Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24168 del 04/10/2018

Cassazione civile sez. III, 04/10/2018, (ud. 04/04/2018, dep. 04/10/2018), n.24168

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. OLIVIERI Stefano – rel. Presidente –

Dott. SCARANO Luigi A. – Consigliere –

Dott. FIECCONI Francesca – Consigliere –

Dott. GUIZZI Stefano Giaime – Consigliere –

Dott. AMBROSI Irene – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 18324-2016 proposto da:

MINISTERO ISTRUZIONE UNIVERSITA’ RICERCA (OMISSIS), in persona del

Ministro in carica pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che

lo rappresenta e difende per legge;

– ricorrente –

contro

D.L., P.F.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 1822/2016 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 05/05/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

04/04/2018 dal Consigliere Dott STEFANO OLIVIERI.

Fatto

FATTI DI CAUSA

Il Ministero della Istruzione Università e Ricerca risultava soccombente in entrambi i gradi del giudizio di merito promosso con atto di citazione, notificato in data 1.2.1997, da D.L. e da P.F. ed avente ad oggetto il risarcimento del danno alla salute – per compromissione della integrità fisica – e del danno morale soggettivo (quest’ultimo nella misura di Euro 1.000,00) cagionato al P. – allora studente presso il Liceo scientifico statale (OMISSIS) – da altro allievo dell’istituto scolastico durante la lezione di educazione fisica ed imputato a responsabilità dell’insegnante ex art. 2048 c.c., comma 2, per difetto del dovere di vigilanza e mancanza di disciplina della scolaresca.

La Corte d’appello di Napoli, con sentenza 5.5.2016 n. 1822, rigettava inoltre il gravame della Amministrazione statale che aveva investito la decisione di prime cure anche in punto di liquidazione del “quantum”, affermando corretta la distinzione delle voci di danno biologico e morale considerate dal primo Giudice.

Propone ricorso per cassazione il Ministero della Istruzione Università e Ricerca deducendo due motivi.

Non hanno svolto difese gli intimati.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Il Collegio ha raccomandato la redazione della motivazione in forma semplificata.

Il primo motivo (nullità della sentenza, per violazione dell’art. 116 c.p.c., comma 1, per mancata valutazione di una prova documentale ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4) è inammissibile.

In primo luogo la natura processuale del vizio di legittimità, sottoposto all’esame di questa Corte, non corrisponde con la doglianza – sviluppata nella esposizione del motivo – della omessa considerazione da parte del Giudice di merito di un fatto, che aveva costituito oggetto di prova documentale, e che risultava decisivo ai fini della diversa ricostruzione della fattispecie.

Ed infatti l’art. 116 c.p.c., comma 1 evidenzia uno specifico errore nella attività processuale identificabile nella violazione del limite, imposto dalla legge, entro il quale il Giudice può esercitare il potere di valutare le prove secondo il “prudente apprezzamento”, in relazione alla efficacia dimostrativa dei fatti principali e secondari posti a base della ricostruzione della fattispecie concreta: tale limite invalicabile è costituito dalla predeterminazione legale di efficacia dimostrativa assoluta del fatto, attribuita a determinati mezzi di prova.

Ne segue che, come ha ribadito più volte questa Corte (cfr. Corte cass. Sez. 3, Sentenza n. 26965 del 20/12/2007; id. Sez. L, Sentenza n. 13960 del 19/06/2014; id. Sez. 3, Sentenza n. 11892 del 10/06/2016), la denuncia del vizio di legittimità ex art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3) o 4) (sulla natura di diritto sostanziale o processuale della norma della norma in esame, non si è ancora formata una giurisprudenza univoca) per violazione dell’art. 116 c.p.c. è concepibile soltanto:

a) se il giudice di merito valuta una determinata prova ed in genere una risultanza probatoria, per la quale l’ordinamento non prevede uno specifico criterio di valutazione diverso dal suo prudente apprezzamento, pretendendo di attribuirle un altro e diverso valore ovvero il valore che il legislatore attribuisce ad una diversa risultanza probatoria (come, ad esempio, valore di prova legale);

b) se il giudice di merito dichiara di valutare secondo prudente apprezzamento una prova o risultanza soggetta ad altra regola, così falsamente applicando e, quindi, violando la norma in discorso (oltre che quelle che presiedono alla valutazione secondo diverso criterio della prova di cui trattasi).

