Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24131 del 07/09/2021

Cassazione civile sez. VI, 07/09/2021, (ud. 24/03/2021, dep. 07/09/2021), n.24131

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LEONE Margherita Maria – Presidente –

Dott. PONTERIO Carla – Consigliere –

Dott. MARCHESE Gabriella – Consigliere –

Dott. AMENDOLA Fabrizio – Consigliere –

Dott. DE FELICE Alfonsina – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 11951-2019 proposto da:

M.D., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA PIEDILUCO 9,

presso lo studio dell’avvocato PAOLO DI GRAVIO, rappresentato e

difeso dall’avvocato GIANLUCA DI BLASIO;

– ricorrente –

contro

INPS – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso l’AVVOCATURA CENTRALE

DELL’ISTITUTO, rappresentato e difeso dagli avvocati ANTONINO SGROI,

CARLA D’ALOISIO, ESTER ADA VITA SCIPLINO, GIUSEPPE MATANO, LELIO

MARITATO, EMANUELE DE ROSE;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 744/2018 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA,

depositata il 29/11/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 24/03/2021 dal Consigliere Relatore Dott. ALFONSINA

DE FELICE.

 

Fatto

RILEVATO

che:

la Corte d’appello di L’Aquila, in riforma della pronuncia resa dal Tribunale di Sulmona, ha rigettato la domanda di M.D., coltivatore diretto, rivolta a sentir dichiarare il diritto di questi al ripristino della prestazione d’invalidità, revocata dall’Inps a seguito di un controllo documentale da cui era emerso che il beneficiario risiedeva in Australia ove svolgeva la propria prevalente attività lavorativa;

la Corte territoriale ha accertato che il M. non avesse fornito nessuna prova né in ordine all’abitualità e alla prevalenza, sia temporale sia reddituale, dello svolgimento dell’attività agricola, né in merito allo svolgimento di una qualche attività agricola in Italia, non essendo suffragata, tale ultima circostanza, dalla produzione di idonea documentazione;

la cassazione della sentenza è domandata da M.D. sulla base di un unico motivo;

l’Inps ha depositato controricorso tardivo ai sensi dell’art. 370 c.p.c.;

e’ stata depositata proposta ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., ritualmente comunicata alle parti unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio.

Diritto

CONSIDERATO

che:

va preliminarmente rilevata l’inammissibilità del controricorso dell’Inps, perché notificato all’odierno ricorrente oltre il termine di venti giorni stabilito dall’art. 370 c.p.c.;

secondo il superiore insegnamento delle Sezioni Unite di questa Corte, ribadito di recente con la sentenza n. 10019 del 2019, nel giudizio di cassazione è inammissibile una memoria di costituzione depositata dalla parte intimata dopo la scadenza del termine di cui all’art. 370 c.p.c. e non notificata al ricorrente (così da non potersi qualificare come controricorso, seppur tardivo); il mero deposito dell’atto non è infatti condizione sufficiente perché lo stesso possa svolgere la sua funzione di strumento di attivazione del contraddittorio rispetto alla parte ricorrente, la quale, solo avendone acquisito legale conoscenza, è in condizioni di presentare le sue osservazioni nelle forme previste dall’art. 378 c.p.c.;

venendo ora all’esame del ricorso, con l’unico motivo, formulato a sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4, M.D. lamenta “Violazione e/o falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c.”;

sostiene di aver dimostrato la propria presenza in Italia e in Australia tra il 1986 e il 2013 per 216 giornate annue – ben superiori rispetto alle 104 giornate contemplate dalla L. n. 9 del 1963, art. 2 – allegando la certificazione del dipartimento governativo dell’immigrazione in data 24/3/2014; afferma di essersi personalmente dedicato alla coltivazione del fondo e di avere versato una contribuzione minima (pari a un’annualità) utile ai fini dell’applicazione, in Italia, della convenzione internazionale per la cd. totalizzazione estera;

il motivo è inammissibile;

il giudice dell’appello invero, non ha posto a fondamento della decisione prove non introdotte dalla parte, ma è andato formandosi un libero convincimento rispetto al quadro probatorio complessivo evidenziato dall’accertamento di merito (ex plurimis cfr. Cass. n. 26769 del 2018);

una siffatta operazione ermeneutica è del tutto coerente con l’impianto sistematico in tema di valutazione delle prove e libero convincimento del giudice, posto a fondamento degli artt. 115 e 116 c.p.c., questi operano interamente sul piano dell’apprezzamento di merito, insindacabile in sede di legittimità, sicché la denuncia della violazione delle predette regole da parte del giudice non configura un vizio di violazione o falsa applicazione di norme processuali, sussumibile nella fattispecie di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, bensì un errore di fatto, correttamente censurabile soltanto attraverso il paradigma normativo del difetto di motivazione, e dunque nei limiti consentiti dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come riformulato dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, conv. con modif. dalla L. n. 134 del 2012 (ex plurimis cfr., Cass. n. 23940 del 2017);

nel caso in esame, è evidente dalla stessa prospettazione della censura che il ricorrente non intenda contestare una violazione di norme sostanziali o processuali, ma lamenti l’erronea valutazione da parte della Corte territoriale della comunicazione rilasciata dal Dipartimento Governativo dell’Immigrazione del 24.03.2014, attestante i periodi temporali nei quali egli si trovava in Italia e in Australia, ritenendo che non sia stata valutata correttamente la circostanza, di cui il documento costituirebbe a suo parere una valida attestazione, della permanenza in Italia per un numero di giornate annualmente superiori al minimo prescritto dalla L. n. 9 del 1963;

su tale punto specifico la sentenza d’appello ha, di contro, accertato che lo stabilire se e per quanto tempo il M. fosse stato residente o avesse lavorato in Italia oppure in Australia si palesava inutile esercizio interpretativo, dal momento che lo stesso aveva omesso di allegare e provare di aver mai svolto qual si voglia attività agricola in Italia;

anche sotto il dedotto profilo del vizio di motivazione (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5) la censura del ricorrente è inammissibilmente prospettata atteso che sua la formulazione finisce per appuntarsi sulla mancata valorizzazione di risultanze istruttorie che si assumono erroneamente valutate dalla Corte d’appello e che, secondo il pacifico orientamento di questa Corte, non è in ogni caso idonea ad integrare – di per sé – il vizio di omesso esame decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (Sez. Un. 8053 del 2014);

in definitiva, il ricorso va dichiarato inammissibile; non si provvede sulle spese del presente giudizio nei confronti dell’Inps costituitosi tardivamente;

in considerazione dell’inammissibilità del ricorso, sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, all’Adunanza camerale, il 24 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 7 settembre 2021

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