Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24185 del 25/10/2013


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Civile Sent. Sez. L Num. 24185 Anno 2013
Presidente: VIDIRI GUIDO
Relatore: DI CERBO VINCENZO

SENTENZA

sul ricorso 19257-2008 proposto da:
RIOZZI MARIA ALESSANDRA, elettivamente domiciliata in
ROMA, VIA CAVOUR 221, presso lo studio dell’avvocato
FABBRINI FABIO, che la rappresenta e difende, giusta
delega in atti;
– ricorrente 2013
2438

contro

POSTE ITALIANE S.P.A. 97103880585, in persona del
legale rappresentante pro tempore, elettivamente
domiciliata in ROMA, VIA PO 25/B, presso lo studio
dell’avvocato PESSI ROBERTO, che la rappresenta e

Data pubblicazione: 25/10/2013

difende giusta delega in atti;
– controricorrente –

avverso la sentenza n. 271/2007 della CORTE D’APPELLO
di CAMPOBASSO, depositata il 13/07/2007 R.G.N.
401/2005;

udienza del 04/07/2013 dal Consigliere Dott. VINCENZO
DI CERBO;
udito l’Avvocato BONFRATE FRANCESCA per delega
verbale PESSI ROBERTO;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. MARCELLO MATERA che ha concluso per il
rigetto del ricorso.

udita la relazione della causa svolta nella pubblica

19257.08

Udienza

4 luglio 2013

Pres. G. Vidiri
Rei. V. Di Cerbo

Sentenza

Rilevato che:
1.

La Corte d’appello di Campobasso, decidendo sulla domanda proposta da Maria
Alessandra Riozzi nei confronti di Poste Italiane s.p.a., avente ad oggetto, in
particolare, la declaratoria dell’illegittimità del termine apposto al contratto di lavoro
stipulato in data 30 giugno 2000 fra la lavoratrice e la società convenuta, dato atto che
la lavoratrice, a seguito della sentenza di accoglimento della suddetta domanda
emessa dal giudice di primo grado, era stata reintegrata nel posto di lavoro essendole
stata riconosciuta la conversione del rapporto di lavoro in rapporto a tempo
indeterminato, e dato atto altresì che la stessa si era dimessa a far data dal 30 marzo
2005, in riforma della sentenza di prime cure dichiarava cessata la materia del
contendere a partire dalla data delle dimissioni e, per il periodo precedente, rigettava
la domanda originariamente proposta.

2.

Per la cassazione di tale sentenza la Riozzi ha proposto ricorso; Poste Italiane s.p.a. ha
resistito con controricorso.

3.

Il collegio ha autorizzato una motivazione semplificata.

4.

Come si evince dalla sentenza impugnata Maria Alessandra Riozzi è stata assunta con
contratto a termine stipulato, in data 30 giugno 2000 per il periodo 1 luglio 2000 — 30
settembre 2000, ai sensi dell’art. 8 del c.c.n.l. 26 novembre 1994 per necessità di

espletamento del servizio in concomitanza di assenze per ferie per il periodo giugno —
settembre.

La Corte territoriale, ha in primo luogo rigettato l’eccezione, formulata

da Poste Italiane s.p.a., di sopravvenuta carenza di interesse della lavoratrice
all’impugnazione in relazione alla circostanza che quest’ultima, come si è evidenziato
sub 1., una volta riassunta, si era successivamente dimessa. Nel merito ha ritenuto
legittimo il termine de quo osservando, sotto un primo profilo, che il citato art. 8 del
c.c.n.l. 26 novembre 1994, a norma del quale era stato stipulato il contratto a termine
in esame, era pienamente vigente all’epoca della stipula (30 giugno 2000); sotto altro
profilo ha affermato la piena conformità dell’apposizione del termine nel caso di
esame alla fattispecie prevista dalla norma collettiva prima citata.

3

La Corte

5.

Con i due motivi del ricorso che, in quanto logicamente connessi devono essere
esaminati congiuntamente, la lavoratrice Poste Italiane s.p.a. ha censurato
(denunciando con il primo motivo la sussistenza di un vizio di motivazione e, col
secondo motivo, la violazione dell’art. 1362 cod. civ. in relazione agli artt. 8 e 87 del
c.c.n.l. 26 novembre 1994) la sentenza in esame con specifico riferimento alla
statuizione con la quale ha ritenuto la vigenza del citato art. 8 al momento della stipula
del contratto a termine in esame. Deduce, in particolare, che il suddetto contratto
collettivo era scaduto, per espressa previsione dell’art. 87 del contratto stesso, in data

non poteva essere valutata alla luce della disciplina di cui all’art. 8, da ritenersi non più
vigente. Nell’ultima parte del secondo motivo la ricorrente eccepisce altresì che
comunque, nel contratto a termine in esame, non erano stati indicati né il nome del
lavoratore sostituito, né la causa della sua sostituzione.
6.