Nessuna di tali ipotesi è dedotta con il motivo di ricorso in esame, e dunque è errato il riferimento all’asserito vizio di nullità processuale della sentenza per non avere il Giudice esaminato un “fatto storico decisivo”, dovendo piuttosto ricondursi tale errore nell’ambito del differente vizio di legittimità descritto nell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. In contrario non appare perspicuo il richiamo al precedente di questa Corte Sez. 5, Sentenza n. 12514 del 22/05/2013: dall’esame della motivazione di tale precedente emerge chiaramente infatti una più ampia valutazione di inammissibilità del ricorso per cassazione, avendo in quel caso la parte effettuato una commistione tra il vizio di motivazione (per mancato esame di una prova documentale) e quello di violazione dell’art. 116 c.p.c. (senza neppure specificare se dovesse ritenersi violato il primo od il secondo comma di tale norma), avendo omesso del tutto di esporre le ragioni del vizio processuale deducendo invece la mancata considerazione di un documento che avrebbe richiesto al diversa denuncia del vizio ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in tal senso trovando chiarimento l’affermazione contenuta nella parte finale della motivazione, nell’inequivoco richiamo dei precedenti Corte cass. Sez. 2, Sentenza n. 1317 del 26/01/2004 e Sez. 2, Sentenza n. 1063 del 19/01/2005 che ribadiscono il principio secondo cui la parte ricorrente è tenuta a denunziare gli errori imputati alla sentenza impugnata in modo espresso e specifico, con puntuale riferimento ad una o più delle ipotesi previste dall’art. 360 c.p.c., comma 1, nelle forme e con i contenuti prescritti dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4, con la conseguenza che è inammissibile il ricorso prospettante una sequela di censure non aventi ad oggetto uno dei suindicati vizi e non specificamente argomentate con riferimento ai medesimi.

Tanto premesso la censura quando anche ricondotta nel corretto alveo del vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (in tal senso dovendo privilegiarsi alle errate indicazioni della rubrica del motivo di ricorso, gli argomenti in fatto e diritto svolti nella esposizione della critica, dai quali emerga in modo inequivoco la critica formulata alla sentenza impugnata: Corte cass. Sez. 5, Sentenza n. 14026 del 03/08/2012; id Sez. U, Sentenza n. 17931 del 24/07/2013; id. Sez. 3, Sentenza n. 19882 del 29/08/2013) è del pari inammissibile, non rispondendo alle prescrizioni imposte dall’art. 366 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 6, non essendo in alcun modo indicato dalla parte ricorrente se e quando il documento (rapporto di denuncia di infortunio) fosse stato ritualmente prodotto ed acquisito nei gradi di merito, e neppure essendo stato indicato il luogo processuale in cui consentire alla Corte di rinvenirlo (cfr. Corte cass. Sez. U, Sentenza n. 22726 del 03/11/2011; id. Sez. 3, Sentenza n. 8569 del 09/04/2013; id. Sez. 5, Sentenza n. 14784 del 15/07/2015; id. Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 18679 del 27/07/2017) e dovendo, peraltro, ritenersi preclusa in via originaria la sindacabilità dell’errore di fatto, quando anche censurato alla stregua dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, dal disposto dell’art. 348 ter c.p.c., comma 5, (applicabile alla fattispecie D.L. n. 83 del 2012, ex art. 54, comma 2, conv. in L. n. 134 del 20102, essendo stato introdotto il giudizio di appello con atto notificato in data successiva all’11.9.2012), che prescrive la inammissibilità del ricorso per cassazione in caso di ed. “doppia conforme”, non emergendo che il primo ed il secondo Giudice abbiano posto a fondamento delle rispettive decisioni, fatti storici diversi (cfr. Corte cass. Sez. 5, Sentenza n. 26860 del 18/12/2014, in ordine alla applicazione temporale della norma; Corte cass. Sez. 2, Sentenza n. 5528 del 10/03/2014; id. Sez. 6 – 3, Sentenza n. 26097 del 11/12/2014; id. Sez. 1 – , Sentenza n. 26774 del 22/12/2016: in tema di insindacabilità dell’errore di fatto).

Il secondo motivo, con il quale si censura l’errore di diritto per violazione degli artt. 2043 e 2048 c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, sull’evidente presupposto dell’errore di fatto asseritamente commesso dal Giudice di appello nell’accertamento dell’infortunio sportivo, avendo omesso la Corte distrettuale di valutare la prova documentale della “denuncia di infortunio”, rimane assorbito dalla inammissibilità del primo motivo e dalla mancata dimostrazione dell’effettiva acquisizione al processo di merito di detta prova documentale.

Il terzo motivo, privo di rubrica, deduce nella esposizione degli argomenti a sostegno della censura la violazione degli artt. 2043 e 2059 c.c. in punto di liquidazione del danno.

