Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24091 del 07/09/2021

Cassazione civile sez. VI, 07/09/2021, (ud. 31/03/2021, dep. 07/09/2021), n.24091

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VALITUTTI Antonio – Presidente –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. ACIERNO Maria – Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – rel. Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 13705/2020 R.G. proposto da:

H.M., rappresentato e difeso dall’Avv. Valentina Nanula,

con domicilio in Roma, piazza Cavour, presso la Cancelleria civile

della Corte di cassazione;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro p.t., rappresentato e

difeso dall’Avvocatura distrettuale dello Stato, con domicilio

legale in Roma, via dei Portoghesi, n. 12;

– intimato –

avverso il decreto del Tribunale di Milano depositato il 4 marzo

2020.

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 31 marzo 2021

dal Consigliere Guido Mercolino.

 

Fatto

Rilevato che H.M., cittadino del Pakistan, ha proposto ricorso per cassazione, per due motivi, avverso il decreto del 4 marzo 2020, con cui il Tribunale di Milano ha rigettato la domanda di riconoscimento dello status di rifugiato e, in subordine, della protezione sussidiaria o di rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari proposta dal ricorrente;

che il Ministero dell’interno ha resistito mediante il deposito di un atto di costituzione, ai fini della partecipazione alla discussione orale.

Diritto

Considerato che è inammissibile la costituzione in giudizio del Ministero dell’interno, avvenuta mediante il deposito di un atto finalizzato esclusivamente alla partecipazione alla discussione orale, dal momento che nel procedimento in camera di consiglio dinanzi alla Corte di cassazione il concorso delle parti alla fase decisoria deve realizzarsi in forma scritta, attraverso il deposito di memorie, il quale postula che l’intimato si costituisca mediante controricorso tempestivamente notificato e depositato (cfr. 25/10/2018, n. 27124; Cass., Sez. V, 5/10/2018, n. 24422; Cass., Sez. III, 20/10/2017, n. 24835);

che con il primo motivo d’impugnazione il ricorrente denuncia la violazione e la falsa applicazione del D.Lgs. 28 gennaio 2008, n. 25, art. 8, comma 3 e del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 3, censurando il decreto impugnato per aver rigettato la domanda di riconoscimento della protezione sussidiaria sulla base di una valutazione sommaria e superficiale della credibilità delle dichiarazioni da lui rese e di una valutazione della situazione del Pakistan fondata su informazioni desunte da fonti datate e inidonee ad evidenziare i rischi cui esso ricorrente resterebbe esposto in caso di rimpatrio;

che il motivo è infondato;

che, in tema di protezione internazionale, la valutazione in ordine alla credibilità delle dichiarazioni rese dal richiedente, da condursi sulla base dei criteri stabiliti dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, costituisce un apprezzamento di fatto, rimesso al giudice di merito e censurabile in sede di legittimità esclusivamente ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per omesso esame di un fatto che ha costituito oggetto del dibattito processuale e risulti idoneo ad orientare in senso diverso la decisione, ovvero ai sensi dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, per mancanza assoluta, mera apparenza, perplessità o grave contraddittorietà della motivazione, nella specie neppure dedotti, restando esclusa la possibilità di far valere la mera insufficienza di motivazione o di prospettare una diversa lettura ed interpretazione delle predette dichiarazioni (cfr. Cass., Sez. I, 2/07/2020, n. 13578; 7/08/2019, n. 21142; Cass., Sez. III, 19/06/2020, n. 11925);

che, nell’escludere la sussistenza di una situazione di violenza indiscriminata nel Paese di origine del ricorrente, la Corte territoriale ha correttamente adempiuto il dovere di cooperazione istruttoria previsto dal D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, avendo richiamato informazioni tratte da rapporti dell’EASO relativi agli anni 2017 e 2018 e da un rapporto del Ministero degli esteri relativo all’anno 2019, dalle quali ha desunto che i contrasti in atto tra le forze governative ed i terroristi islamici nella regione del Punjab non hanno raggiunto un livello di diffusione e d’intensità tale da consentirne la qualificazione come conflitto armato e da indurre a ritenere che gli stessi rappresentino una minaccia grave per la vita e l’incolumità di chiunque risieda in quell’area;

