Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24119 del 03/10/2018

Cassazione civile sez. lav., 03/10/2018, (ud. 31/05/2018, dep. 03/10/2018), n.24119

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BRONZINI Giuseppe – Presidente –

Dott. PAGETTA Antonella – rel. Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – Consigliere –

Dott. MARCHESE Gabriella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 12702-2015 proposto da:

D.A., elettivamente domiciliato in ROMA, CORSO VITTORIO

EMANUELE II N. 209, presso lo studio dell’avvocato LUCA SILVESTRI,

rappresentato e difeso dall’avvocato ERNESTO MARIA CIRILLO, giusta

delega in atti;

– ricorrente –

contro

TELECOM ITALIA S.P.A., C.F. (OMISSIS), in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

F. DENZA 15, presso lo studio dell’avvocato NICOLA PAGNOTTA, che la

rappresenta e difende unitamente agli avvocati ANGELO GIUSEPPE

CHIELLO, CESARE POZZOLI, giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 876/2014 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 07/11/2014 r.g.n. 1021/2012.

Fatto

RILEVATO

1. che la Corte d’appello di Milano ha confermato la sentenza di primo grado con la quale era stata respinta la domanda di D.A. intesa all’accertamento della nullità dei contratti di somministrazione intercorsi tra Telecom Italia s.p.a., Adecco s.p.a. e Metis s.p.a. nonchè alla declaratoria della sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato con Telecom Italia s.p.a., a far data dal 6 giugno 2005, ed alla condanna della detta società al risarcimento del danno;

1.1. che il giudice di appello ha dichiarato di condividere la sentenza di prime cure che aveva ritenuto la estinzione “per mutuo consenso” del rapporto in oggetto, in considerazione, oltre che del tempo decorso tra la data del tentativo obbligatorio di conciliazione del 9.5.2008 e quella di deposito del ricorso giudiziale – il 12.5.2012, delle dichiarazioni rese dal D. il quale, nel corso del libero interrogatorio, aveva dichiarato di avere intenzionalmente atteso prima di intraprendere l’iniziativa giudiziale e della circostanza che il D., dalla data di cessazione del rapporto con Telecom, aveva lavorato continuativamente sulla base di cinque contratti presso differenti datori di lavoro;

2. che per la cassazione della decisione ha proposto ricorso D.A. sulla base di due motivi; la parte intimata ha resistito con tempestivo controricorso illustrato con memoria depositata ai sensi dell’art. 380 bis. 1 c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

1. che con il primo motivo di ricorso parte ricorrente deduce violazione degli artt. 1362,2697 e 2729 c.c., censurando la sentenza impugnata per avere fondato l’accertamento della risoluzione consensuale del rapporto su una prova presuntiva, non fornita dalla società resistente e priva dei prescritti requisiti di gravità, precisione e concordanza. Assume che la decisione si pone in contrasto con il consolidato orientamento di legittimità che esclude rilievo al decorso del termine tra la cessazione del rapporto e il deposito del ricorso giudiziale ed al reperimento nelle more di altra occupazione lavorativa;

2. che con il secondo motivo deduce omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia, censurando la sentenza impugnata per avere valorizzato, al fine della ricostruzione della volontà delle parti, esclusivamente il decorso del tempo e la ricerca d attività lavorativa, circostanza quest’ultima che assume essere, comunque, attinente al mero decorso del tempo;

3. che il primo motivo di ricorso è infondato;

3.1. che la decisione di appello risulta, infatti, coerente con la consolidata giurisprudenza di legittimità la quale, premesso il dato normativo dell’art. 1372 c.c., comma 1, secondo cui il contratto può essere sciolto “per mutuo consenso”, e l’insegnamento in base al quale, salvo che non sia richiesta la forma scritta ad substantiam, il mutuo consenso sullo scioglimento del rapporto può essere desumibile da comportamenti concludenti, ha costantemente ribadito, con riferimento ai contratti a tempo determinato, che il mero decorso del tempo tra la cessazione del contratto e l’impugnativa dello stesso non è sufficiente a configurare un disinteresse alla prosecuzione del rapporto di lavoro essendo necessario che venga fornita la prova di altre significative circostanze denotanti una chiara e certa volontà delle parti di porre definitivamente fine ad ogni rapporto lavorativo (cfr., tra le altre, Cass. 17/3/2015 n. 5240, Cass. 28/1/2014 n. 1780, Cass. 11/3/2011 n. 5887, Cass. 4/8/2011 n. 16932, Cass. 18/11/2010 n. 23319, Cass. 15/11/2010 n. 23057); in tale linea argomentativa si pone Cass. Sez. Un. 27/10/2016 n. 21691 la quale, premesso che la durata rilevante del comportamento omissivo del lavoratore nell’impugnare la clausola che fissa il termine può considerarsi “indicativa della volontà di estinguere il rapporto di lavoro tra le parti” ove “concorra con altri elementi convergenti”, ha puntualizzato che “il relativo giudizio attiene al merito della controversia”, conseguendone che tale apprezzamento, se immune da vizi logici, giuridici e adeguatamente motivato, si sottrae al sindacato di legittimità, secondo le regole sui motivi che possono essere fatti valere al fine di incrinare la ricostruzione di ogni vicenda storica antecedente al contenzioso giudiziale, previste dall’art. 360 c.p.c., n. 5, tempo per tempo vigente (Cass. 12/12/2017 n. 29781);

