Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2412 del 02/02/2010

Cassazione civile sez. lav., 02/02/2010, (ud. 27/11/2009, dep. 02/02/2010), n.2412

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RAVAGNANI Erminio – Presidente –

Dott. LAMORGESE Antonio – Consigliere –

Dott. D’AGOSTINO Giancarlo – Consigliere –

Dott. TOFFOLI Saverio – Consigliere –

Dott. MAMMONE Giovanni – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

SNAF (Sindacato Nazionale Autonomo Forestali) in persona del

Segretario pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

PROPERZIO 37, presso lo studio dell’avvocato MEDICI CARMINE, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato CARBONI GIANFRANCO,

giusta procura a margine del ricorso per revocazione;

– ricorrente –

contro

ENTE FORESTE DELLA SARDEGNA in persona del Presidente pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA BARBERINI 3, presso lo studio

dell’avvocato MARCO MARIANI, rappresentato e difeso dall’avvocato

CARLO AUGUSTO MELIS COSTA, giusta procura a margine del

controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 20522/2008 della CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

di ROMA dell’8.4.08, depositata il 28/07/2008;

udito per il ricorrente l’Avvocato Carmine Medici che si riporta agli

scritti, insistendo per l’ammissibilita’ del ricorso e per la sua

trattazione in pubblica udienza;

E’ presente il P.G. in persona del Dott. VELARDI Maurizio, che

condivide la relazione scritta.

Fatto

RITENUTO IN FATTO E DIRITTO

Con ricorso al giudice del lavoro di Cagliari, lo SNAF – Sindacato Nazionale Autonomo Forestali chiedeva che venisse dichiarato antisindacale il comportamento dell’Ente Foreste della Sardegna che gli aveva impedito di godere dei permessi retribuiti per i propri dirigenti provinciali e nazionali e non gli aveva messo a disposizione i locali per l’esercizio dell’attivita’ sindacale.

Accolta la richiesta in sede cautelare e rigettata dal Tribunale l’opposizione dell’Ente Foreste, su appello di quest’ultimo la Corte d’appello di Cagliari riformava la prima sentenza ed accoglieva l’opposizione. Il giudice di merito riteneva il comportamento antisindacale fino a che il Sindacato era stato ammesso alla contrattazione per il rinnovo del contratto integrativo regionale di lavoro per i dipendenti dell’Ente Foreste L.R. n. 24 del 1999, ex art. 9 che ammetteva alla contrattazione regionale anche le oo.ss.

aderenti ad organizzazioni presenti su tutto il territorio nazionale e firmatarie dei contratti collettivi nazionali. Entrata in vigore la L.R. n. 12 del 2002 ed abrogato detto art. 9, tuttavia, il personale dell’Ente Foreste era stato assegnato ad un comparto diverso da quello del personale dell’amministrazione regionale, con applicazione del ccnl di diritto comune degli addetti alle attivita’ idraulico – forestali (art. 6 della nuova legge regionale), alle cui trattative di rinnovo il Sindacato ricorrente non aveva dato prova di essere stato ammesso. Per il periodo successivo all’entrata in vigore di detta legge, pertanto, non aveva i requisiti previsti dal D.Lgs. n. 165 del 2001 (art. 42) per godere delle prerogative sindacali richieste.

Di questa sentenza il Sindacato chiedeva la cassazione. Questa Corte con sentenza 28.7.08 n. 20522 riteneva infondati i tre motivi di ricorso proposti e rigettava l’impugnazione.

In particolare con il terzo motivo di ricorso si censurava la sentenza di merito nella parte in cui aveva ritenuto che, per l’abrogazione della L.R. n. 24 del 1999, art. 9 l’unico contratto applicabile fosse quello degli addetti alle attivita’ idraulico forestali alle cui trattative lo SNAF non era stato ammesso, mentre invece il parametro di riferimento avrebbe dovuto essere quello dell’ammissione alle trattative per la stipula dei contratti integrativi di lavoro regionali (c.i.r.l.), regolata dalla L.R. n. 31 del 1998.

La Corte rigettava questo motivo per la decisiva circostanza che lo SNAF non era stato ammesso alle trattative del c.i.r.l. previsto dalla L. n. 12 del 2002, ovvero dal contratto integrativo che completa la normativa collettiva del contratto nazionale, il che faceva venir meno il requisito fondamentale per godere delle richieste prerogative.

Lo SNAF proponeva ricorso per la revocazione di tale sentenza di legittimita’ sostenendo che il Collegio decidente sarebbe incorso in errore, dato che nelle more del giudizio di appello lo SNAF era stato ammesso “alle trattative per la stipulazione del contratto integrativo regionale di lavoro per gli impiegati ed operai dell’Ente Foreste” (ovvero il c.i.r.l. previsto dalla L.R. n. 12 del 2002) con Delib. 2 marzo 2004 del Comitato per la rappresentanza negoziale (CORAN) della Regione sarda, emanata a seguito di decreto del Tribunale di Cagliari del 23.2.04 che aveva accolto il ricorso del Sindacato contro l’esclusione dalle trattative. La copia di tali provvedimenti era stata prodotta in giudizio e la circostanza era stata segnalata all’atto della costituzione in appello.