che, nel censurare il predetto apprezzamento, anch’esso riservato al giudice di merito e sindacabile in sede di legittimità nei limiti previsti dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 e dall’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4 (cfr. Cass., Sez. II, 29/10/2020, n. 23942; 15/07/2020, n. 15047; Cass., Sez. I, 21/11/2018, n. 30105), il ricorrente contesta l’attualità della situazione emergente dalle informazioni citate, senza tuttavia essere in grado d’indicare fonti più recenti ed aggiornate, ma limitandosi a richiamare un rapporto dell’EASO relativo all’anno 2019, dal quale non emergono significative differenze rispetto a quelli relativi agli anni precedenti;

che con il secondo motivo il ricorrente deduce la violazione e la falsa applicazione del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, e art. 19, sostenendo che, nel rigettare la domanda di riconoscimento della protezione umanitaria, il decreto impugnato non ha tenuto conto del lungo periodo di tempo da lui trascorso lontano dal Paese di origine e delle difficoltà connesse al rimpatrio, che lo costringerebbe a reinserirsi in una realtà ormai sconosciuta e comporterebbe la perdita del lavoro e l’interruzione del percorso d’integrazione intrapreso in Italia;

che il motivo è infondato;

che, ai fini del rigetto della domanda di rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari, il decreto impugnato ha correttamente applicato il principio enunciato dalla giurisprudenza di legittimità, secondo cui l’applicazione della predetta misura postula una condizione di vulnerabilità personale, per il cui accertamento occorre procedere ad un raffronto tra il livello d’integrazione economica e sociale raggiunto dal richiedente in Italia e la situazione personale e familiare da lui vissuta nel Paese di origine, e nella quale verrebbe nuovamente a trovarsi in caso di rimpatrio (cfr. Cass., Sez. Un., 13/11/2019, n. 29459; Cass., Sez. II, 17/07/2020, n. 15319; Cass., Sez. VI, 3/04/2019, n. 9304);

che la Corte territoriale ha infatti rilevato per un verso la mancata allegazione di fattori meritevoli di protezione diversi da quelli emergenti dalla vicenda personale allegata a sostegno della domanda e ritenuta inattendibile, e per altro verso la mancata dimostrazione dell’avvio di un percorso d’inserimento sociale e lavorativo nel nostro Paese, osservando inoltre che dalla situazione in atto nell’area di provenienza del ricorrente non emergono criticità tali da determinare una vera e propria emergenza umanitaria generalizzata;

che, nel censurare il predetto apprezzamento, il ricorrente non è in grado d’indicare circostanze di fatto trascurate dal decreto impugnato, ma si limita ad affermare di aver intrapreso un’attività lavorativa, senza neppure indicare la natura dell’occupazione e la durata del rapporto di lavoro, in tal modo dimostrando di voler sollecitare, attraverso l’apparente deduzione del vizio di violazione di legge, una nuova valutazione dei fatti, non consentita a questa Corte, alla quale non spetta il compito di riesaminare il merito della controversia, ma solo quello di verificare la correttezza giuridica delle argomentazioni svolte nel decreto impugnato, nonché la coerenza logica delle stesse, nei limiti in cui le relative anomalie sono ancora deducibili come motivi di ricorso per cassazione, a seguito della riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, ad opera del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b), convertito con modificazioni dalla L. 7 agosto 2012, n. 134 (cfr. ex plurimis, Cass., Sez. VI, 13/01/2020, n. 331; Cass., Sez. V, 4/08/ 2017, n. 19547; Cass., Sez. lav., 14/11/2013, n. 25608);

che il ricorso va pertanto rigettato, senza che occorra provvedere al regolamento delle spese processuali, avuto riguardo all’irrituale costituzione dell’intimato.

PQM

rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 31 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 7 settembre 2021

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