Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24110 del 03/10/2018

Cassazione civile sez. lav., 03/10/2018, (ud. 06/04/2018, dep. 03/10/2018), n.24110

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BRONZINI Giuseppe – Presidente –

Dott. CURCIO Laura – Consigliere –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 26360-2017 proposto da:

S.R., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI CASTANI

15/C, presso lo studio dell’avvocato FEDERICO GUIDONI, che lo

rappresenta e difende giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

AUTOGRILL S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore

elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA DEL POPOLO 18, presso lo

studio dell’avvocato PIERLUIGI RIZZO, che la rappresenta e difende

unitamente all’avvocato NUNZIO RIZZO giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 474/2017 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 02/05/2017 R.G.N. 2138/2015;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

06/04/2018 dal Consigliere Dott. FABRIZIA GARRI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SANLORENZO Rita, che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udito l’Avvocato GUIDONI FEDERICO.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. La Corte di appello di Roma ha confermato la sentenza del Tribunale di Velletri che aveva accertato la legittimità del licenziamento per giusta causa intimato in data 29 luglio 2011 Roberto S. dalla Autogrill s.p.a..

2. La Corte territoriale, pur ritenuto ammissibile il gravame, ha poi rigettato le censure mosse alla sentenza di primo grado avendo accertato che erano risultate confermate le frasi minacciose pronunciate dal lavoratore nei confronti del superiore gerarchico. Ha poi osservato che tali frasi, pur calate in un contesto di conflittualità e tensione originata dal rifiuto di indossare la camicia della divisa, costituivano minacce verbali che trascendevano la normale alterazione cagionata dalla discussione ed integravano la grave insubordinazione sanzionata dall’art. 20, comma 6, lett. g) del c.c.n.l. di settore con il licenziamento. Rilevava poi che la classificazione della condotta come diverbio litigioso seguito da vie di fatto (art. 20, comma 6, lett. b) non modificava la situazione atteso che anche tale condotta era punita con il licenziamento.

3. S.R. propone ricorso per la cassazione della sentenza affidato a quattro motivi ed ulteriormente illustrato con memoria depositata ai sensi dell’art. 378 c.p.c.. Resiste con controricorso la Autogrill s.p.a..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

4. Con il primo motivo di ricorso è denunciata la violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. e della L. n. 604 del 1966, art. 5. Sostiene il ricorrente che la Corte di appello non avrebbe fatto un buon governo del principio del tutto pacifico che è onere del datore di lavoro provare la legittimità del licenziamento mentre il lavoratore può limitarsi ad impugnare il recesso ed a contestare l’addebito disciplinare sul rilievo che della illegittimità dell’ordine rimasto inadempiuto. Evidenzia allora il ricorrente che la Corte, nel valutare il rifiuto di indossare la divisa fornitagli brevi manu, rifiuto da cui poi era scaturito il diverbio con il suo superiore gerarchico, non avrebbe chiarito sulla base di quali elementi ha ritenuto fondati gli addebiti contestati laddove invece avrebbe dovuto tenere conto delle circostanze di fatto anche documentalmente provate sin dall’introduzione del giudizio.

4.1. Il motivo è infondato atteso che il giudice di appello non è incorso affatto nella denunciata violazione nella distribuzione degli oneri probatori. Proprio in esito alla valutazione del materiale probatorio, e nello specifico delle testimonianze raccolte nel giudizio,valorizzando le dichiarazioni dei testi indotti dalla società, perchè i testimoni esterni non erano risultati compiutamente informati dei fatti, ha ricostruito l’episodio contestato nei suoi contorni fattuali e ne ha apprezzato la rilevanza disciplinare. Così facendo la Corte di merito è rimasta nel perimetro tracciato dalla L. n. 604 del 1966, art. 5 che onera il datore di lavori di offrire la prova dell’esistenza della giusta causa o del giustificato motivo di licenziamento procedendo, con valutazione di merito riservatale, alla ricostruzione dei fatti ed alla valutazione della gravità del comportamento e della sua idoneità a ledere irrimediabilmente la fiducia che il datore di lavoro ripone nel proprio dipendente con giudizio effettuato tenendo conto della natura e della qualità del rapporto, della qualità e del grado del vincolo di fiducia ad esso connesso, all’entità della violazione commessa ed all’intensità dell’elemento soggettivo (cfr. Cass. 23/02/2009 n. 4368). Va ribadito qui che spetta al giudice del merito, in via esclusiva, il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di controllarne l’attendibilità e la concludenza, di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad essi sottesi, dando così liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti, salvo i casi tassativamente previsti dalla legge (cfr. tra le tante Cass. 16/12/2011 n. 27197, 21/09/2006 n. 20455, 04/04/2006 n. 7846 e 07/02/2004n. 2357).