L’errore risulterebbe inoltre evidente da un passo della sentenza impugnata, ove si sostiene che “non pare contestato (ed e’ comunque accertato in sentenza: v. p. 15) che alle trattative per il contratto per il contratto integrativo, come sopra individuato, il sindacato ricorrente non abbia partecipato”, ove, oltre ad escludersi la circostanza in fatto, si riferirebbe anche in termini non esaustivi il contenuto della sentenza d’appello, la quale invece dava atto dell’avvenuta ammissione.

Rispondeva con controricorso l’intimato Ente Foreste della Sardegna.

Il consigliere relatore redigeva relazione ex art. 380 bis c.p.c., che veniva comunicata al Procuratore generale ed era notificata unitamente al decreto di fissazione dell’odierna adunanza in Camera di consiglio ai difensori costituiti.

Il ricorso e’ inammissibile.

Il Sindacato ricorrente, nel sostenere che il Collegio giudicante di legittimita’ non si sarebbe avveduto che il requisito legittimante il godimento delle prerogative richieste si era in realta’ realizzato, fonda la sua censura su due dati di fatto: a) che la circostanza di essere stato ammesso alla contrattazione era stata dedotta agli atti di causa del giudizio di appello, mediante deduzione in sede di costituzione e produzione della delibera CORAN e del decreto del Tribunale sopra indicati; b) che sarebbe erronea la lettura della sentenza di appello, risultando dalla stessa non l’esclusione, ma anzi la ammissione in esito al provvedimento giudiziario del 23.2.04.

Deve rilevarsi che all’atto dell’esame del primo motivo di ricorso, la sentenza oggi impugnata per revocazione, aveva rilevato che la tesi difensiva del Sindacato SNAF conteneva un riferimento alla deliberazione CORAN 2.3.04. Tuttavia, il giudice di legittimita’ aveva rilevato che con le censure implicanti l’esame della deliberazione in questione “… si contrappongono agli accertamenti della sentenza fatti diversamente ricostruiti, senza che il contenuto dei documenti che dovrebbero dare supporto a tale ricostruzione venga puntualmente riprodotto nel ricorso, in violazione del canone dell’autosufficienza”. Di fronte a questa affermazione, la tesi oggi sostenuta, pertanto, deve essere letta nel senso che sarebbe stato onere dello stesso Collegio procedere ad un esame generale degli atti del giudizio di merito per rilevare l’esistenza dei documenti sopra riferiti.

Al riguardo la giurisprudenza di questa Corte ritiene che l’errore di fatto che legittima la revocazione delle sentenze di legittimita’ consiste in un’erronea percezione dei fatti di causa, che, oltre a dover rivestire i caratteri dell’assoluta evidenza e della semplice rilevabilita’ sulla base del mero raffronto tra la sentenza impugnata e gli atti e i documenti di causa, nonche’ quelli dell’essenzialita’ e della decisivita’ ai fini della pronunzia, deve riguardare gli atti interni al giudizio di legittimita’, e cioe’ quegli atti che la Corte di cassazione deve e puo’ esaminare direttamente con propria indagine di fatto all’interno dei motivi di ricorso, e deve incidere unicamente sulla sentenza di legittimita’, in quanto, qualora fosse configurabile come causa determinante della pronuncia impugnata in cassazione, il correlato vizio potrebbe essere fatto valere esclusivamente con i rimedi proponibili contro la sentenza di merito.

In particolare, costituiscono atti interni quelli conseguenti alla proposizione del ricorso (ad esempio, il deposito ex art. 369 c.p.c., comma 1, ed il controricorso con eventuale ricorso incidentale), tutti gli atti che vanno depositati insieme al ricorso ai sensi dell’art. 369 c.p.c., comma 2, nonche’ il fascicolo d’ufficio, ma esclusivamente nei casi in cui la Corte debba esaminarli direttamente con propria autonoma indagine di fatto, senza cioe’ la mediazione della sentenza impugnata, in quanto siano stati dedotti errores in procedendo, ovvero perche’ siano emerse questioni processuali rilevabili d’ufficio. Pertanto, non assume rilievo ai fini della revocazione delle sentenze della Corte di cassazione l’errore riguardante un atto che, pur facendo parte del fascicolo d’ufficio, sia stato gia’ esaminato dal giudice di merito, e riconsiderato solo in via mediata dal giudice di legittimita’ in funzione dell’esame delle censure prospettate con i motivi di ricorso (Cass. 22.11.06 n. 24856).

Nel caso di specie puo’ dunque concludersi per l’inammissibilita’ del ricorso in esame atteso che: 1) il Collegio di legittimita’ aveva comunque preso atto della tesi difensiva che deduceva la circostanza dell’ammissione alla contrattazione, ritenendo insufficiente l’esposizione dei documenti relativi; 2) dalla sentenza di merito risultava non la circostanza dedotta ma il suo contrario, dato che erano ivi menzionati non l’ammissione definitiva del Sindacato alle trattative, ma solo la sua originaria esclusione e il successivo intervento del decreto del giudice del lavoro emesso ex art. 28 dello Statuto dei lavoratori. Il giudice di legittimita’ non era, invece, tenuto ad esaminare la memoria di costituzione in appello ne’ il fascicolo di ufficio ivi costituito, non essendo essi atti del giudizio di cassazione e non essendo essi dunque posti nella sua giuridica disponibilita’.

Le spese, come liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

LA CORTE Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente alle spese che liquida in Euro 30,00 per esborsi ed in Euro 2.000,00 per onorari, oltre spese generali, Iva e Cpa.

Cosi deciso in Roma, il 27 novembre 2009.

Depositato in Cancelleria il 2 febbraio 2010

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