Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24124 del 07/09/2021

Cassazione civile sez. VI, 07/09/2021, (ud. 24/03/2021, dep. 07/09/2021), n.24124

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LEONE Margherita Maria – Presidente –

Dott. PONTERIO Carla – Consigliere –

Dott. MARCHESE Gabriella – rel. Consigliere –

Dott. AMENDOLA Fabrizio – Consigliere –

Dott. DE FELICE Alfonsina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 22891-2019 proposto da:

F.F., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA GIUSEPPE

PALUMBO 3, presso lo studio dell’avvocato OLIVIA MATHIAS MINUCCI,

rappresentata e difesa dagli avvocati FRANCESCA GATTA, MADDALENA

CIOCI, FRANCESCA SCERRATO;

– ricorrente –

contro

AZIENDA SANITARIA LOCALE DI (OMISSIS), in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

LIVORNO, 6, presso lo studio dell’avvocato DAVIDE TEDESCO, che la

rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1940/2015 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 09/07/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 24/03/2021 dal Consigliere Relatore Dott. GABRIELLA

MARCHESE.

 

Fatto

RILEVATO

che:

la Corte di appello di Roma, in riforma della decisione di primo grado, con sentenza n. 1940 del 2015, pubblicata il 9.7.2015, respingeva la domanda di F.F. di risarcimento del danno per mancato godimento del riposo compensativo in relazione al servizio di pronta disponibilità cd. passiva;

con ricorso notificato il 20.7.2019, F.F. ha chiesto la cassazione della decisione di appello, con due motivi;

L’ASL di (OMISSIS) ha opposto difese, con controricorso;

la proposta del relatore è stata ritualmente comunicata, ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza camerale.

Diritto

CONSIDERATO

che:

con il primo motivo – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4, parte ricorrente deduce la nullità della sentenza e del procedimento. Assume che l’atto di appello non le sarebbe stato notificato e tanto meno la sentenza della Corte territoriale; deduce di aver avuto conoscenza di quest’ultima solo a seguito della notifica di un decreto ingiuntivo;

con il secondo motivo – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 – deduce la violazione dell’art. 348 c.p.c., per non avere il Giudice di appello dichiarato l’improcedibilità del gravame, stante l’assenza di prova della notifica dell’atto di appello;

i motivi vanno congiuntamente esaminati per stretta connessione;

parte ricorrente assume – ma non dimostra – che sussiste la situazione disciplinata dall’art. 327 c.p.c., comma 2;

soccorre il costante orientamento giurisprudenziale secondo cui il contumace può interporre gravame avverso la sentenza che lo abbia visto soccombente, dopo la scadenza del termine di impugnazione, a condizione che egli dia la prova sia della nullità della citazione o della relativa notificazione (nonché della notificazione degli atti di cui all’art. 292 c.p.c.) sia della non conoscenza del processo a causa di detta nullità. Il medesimo contumace ha, quindi, l’onere di dimostrare l’esistenza di circostanze di fatto positive dalle quali si possa desumere il difetto di anteriore conoscenza o la presa di conoscenza del processo in una certa data e tale prova può essere fornita anche mediante presunzioni (Cass. n. 8 del 2019; Cass. n. 833 del 2007; Cass. n. 2134 del 2002; Cass. n. 31 del 1999; Cass. n. 13012 del 1997; Cass. n. 4222 del 1994);

in altri termini, la decadenza dell’impugnazione, per il decorso del termine, non si verifica solo qualora il contumace riesca a dimostrare la sussistenza di due concomitanti presupposti: uno, di carattere oggettivo, rappresentato dalla nullità degli atti; l’altro, di natura soggettiva, relativo alla mancata conoscenza del processo;

nel caso in esame, a fronte della testuale affermazione, contenuta nella sentenza impugnata, per cui ” F.F., benché ritualmente citata, non si è costituita in giudizio”, parte ricorrente si è limitata a riportare, in via di mera sintesi, il contenuto di alcuni verbali di udienza, non idonei a sorreggere le censure e a soddisfare l’onere indicato; dal canto suo, parte controricorrente indica una serie di atti (v. pag. 5 controricorso) a dimostrazione dell’esatto contrario di quanto dedotto in ricorso;

il ricorso va, quindi, rigettato;

le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Condanna parte ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio di legittimità, che si liquidano in Euro 2.500,00 per compensi professionali, in Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali in misura pari al 15% e accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 24 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 7 settembre 2021

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