Le censure sono infondate.

7.

Deve premettersi che, secondo un orientamento già espresso da questa Corte di
legittimità (cfr., ad esempio, Cass. 10 dicembre 2009 n. 25934; Cass. 1 marzo 2011 n.
4990), orientamento che deve essere in questa sede pienamente ribadito, l’ipotesi
legittimante la stipulazione di contratti a termine per necessità di espletamento del
servizio in concomitanza di assenze per ferie (art. 8 del c.c.n.l. 26 novembre 1994) ha
conservato la propria vigenza anche dopo la data (31 dicembre 1997) di scadenza del
suddetto c.c.n.I., ed è rimasta pienamente applicabile, anche per i periodi feriali
successivi, fino alla stipulazione del nuovo contratto collettivo avvenuta nel gennaio
2001. Ed infatti, a prescindere dal rilievo che l’accordo del 25 settembre 1997,
nell’aggiungere l’ipotesi delle esigenze eccezionali fra le clausole legittimanti
l’apposizione del termine, ha confermato la volontà congiunta delle parti stipulanti di
ritenere tuttora legittimamente operanti le altre ipotesi, tra cui quella dell’assenza per
ferie, previste dall’art. 8 del c.c.n.l. del 1994, è stato correttamente sottolineato che
tale volontà di ritenere vigente quest’ultima ipotesi a prescindere da limitazioni di
carattere temporale ha trovato esplicita conferma nell’accordo 27 aprile 1998 che
estende al mese di maggio il periodo di ferie di cui all’art. 8 del c.c.n.l. del 1994
(inizialmente fissato al periodo giugno – settembre). Coerentemente deve aggiungersi
che, come più volte affermato da questa Corte (cfr., da ultimo, Cass. 28 febbraio 2012
n. 3029) il limite temporale del 30 aprile 1998 non riguarda i contratti stipulati ex art. 8
c.c.n.l. 26 novembre 1994 per necessità di espletamento del servizio in concomitanza

di assenze per ferie. Ciò in quanto l’accordo sindacale sottoscritto in data 16 gennaio
1998, che fissa il suddetto limite temporale del 30 aprile 1998, riguarda
esclusivamente i contratti stipulati in base all’accordo sindacale del 25 settembre
1997, integrativo dell’art. 8 del c.c.n.l. 26 novembre 1994 (esigenze eccezionali

conseguenti alla fase di ristrutturazione e rimodulazione degli assetti occupazionali in
corso … in attesa di attuazione del progressivo e completo equilibrio sul territorio delle
4

3 dicembre 1997 e che quindi la legittimità del termine apposto al contratto in esame

risorse umane); ciò si evince chiaramente dal testo del suddetto accordo del 16
gennaio 1998 con il quale le parti hanno convenuto di riconoscere la sussistenza della
situazione straordinaria, relativa alla trasformazione giuridica dell’ente ed alla
conseguente ristrutturazione aziendale e rimodulazione degli assetti occupazionali in
corso di attuazione, fino alla data del 30 aprile 1998. La sentenza impugnata ha fatto
corretta applicazione dei suddetti principi.

8.

Ritenuta pertanto la piena applicabilità della disciplina di cui al citato art. 8 al contratto

parte del secondo motivo di ricorso) basata sull’omessa indicazione del nome del
lavoratore sostituito. Con giurisprudenza ormai costante (cfr., ad esempio, Cass. 24
ottobre 2011 n. 22009; Cass. 28 dicembre 2011 n. 29294; Cass. 2 marzo 2007 n. 4933)
questa Corte ha infatti precisato che la previsione, operata dalla contrattazione
collettiva, della causale relativa alla “necessità di espletamento del servizio in
concomitanza di assenze per ferie nel periodo giugno settembre”, deve essere
interpretata nel senso che l’indicazione nel contratto del nominativo del lavoratore
sostituito non è necessaria e non è configurabile alcun onere di allegazione e prova
dell’esigenza e dell’idoneità della singola assunzione a far fronte a essa.
9.

Il ricorso deve essere in definitiva rigettato.

10. Al rigetto del ricorso, consegue, per il principio della soccombenza, che le spese del
presente giudizio vengano poste a carico di parte ricorrente nella misura, liquidata in
dispositivo, che tiene conto delle disposizioni di cui al d.m. 20 luglio 2012 n. 140
(entrato in vigore il 23 agosto 2012) emanato ai sensi dell’art. 9 del d.l. n. 1 del 2012
convertito in legge n. 27 del 2012.

P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali
liquidate in Euro 100 per esborsi, oltre Euro 3500 (tremilacinquecento) per compensi e oltre
accessori di legge.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del 4 luglio 2013.

in esame, deve escludersi altresì la fondatezza della censura (contenuta nell’ultima

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