Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24217 del 08/09/2021

Cassazione civile sez. II, 08/09/2021, (ud. 17/11/2020, dep. 08/09/2021), n.24217

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. ORICCHIO Antonio – Consigliere –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. COSENTINO Antonello – rel. Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 25042-2019 proposto da:

M.S., rappresentato e difeso dall’avvocato ANNA MARIA GALIMBERTI,

giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

L’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– controricorrente –

nonché contro

COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE

INTERNAZIONALE DI BOLOGNA;

– intimata –

avverso il decreto di rigetto n. cronol. 3207/2019 del TRIBUNALE di

BOLOGNA, depositato il 13/07/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

17/11/2020 dal Consigliere Dott. ANTONELLO COSENTINO.

 

Fatto

RAGIONI IN FATTO ED IN DIRITTO DELLA DECISIONE

Il sig. M.S. ha proposto ricorso, sulla scorta di quattro motivi, per la cassazione del decreto del tribunale di Bologna, Sezione Specializzata in materia di Immigrazione, Protezione internazionale e Libera circolazione dei cittadini UE che, condividendo le statuizioni della Commissione Territoriale della stessa città, ha rigettato la sua domanda tesa al riconoscimento della protezione internazionale e della protezione umanitaria.

Il tribunale, pur riconoscendo la credibilità del racconto del richiedente che afferma di aver lasciato il (OMISSIS) in seguito ad un’inondazione del fiume (OMISSIS) che avrebbe districo la propria casa e portato via i terreni, costringendo il suo intero nucleo familiare a vivere in una baracca sulla strada, esclude che ciò costituisca una condizione rilevante ai fini del riconoscimento dello status di rifugiato, non avendo il ricorrente prospettato alcun pericolo di persecuzione in caso di rientro in Patria.

Allo stesso modo, non ricorrono i presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria, non avendo il ricorrente fornito alcuna indicazione in ordine al rischio di subire un danno grave per la propria incolumità in caso di rientro ed essendo le conseguenze adombrate di natura meramente economica Il ricorrente afferma infatti che, qualora dovesse tornare in (OMISSIS), non saprebbe dove vivere, non avendo più una casa. Si esclude altresì, in base a recenti e accreditate COI, opportunamente citate, la sussistenza di una situazione di violenza generalizzata in (OMISSIS), tale da mettere in serio pericolo l’incolumità della popolazione civile.

Infine, si nega la protezione umanitaria, non soltanto in base alla non sussistenza di una situazione di particolare vulnerabilità in caso di rimpatrio, ma anche in base alla considerazione che l’alluvione, risalente al (OMISSIS), non basti di per sé a determinare un livello di privazione dei diritti fondamentali e delle condizioni essenziali di vita nel Paese di provenienza tale da giustificare il riconoscimento della protezione umanitaria.

Con il primo motivo di ricorso, riferito all’art. 360 c.p.c., n. 3 il sig. M.S. deduce la violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 5, e D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 8. Il tribunale avrebbe fondato il diniego di protezione su mere speculazioni soggettive senza valutare i fatti, ossia la circostanza che il ricorrente, a seguito dell’alluvione, sia rimasto privo di casa e di terreni da coltivare, lo stato di completa indigenza della famiglia e l’impossibilità di trovare riscatto sociale nel suo Paese. Il ricorrente afferma di aver compiuto ogni ragionevole sforzo per circostanziare la domanda, rendendo un racconto completo e credibile, tanto più che continue alluvioni devastano ogni anno il (OMISSIS), mettendo in pericolo la vita delle persone. Il tribunale, negando la protezione senza indagare la situazione generale esistente nel Paese, è venuto meno al dovere di cooperazione istruttoria officiosa.

Con il secondo motivo di ricorso, riferito all’art. 360 c.p.c., n. 3 il sig. M.S. deduce la violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 8 in relazione all’art. 7 stesso decreto, per avere il tribunale negato il riconoscimento dello status di rifugiato.

Il ricorrente rileva che anche ingerenze particolarmente intense nella vita privata e familiare (art. 8 CEDU) possono, a determinate condizioni, essere considerate persecutorie: misure che isolatamente non sono sufficientemente gravi da configurare una persecuzione, valutate nel loro complesso possono delineare una persecuzione, attuale o temuta, quando l’effetto dannoso subito dal soggetto rappresenti una grave violazione dei diritti umani fondamentali.

Con il terzo motivo di ricorso, riferito all’art. 360 c.p.c., n. 3 il sig. M.S. deduce la violazione e/o falsa applicazione del 215/

art. 2, lett. g), in relazione al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, per avere il tribunale negato la protezione sussidiaria.

