Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24210 del 13/10/2017


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Cassazione civile, sez. lav., 13/10/2017, (ud. 13/06/2017, dep.13/10/2017),  n. 24210

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Presidente –

Dott. CURCIO Laura – Consigliere –

Dott. NEGRI DELLE TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 14398-2012 proposto da:

BANCA MONTE PASCHI SIENA S.P.A., C.F. (OMISSIS), in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in

ROMA, CORSO VITTORIO EMANUELE II 326, presso lo studio dell’avvocato

RENATO SCOGNAMIGLIO, che la rappresenta e difende unitamente

all’avvocato CLAUDIO SCOGNAMIGLIO, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

G.S., elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZALE DELLE

PROVINCE 11, presso lo studio dell’avvocato REMIGIO MANCINI,

rappresentata e difesa dall’avvocato CARLO PISAPIA giusta delega in

atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 204/2012 della CORTE D’APPELLO di SALERNO,

depositata il 05/03/2012 R.G.N. 827/10;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

13/06/2017 dal Consigliere Dott. GARRI FABRIZIA;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MATERA MARCELLO che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udito l’Avvocato CLAUDIO SCOGNAMIGLIO.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con sentenza del 5 marzo 2012 la Corte d’appello di Salerno ha respinto l’impugnazione della Banca Monte dei Paschi di Siena s.p.a. avverso la sentenza del giudice del lavoro del Tribunale della stessa sede che l’aveva condannata a corrispondere a G.S., coniuge superstite di Gi.Fr., i ratei di pensione integrativa maturati a decorrere dal 1 aprile 2006, oltre accessori come per legge.

2. La Corte territoriale ha ritenuto infatti che dalla lettura complessiva delle norme della convenzione del 5.9.1985, relativa al sistema integrativo aziendale delle pensioni Inps/Fondo speciale per i dipendenti delle gestioni esattoriali, e del regolamento alla stessa allegato, valutate nella loro concatenazione, si desumeva che l’intenzione dei contraenti era stata quella di riconoscere il diritto al trattamento integrativo in presenza di una determinata anzianità contributiva ed al raggiungimento del sessantesimo anno di età, a prescindere dalla circostanza che quest’ultimo requisito fosse venuto a maturazione durante lo stesso rapporto lavorativo o al di fuori di esso. Ne conseguiva che il Gi., già dipendente della Banca dall’1.4.1972 al 31.12.1989 in qualità di addetto alla gestione del servizio esattoria, successivamente transitato alle dipendenze della Geni s.p.a. – a seguito della cessazione della gestione del servizio di riscossione dei tributi da parte del suddetto istituto di credito – e poi collocato in quiescenza il 1.4.2006, aveva diritto al suddetto trattamento integrativo della pensione, avendo maturato i relativi requisiti previsti dalla summenzionata convenzione.

3. Per la cassazione della sentenza ricorre la Banca Monte dei Paschi di Siena s.p.a. con due motivi al quale resiste la G. con controricorso. Entrambe le parti hanno depositato memorie ai sensi dell’art. 378 c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

4. Col primo motivo, formulato per violazione e falsa applicazione dell’art. 1362 c.c., e per vizio di motivazione, la difesa della Banca Monte dei Paschi di Siena sostiene che la Corte di merito, nel riconoscere alla controparte i benefici della convenzione del 5 settembre 1985 sul trattamento integrativo aziendale della pensione, avrebbe male interpretato le disposizioni di un tale accordo. Sostiene la ricorrente che a voler seguire la lettura datane dai giudici di secondo grado, non si comprenderebbe la ragione per la quale l’istituto di credito avrebbe dovuto impegnarsi in un trattamento così oneroso, quale l’integrazione della pensione, in assoluto favore di lavoratori che, come il Gi., non erano più dipendenti della banca poichè erano, nel frattempo, passati alle dipendenze di altri datori di lavoro. Neppure si comprenderebbe quale interesse avrebbero potuto nutrire le associazioni sindacali nell’ottenere l’estensione del predetto trattamento integrativo ai lavoratori che esse avevano cessato di rappresentare.

5. Col secondo motivo, dedotto per violazione e falsa applicazione dell’art. 1363 c.c., oltre che per carenza e contraddittorietà della motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, la ricorrente contesta l’interpretazione data dalla Corte di merito alla convenzione del 5 settembre 1985. Sostiene infatti che, alla stregua dei criteri esegetici di legge il trattamento integrativo di quiescenza dalla stessa previsto non poteva spettare ai lavoratori che, come il Gi., da anni non erano più alle dipendenze del Monte dei Paschi di Siena.

6. Osserva il Collegio che il ricorso è improcedibile, ai sensi dell’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4. Ed infatti la ricorrente non ha prodotto in giudizio la convenzione del 5 settembre 1985 della cui errata interpretazione si duole, in tal modo precludendo alla Corte la compiuta verifica della fondatezza o meno delle censure articolate sulla base delle disposizioni della citata convenzione.

6.1. Come più volte affermato da questa Corte (cfr. Cass. 04/03/2015 n. 4350) “nel giudizio di cassazione, l’onere di depositare i contratti e gli accordi collettivi – imposto, a pena di improcedibilità del ricorso, dall’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, nella formulazione di cui al D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40 – può dirsi soddisfatto solo con la produzione del testo integrale del contratto collettivo, adempimento rispondente alla funzione nomofilattica della Corte di cassazione e necessario per l’applicazione del canone ermeneutico previsto dall’art. 1363 c.c.; nè, a tal fine, può considerarsi sufficiente il mero richiamo, in calce al ricorso, all’intero fascicolo di parte del giudizio di merito, ove manchi una puntuale indicazione del documento nell’elenco degli atti.” Si è anche chiarito (cfr. Cass. 11/01/2016 n. 195conformemente a Cass. s.u. 03/11/2011 n. 22726) che “in tema di giudizio per cassazione, l’onere del ricorrente, di cui all’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, come modificato dal D.Lgs. n. 40 del 2006, art. 7, di produrre, a pena di improcedibilità del ricorso, “gli atti processuali, i documenti, i contratti o accordi collettivi sui quali il ricorso si fonda” è soddisfatto, sulla base del principio di strumentalità delle forme processuali, quanto agli atti e ai documenti contenuti nel fascicolo di parte, anche mediante la produzione del fascicolo nel quale essi siano contenuti e, quanto agli atti e ai documenti contenuti nel fascicolo d’ufficio, mediante il deposito della richiesta di trasmissione presentata alla cancelleria del giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata, munita di visto ai sensi dell’art. 369 c.p.c., comma 3, ferma, in ogni caso, l’esigenza di specifica indicazione, a pena di inammissibilità ex art. 366 c.p.c., n. 6, degli atti, dei documenti e dei dati necessari al reperimento degli stessi.”.

6.2. In conclusione va dichiarata l’improcedibilità del ricorso.

7. Le spese del giudizio seguono la soccombenza e sono liquidate in dispositivo.

PQM

 

La Corte dichiara il ricorso improcedibile.

Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio nella misura di Euro 3.000,00 per compensi professionali, Euro 200,00 per esborsi, 15% per spese forfetarie ed accessori come per legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 13 giugno 2017.

Depositato in Cancelleria il 13 ottobre 2017

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