussistono i presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 18 giugno 2018.

Depositato in Cancelleria il 4 ottobre 2018

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