Il ricorrente allega frammenti del rapporto annuale 2017-2018 di Amnesty International e il report di (OMISSIS) del 2016, al fine di rappresentare il contesto socio-politico del (OMISSIS), le forti contraddizioni sociali, le catastrofi naturali, l’estrema povertà che favorisce il consolidamento dei gruppi terroristici. Il tribunale, a detta del ricorrente, non ha tenuto in debito conto la situazione generale di instabilità e insicurezza del (OMISSIS), che, se adeguatamente considerata, avrebbe condotto al riconoscimento della protezione sussidiaria di cui alla lett. c), ancor più che per danno grave non si intende solo l’offesa alla vita e all’integrità fisica, ma anche l’offesa arrecata alla sfera morale e psichica della persona.

Con il quarto motivo di ricorso, riferito all’art. 360 c.p.c., n. 3 il sig. M.S. deduce la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 5, comma 6 T.U., lamentando il diniego di permesso di soggiorno per motivi umanitari. Il tribunale avrebbe dovuto effettuare un giudizio comparativo tra la situazione del richiedente nel Paese d’origine e il livello di integrazione raggiunto in Italia, al fine di verificare la sussistenza di una incolmabile sproporzione tra i due contesti di vita. Si contesta, in particolar modo, l’affermazione del tribunale secondo cui l’alluvione non causa di per sé privazione dei diritti fondamentali dell’uomo. Si osserva che i cambiamenti ambientali interagiscono con un complesso di fattori socio-economici, culturali e politici che determinano la scelta di fuga dal Paese di provenienza. Gli effetti delle calamità naturali in (OMISSIS) vanno inquadrati nel contesto di povertà di massa, corruzione politica e mancanza di sviluppo. Si invoca il diritto di ogni individuo ad un livello di vita adeguato per sé e per la propria famiglia, con riferimento all’alimentazione, all’alloggio e al vestiario, e il diritto fondamentale alla libertà dalla fame (Patto internazionale relativo ai diritti economici, sociali e culturali e Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, ratificati con L. n. 881 del 1997).

Il Ministero dell’Interno ha presentato controricorso.

La causa è stata chiamata all’adunanza di camera di consiglio del 17 novembre 2020, per la quale non sono state depositate memorie.

Quanto alla prima doglianza, con cui si deduce che il tribunale ha negato la protezione in base a mere speculazioni soggettive senza valutare i fatti, essa appare inammissibile.

La credibilità e coerenza della narrazione del richiedente protezione non vengono messa in discussione nel caso in esame, avendo il collegio fondato il diniego di protezione internazionale sulla natura puramente economica delle ragioni della fuga, sicché la censura relativa alla violazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 5, risulta priva di pertinenza alle argomentazioni sviluppate nella motivazione del provvedimento impugnato.

Quanto alla seconda doglianza, con cui si contesta il mancato riconoscimento dello status di rifugiato, anch’essa appare inammissibile. Nell’illustrazione del motivo il ricorrente fa generico riferimento a “ingerenze particolarmente intense nella vita privata e familiare” (pg. 8 del ricorso), senza allegare alcun fatto dal quale possa desumersi un fondato timore di subire persecuzioni per motivi di razza, religione, appartenenza etnica o opinione politica, risultando la censura estremamente vaga ed astratta. Si veda in tal senso Cass. ord. n. 27336/2018: “La domanda diretta ad ottenere il riconoscimento della protezione internazionale non si sottrae all’applicazione del principio dispositivo, sicché il ricorrente ha l’onere di indicare i fatti costitutivi del diritto azionato, pena l’impossibilità per il giudice di introdurli d’ufficio nel giudizio”.

Quanto alla terza doglianza, con cui si contesta il mancato riconoscimento della protezione sussidiaria per non avere il collegio tenuto in debita considerazione la situazione generale del (OMISSIS), essa appare infondata. Il tribunale ha esaminato le più recenti e accreditate COI, citando tra gli altri rapporti di Human Rights Watch, per giungere infine a escludere l’esistenza in (OMISSIS) di un conflitto armato tale da porre in serio pericolo l’incolumità della popolazione civile. L’obbligo di cooperazione istruttoria richiesto al giudice in materia di protezione internazionale (Cass. ord. n. 8819/2020) in ordine all’apprezzamento della reale e attuale situazione dello Stato di provenienza risulta assolto nel caso di specie.

Quanto all’ultima doglianza, con cui si contesta il mancato riconoscimento della protezione umanitaria osservando che le calamità naturali possono determinare privazione dei diritti fondamentali, essa appare inammissibile perché non coglie la ratio decidendi; il ricorrente infatti non si confronta col rilievo, posto a base della decisione del tribunale, del rilevante intervallo di tempo intercorso tra l’alluvione a cui ha fatto riferimento il richiedente (risalente al (OMISSIS)), e l’espatrio di quest’ultimo (avvenuto nel 2014).

Il ricorso va quindi rigettato.

Le spese seguono la soccombenza.

Deve altresì darsi atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, del raddoppio del contributo unificato D.P.R. n. 115 del 2002, ex art. 13, comma 1 quater, se dovuto.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna il ricorrente a rifondere all’Amministrazione controricorrente le spese del giudizio di cassazione che liquida in Euro 2.100, oltre le spese prenotate a debito.

Si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, il 17 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 8 settembre 2021

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