Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24186 del 17/11/2011

Cassazione civile sez. lav., 17/11/2011, (ud. 25/10/2011, dep. 17/11/2011), n.24186

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BATTIMIELLO Bruno – Presidente –

Dott. DE RENZIS Alessandro – rel. Consigliere –

Dott. MAMMONE Giovanni – Consigliere –

Dott. ZAPPIA Pietro – Consigliere –

Dott. MELIADO’ Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

M.M., elettivamente domiciliata in Roma, Viale Libia

n. 58, presso lo studio dell’Avv. Ferri Pietro, che la rappresenta e

difende per procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

CONTRO

COMUNE ROMA, in persona del Sindaco legale rappresentante pro

tempore, A.G., elettivamente domiciliata in Roma, Via

del Tempio di Giove n. 21 presso l’Avvocatura Comunale, rappresentato

e difeso dall’Avv. Montanaro Cristina per procura alle liti per atto

notaio Gennaro Mariconda rep. n. 48900 del 21 gennaio 2010;

– controricorrente –

e contro

ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona del legale

rappresentante pro tempore, MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE,

in persona del Ministro pro tempore, MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE

FINANZE DIREZIONE PROVINCIALE DEI SERVIZI VARI, In persona del legale

rappresentante pro tempore;

– intimati –

per la cassazione della sentenza della Corte di Appello di Roma n.

538/09 del 23.01.2009/13.10.2009 nella causa iscritta al n. 7552 R.G.

dell’anno 2004;

udita la relazione svolta in Camera di Consiglio dal Consigliere

Dott. Alessandro De Renzis in data 25.10.2011;

vista la relazione ex art. 380 bis c.p.c. in data 3.05.2001 del Cons.

Alessandro De Renzis;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FINOCCHI GHERSI Renato.

Fatto

RITENUTO IN FATTO E IN DIRITTO

1. La Corte di Appello di Roma con sentenza n. 538 del 13.10.2009 ha confermato la decisione di primo grado, la quale aveva respinto la domanda proposta da M.M. volta ad ottenere riconoscimento del diritto alla pensione di inabilità e all’indennità di accompagnamento. La Corte territoriale, premesso che unico soggetto passivo legittimato andava individuato nell’INPS, ha rilevato che gli accertamenti condotti dal consulente tecnico di ufficio avevano escluso l’esistenza dei presupposti per il riconoscimento d’accompagnamento, ossia l’incapacità a compiere autonomamente gli atti quotidiani della vita e la possibilità di deambulare. La stessa Corte ha poi ritenuto che neppure potesse essere riconosciuta a favore dell’appellante la pensione di inabilità in ragione del superamento del limite annuo del reddito richiesto, tenuto conto anche del reddito del coniuge.

La M. ricorre per cassazione con due motivi.

Resiste con controricorso il Comune di Roma.

Non si sono costituiti l’INPS e il Ministero dell’Economia e delle Finanze.

2. Con il primo motivo la M. lamenta vizio di motivazione circa un punto decisivo della controversia e violazione dell’art. 149 disp. att. c.p.c..

La ricorrente contesta la decisione di appello nella parte in cui ha rigettato la domanda per il riconoscimento dell’indennità di accompagnamento, per essersi riportata acriticamente alle conclusioni della consulenza tecnica di ufficio e per non avere tenuto conto del sopravvenuto aggravamento di tutte le infermità sul complesso invalidante.

Il motivo è infondato, in quanto la M. ha mosso critiche del tutto generiche a tale consulenza, non contrastando gli accurati accertamenti contenuti in essa con precisi elementi probatori in ordine a carenze o deficienze diagnostiche e limitandosi ad opporre un diverso apprezzamento in ordine alla decorrenza del richiesto beneficio.

Trattasi in ogni caso di valutazione di merito non censurabile in sede di legittimità, come più volte ribadito da questa Corte, la quale ha osservato che nel giudizio in materia di invalidità i lamentati errori e lacune della consulenza sono suscettibili di esame unicamente sotto il profilo del vizio di motivazione dell’impugnata sentenza, quando siano riscontrabili carenze e deficienze diagnostiche o affermazioni scientificamente errate e non già quando si prospettino semplici difformità tra la valutazione del consulente circa l’entità e l’incidenza del dato patologico e la valutazione della parte, anche con riguardo alla decorrenza dell’invalidità (Cass. 11 gennaio 2000, n. 225; Cass. 8 agosto 1998, n. 7798; Cass. 9 gennaio 1992, 142). Nè assume decisiva rilevanza il riferimento ad aggravamenti del quadro patologico, meramente enunciato e non documentato.

Con il secondo motivo la ricorrente denuncia violazione di norme di diritto, ed in particolare contesta la decisione di appello per avere negato il riconoscimento della pensione di inabilità in relazione al superamento dei limiti di reddito e alla ritenuta cumulabilità dei redditi dei coniugi per l’ottenimento della richiesta prestazione assistenziale.

Anche questo motivo non merita di essere condiviso, in quanto l’impugnata sentenza è conforme al consolidato indirizzo di questa Corte, di recente ribadito (cfr Cass. n. 5003 del 1 marzo 2011) circa la necessità di tener conto, ai fini dell’accertamento dell’esistenza del requisito reddituale per l’assegnazione della pensione di inabilità, anche del reddito del coniuge.

3. In conclusione il ricorso è infondato e va rigettato.

Nulla per le spese nei confronti del Comune di Roma, ricorrendo le condizioni di cui all’art. 152 disp. att. c.p.c. nella formulazione antecedente al D.L. n. 269 del 2003 (convertito nella L. n. 326 del 2003).

Nulla per le spese nei confronti dell’INPS e del Ministero dell’Economia e delle Finanze, non essendosi costituiti.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Nulla per spese.

Così deciso in Roma, il 25 ottobre 2011.

Depositato in Cancelleria il 17 novembre 2011

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