5. Anche il secondo motivo di ricorso, con il quale è denunciata, ancora una volta la violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., questa volta in relazione all’art. 246 c.p.c. è infondato. Secondo il ricorrente la Corte territoriale avrebbe erroneamente utilizzato le dichiarazioni rese dal teste A.G. omettendo di considerare che, all’epoca della deposizione, questi aveva presentato denuncia querela per minacce nei confronti del ricorrente proprio in relazione all’episodio da cui era poi scaturito il licenziamento e che conseguentemente, questi aveva, in concreto, un interesse che ne avrebbe potuto legittimare la partecipazione al giudizio.

5.1. Osserva in via generale il Collegio che la violazione dell’art. 246 c.p.c. deve essere eccepita dalla parte interessata nell’immediatezza dell’assunzione della prova e, non integrando una nullità rilevabile d’ufficio, non può essere denunciata, per la prima volta, in sede di legittimità (cfr. Cass. 26/05/2017 n. 13390 ed ivi le richiamate n. 23896/2016, n. 2075/ 2013, n. 17272/2011, n. 23054/2009 e n. 655/2005). Nello specifico la questione non risulta trattata nella sentenza impugnata e nel ricorso non è precisato se dove e quando la questione era stata sollevata sicchè per tale aspetto la censura risulta inammissibile. In ogni caso, va osservato che la valutazione della sussistenza o meno dell’interesse che dà luogo ad incapacità a testimoniare, ai sensi dell’art. 246 c.p.c., che è solo quello – giuridico, personale e concreto – che comporterebbe, in ipotesi, la legittimazione del teste alla proposizione dell’azione ovvero all’intervento o alla chiamata in causa, è rimessa, così come quella inerente all’attendibilità dei testi e alla rilevanza delle deposizioni, al giudice del merito, ed è insindacabile in sede di legittimità (cfr. Cass. 19/01/2007 n. 1188 ed altre successive conformi).

6. Sono invece improcedibili il terzo motivo ed il quarto motivo di ricorso.

6.1. Con il terzo motivo il ricorrente deduce l’avvenuta violazione dell’art. 20 del c.c.n.l. del settore aereoportuale e degli artt. 1455, 2105, 2106 e 2119 c.c. evidenziando che la disposizione collettiva richiamata prevede che incorra nel licenziamento il dipendente che commetta gravi infrazioni alla disciplina ovvero provochi un grave nocumento materiale o morale all’azienda o ancora compia azioni delittuose a termini di legge. Rileva invece che nella sentenza non vi era stata alcuna valutazione della gravità degli addebiti e della loro idoneità ad arrecare all’azienda un grave nocumento morale o materiale nè, tanto meno, era stato accertato il carattere delittuoso della condotta.

6.2. Il quarto motivo di ricorso denuncia ancora una volta la violazione e falsa applicazione dell’art. 20, comma 6 del c.cn.l. applicabile sul rilievo che, in concreto, la condotta tenuta era rimasta contenuta nei termini di un diverbio litigioso e non si era passati alle vie di fatto nè era risultato turbato il normale andamento dell’attività lavorativa. Conseguentemente, secondo il ricorrente, non si poteva ritenere realizzata la condotta che la norma collettiva sanziona con il licenziamento.

7. Rileva il Collegio che in violazione di quanto disposto al ricorso non risulta allegata la copia integrale del contratto collettivo che, nei gradi di merito, era stato allegato solo per estratto (cfr. pag. 14 del ricorso in cassazione). In tal modo il ricorrente è incorso nella violazione dell’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4 che impone, a pena di improcedibilità, che insieme al ricorso siano depositati (….) i contratti o accordi collettivi sui quali il ricorso si fonda.

8. In conclusione, per le ragioni sopra esposte, il ricorso deve essere rigettato. Le spese del giudizio, liquidate nella misura indicata in dispositivo, seguono la soccombenza. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dell’art. 13, comma 1 bis citato D.P.R..

P.Q.M.

La Corte, rigetta il ricorso.

Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che si liquidano in Euro 4000,00 per compensi professionali, Euro 200,00 per esborsi, 15% per spese forfetarie oltre agli accessori dovuti per legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dell’art. 13, comma 1 bis citato D.P.R..

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 6 aprile 2018.

Depositato in Cancelleria il 3 ottobre 2018

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