3.2. che in tema di ragionamento presuntivo, laddove il giudice intenda desumere da fatti noti l’esistenza di una comune volontà delle parti tesa allo scioglimento del contratto, per il tramite di una inferenza logica, troveranno applicazione gli artt. 2727 e 2729 c.c., come interpretati da una consolidata giurisprudenza di questa Corte la quale ha chiarito che spetta al giudice di merito valutare l’opportunità di fare ricorso alle presunzioni semplici, individuare i fatti da porre a fondamento del relativo processo logico e valutarne la rispondenza ai requisiti di legge, con apprezzamento di fatto che, ove adeguatamente motivato, sfugge al sindacato di legittimità, dovendosi, tuttavia, rilevare che la censura per vizio di motivazione in ordine all’utilizzo o meno del ragionamento presuntivo non può limitarsi ad affermare un convincimento diverso da quello espresso dal giudice di merito, ma deve fare emergere l’assoluta illogicità e contraddittorietà del ragionamento decisorio, restando peraltro escluso che la sola mancata valutazione di un elemento indiziario possa dare luogo al vizio di omesso esame di un punto decisivo (Cass. 29781/2017 cit., Cass. 27/10/2010 n. 21961; Cass. 02/04/2009 n. 8023; Cass. 21/10/2003 n. 15737);

3.3. che è stato ulteriormente puntualizzato che in tema di ragionamento presuntivo non occorre che tra il fatto noto e quello ignoto sussista un legame di assoluta ed esclusiva necessità causale, essendo sufficiente che il fatto da provare sia desumibile dal fatto noto come conseguenza ragionevolmente possibile, secondo un criterio di normalità, cioè che il rapporto di dipendenza logica tra il fatto noto e quello ignoto sia accertato alla stregua di canoni di probabilità, con riferimento ad una connessione possibile e verosimile di accadimenti, la cui sequenza e ricorrenza possano verificarsi secondo regole di esperienza (cfr. Cass. 18/7/2007 n. 16993; Cass. 23/2/2010 n. 4306; Cass. 31/10/2011 n. 22656;; Cass. 8/10/2013 n. 22898 del 2013), visto che la deduzione logica è una valutazione che, in quanto tale, deve essere probabilmente convincente, non oggettivamente inconfutabile (Cass. n. 13/3/2014 n. 5787);

3.4. che nel caso di specie l’inferenza tratta dal giudice di appello sulla base del decorso del tempo e del reperimento di altre occupazioni lavorative da parte del D., non evidenzia alcun elemento di illogicità ed implausibilità della ricostruzione fattuale al quale è pervenuto il giudice di merito in punto di ritenuta concludenza della condotta del lavoratore nel senso della sussistenza di una volontà estintiva del rapporto;

4. che il secondo motivo di ricorso è inammissibile. Si premette che in ragione della data di pubblicazione della sentenza impugnata, successiva al 10 settembre 2012, trova applicazione, ai sensi del D.L. n. 22 giugno 2012, art. 54, comma 3, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, la modifica introdotta dall’art. 54, comma 1, lett. b) cit. che il limita il controllo previsto dal nuovo n. 5) dell’art. 360 c.p.c. all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza (rilevanza del dato testuale) o dagli atti processuali (rilevanza anche del dato extratestuale), che abbia costituito oggetto di discussione e abbia carattere decisivo vale a dire che se esaminato avrebbe determinato un esito diverso della controversia (per tutte v. Cass. Sez. un. 7/4/2014 n. 8053). Il motivo in esame non è articolato con modalità conformi all’attuale formulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 atteso che parte ricorrente omette la stessa individuazione del fatto storico, di carattere decisivo e oggetto di discussione tra le parti, il cui omesso esame avrebbe viziato la sentenza impugnata; si limita, infatti, a richiedere un diverso apprezzamento di fatto della significatività probatoria degli elementi considerati dal giudice di seconde cure e, quindi, a sollecitare un sindacato precluso al giudice di legittimità (Cass. 4/11/2013 n. 24679, Cass. 16/12/2011 n. 2197, Cass. 21/9/2006 n. 20455, Cass. 4/4/2006 n. 7846, Cass. 7/2/2004 n. 2357);

5. che a tanto consegue il rigetto del ricorso;

6. che le spese di lite sono regolate secondo soccombenza.

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Condanna parte ricorrente alla rifusione delle spese di lite che liquida in Euro 3.500,00 per compensi professionali, Euro 200,00 per esborsi, oltre spese forfettarie nella misura del 15% e accessori come per legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 31 maggio 2018.

Depositato in Cancelleria il 3 ottobre 2018

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