Il motivo è inammissibile per difetto della chiara e sintetica esposizione della vicenda processuale ex art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3), non riportando le motivazioni della decisione di prime cure – richiamate “per relationem” la Corte d’appello – relative alla liquidazione del danno e non avendo la parte ricorrente neppure indicato se il Giudice di merito abbia fatto o meno ricorso a criteri tabellari, ed a quali Tabelle, ovvero ad altri criteri di liquidazione equitativa ex art. 2056 c.c., ed altresì inammissibile per difetto del requisito di specificità ex art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4), essendo formulata la critica alla sentenza impugnata in modo del tutto generico ed astratto, attraverso il richiamo ad alcune massime di precedenti giurisprudenziali di legittimità, affermando in modo anapodittico una – indimostrata – duplicazione di voci di danno da parte dei Giudici di merito.

Osserva il Collegio, infatti, che le sentenze di questa Corte SS.UU. nn. 26972-26975 dell’11.11.2008, non hanno escluso la valutabilità in termini di pregiudizio risarcibile anche delle sofferenze “morali” patite in conseguenza della lesione della salute, ma hanno piuttosto affermato che nella liquidazione del danno non patrimoniale deve essere adottato un criterio tale da evitare ingiustificate proliferazioni e duplicazioni di poste risarcitone. In tal senso è stato rilevato che, laddove il Giudice di merito faccia ricorso all’uso delle Tabelle predisposte per la liquidazione del danno biologico, “determina quindi duplicazione di risarcimento la congiunta attribuzione del danno biologico e del danno morale nei suindicati termini inteso, sovente liquidato in percentuale (da un terzo alla metà) del primo. Esclusa la praticabilità di tale operazione, dovrà il giudice, qualora si avvalga delle note tabelle, procedere ad adeguata personalizzazione della liquidazione del danno biologico, valutando nella loro effettiva consistenza le sofferenze fisiche e psichiche patite dal soggetto leso, onde pervenire al ristoro del danno nella sua interezza”.

La giurisprudenza successiva a tali arresti ha riconosciuto alla “sofferenza morale” (non trasmodante in patologia psichica e dunque in una lesione del diritto alla salute), un ambito ontologico separato tanto dal “danno biologico” che incide sulla integrità psicofisica del soggetto cagionando una invalidità temporanea o permanente (e che ha ricevuto il crisma legislativo nella disposizione del D.Lgs. n. 209 del 2005, art. 138, comma 2, lett. a)), quanto dal danno “relazionale” (o “esistenziale”) attinente alle diverse manifestazioni della personalità umana, evidenziando come le sentenze delle SS.UU. del 2008 non avevano affatto affermato la inesistenza o soppressione della voce di danno consistente nella sofferenza interiore, ma avevano piuttosto unificato la nozione di “danno non patrimoniale” come onnicomprensiva delle conseguenze pregiudizievoli della lesione di interessi della persona, giuridicamente rilevanti ed insuscettibili di una esatta valutazione patrimoniale, aventi copertura costituzionale (diritti fondamentali e diritti inviolabili della persona).

E’ ben vero che una esigenza di specifica considerazione di tale pregiudizio si pone per quelle lesioni classificabili di “non lieve entità”, e che, da quanto risulta dagli atti del fascicolo regolamentare, il danno biologico liquidato all’infortunato è stato valutato come inabilità temporanea, tuttavia non è dato conoscere se, nel caso di specie, trattandosi di sinistro verificatosi nell’anno 1990 ed essendo stato iniziato il giudizio nell’anno 1997, il Giudice di merito abbia fatto ricorso ed in caso positivo a quali Tabelle di liquidazione, solo in tal caso ponendosi la questione di una eventuale duplicazione risarcitoria nel caso in cui venga accertato che il criterio del punto di invalidità o la determinazione del ristoro della temporanea inabilità includeva anche la valutazione del disagio, della sofferenza fisica, e della alterazione dello stato d’animo del soggetto che ha visto ingiustamente lesa la propria integrità psicofisica.

Ne consegue che anche questo motivo di ricorso deve essere dichiarato inammissibile.

In conclusione il ricorso è inammissibile. Non debbono essere liquidate le spese di lite non avendo svolto difese gli intimati.

Rilevato che risulta soccombente una parte ammessa alla prenotazione a debito del contributo unificato per essere amministrazione pubblica difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, non si applica il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso.

Così deciso in Roma, il 4 aprile 2018.

Depositato in Cancelleria il 4 ottobre 2018

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