Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2407 del 27/01/2022

Cassazione civile sez. lav., 27/01/2022, (ud. 06/10/2021, dep. 27/01/2022), n.2407

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RAIMONDI Guido – Presidente –

Dott. ESPOSITO Lucia – rel. Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 18855-2019 proposto da:

HEALTH CARE ITALIA S.P.A., LINCEO S.R.L., in persona dei rispettivi

legali rappresentanti pro tempore, elettivamente domiciliate in

ROMA, VIA DEGLI SCIPIONI 281, presso lo studio dell’avvocato ANDREA

PATRIZI, che le rappresenta e difende;

– ricorrenti –

contro

G.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE DELLE MILIZIE

114, presso lo studio dell’avvocato TERESA VALLEBONA, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato ANTONIO VALLEBONA;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3764/2018 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 17/12/2018 R.G.N. 1828/2017;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

06/10/2021 dal Consigliere Dott. LUCIA ESPOSITO.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1 – G.A., deducendo di avere lavorato dal 1/1/2004 all’11/4/2014 presso Health Care Italia s.p.a. – capogruppo di gruppo societario nel settore della sanità privata di cui faceva parte anche Linceo s.r.l. – con funzioni di dirigente e adibizione al ruolo gestorio di amministratore delegato di Linceo s.r.l. dal 3/1/2010, e quindi, dall’1/6/2012 al licenziamento, avvenuto con lettera (OMISSIS), con funzioni di dirigente di Health Care Italia s.p.a., distaccato presso Linceo s.r.l., conveniva in giudizio entrambe le società chiedendo fosse accertata l’ingiustificatezza del licenziamento, con condanna in solido delle società dell’importo dovuto a titolo di indennità supplementare CCNL, ex art. 34, dirigenti commercio, oltre l’importo dovuto a titolo di differenza sull’indennità sostitutiva del preavviso;

2 – il Tribunale respingeva il ricorso;

3 – la Corte d’appello, in parziale riforma della sentenza di primo grado, esclusa la dedotta unicità del rapporto dirigenziale instaurato con le società convenute, ritenute autonome ancorché collegate, giudicava non giustificato il licenziamento intimato da Healt Care Italia s.p.a., osservando che nella comunicazione il recesso era stato collegato a risultati negativi del gruppo, alla scelta di riorganizzazione degli assetti organizzativi e patrimoniali in funzione di una riduzione dei costi complessivi e alla valutazione che le attività dirigenziali cui era adibito il dipendente potevano essere assorbite dall’amministratore delegato della capogruppo, senza che tali motivazioni risultassero direttamente collegate all’incarico ricoperto dall’appellante, unico dirigente licenziato nell’ambito della riorganizzazione, né ai risultati conseguiti, in un contesto che aveva visto la ridistribuzione delle cariche sociali e anche l’assunzione di nuove risorse, sicché la motivazione espressa nella lettera di licenziamento risultava poco specifica rispetto al concreto incarico svolto dal dirigente licenziato e al nesso tra la riorganizzazione aziendale e il recesso;

4 – ha proposto ricorso per cassazione la società, affidato a cinque motivi;

5 – controparte si è costituita con controricorso tempestivo;

6 – entrambe le parti hanno prodotto memorie.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1 – Con il primo motivo si deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, per apparenza e illogicità della motivazione, non risultando comprensibile l’iter logico che ha condotto alla decisione;

2 – con il secondo motivo si deduce, ex art. 360 c.p.c., n. 3, violazione L. n. 604 del 1966, art. 2, comma 1, e art. 4, del CCNL dirigenti commercio 2 gennaio 2014, art. 39, comma 2, e art. 34, comma 13, e degli artt. 1362,1363 e 1375 c.c., osservando che la Corte erra nel ritenere il licenziamento ingiustificato perché poco specifica la motivazione espressa nella lettera, osservando che per il dirigente la legge si limita a richiedere la forma scritta senza obbligo di motivazione contestuale e che i giudici non si sarebbero dovuti limitare alla motivazione iniziale ma avrebbero dovuto spingersi a una valutazione su tutti gli elementi dedotti nel corso del giudizio dalla società;

3. con il terzo motivo si deduce omessa valutazione di un fatto decisivo e omesso esame dei fatti posti a fondamento del licenziamento e specificamente indicati nella lettera o emersi nel corso dell’istruttoria;

4 – con il quarto motivo si deduce violazione L. n. 183 del 2010, art. 30, comma 1, dell’art. 41 Cost., comma 2, degli artt. 1175 e 1375 c.c., e degli artt. 34,37,50 e 354 c.p.c., osservando che la Corte, in contrasto con quanto disposto dalle norme indicate, aveva operato un sindacato non consentito sulla scelta imprenditoriale, attinente al riassetto organizzativo e alla riduzione dei costi;

5 – con l’ultimo motivo deduce violazione e falsa applicazione del CCNL dirigenti commercio 2 gennaio 2014, art. 34, comma 16, artt. 17 e 18, sulla non spettanza dell’indennità supplementare attribuita in ragione della presupposta ingiustificatezza del motivo nel caso non ricorrente, giacché l’esigenza della soppressione di una figura dirigenziale in attuazione di un riassetto societario integra la nozione di giustificatezza del licenziamento;

6 – la prima censura è infondata, perché la sentenza contiene un nucleo motivazionale idoneo a esplicitare il fondamento della decisione nei termini enunciati da Cass. n. 8053 del 07/04/2014, rilevandosi che la nozione di motivazione apparente è circoscritta al caso in cui la stessa non consenta alcun controllo sull’esattezza e la logicità del ragionamento decisorio, così da non attingere la soglia del “minimo costituzionale” richiesto dall’art. 111 Cost., comma 6 (Cass. n. 13248 del 30/06/2020);

7 – la seconda censura non coglie la ratio decidendi, poiché la Corte non ha ritenuto ingiustificato il licenziamento perché non risultava sufficientemente indicata la motivazione del medesimo nella lettera inviata al ricorrente ma per inidoneità delle ragioni fondanti il licenziamento, come complessivamente emergenti dalle risultanze istruttorie esaminate, a sorreggere lo stesso, prescindendo dalle esplicitazioni contenute nella lettera;

8. il terzo motivo è privo di fondamento, poiché la censura non indica alcun fatto decisivo che si assuma in concreto trascurato, laddove per giurisprudenza costante il giudice del merito può motivare anche senza prendere in considerazione tutti i fatti dedotti dalle parti, essendo sufficiente che esamini quelli idonei a pervenire alla decisione, ritenendo implicitamente privi di valore probatorio alcuni elementi trascurati perché inidonei a consentire di sovvertire, in termini di pregnanza probatoria, gli elementi individuati come decisivi (si veda Cass. n. 29730 del 29/12/2020: Il giudice di merito è libero di attingere il proprio convincimento da quelle prove o risultanze di prova che ritenga più attendibili e idonee alla formazione dello stesso, né gli è richiesto di dar conto, nella motivazione, dell’esame di tutte le allegazioni e prospettazioni delle parti e di tutte le prove acquisite al processo, essendo sufficiente che egli esponga – in maniera concisa ma logicamente adeguata – gli elementi in fatto ed in diritto posti a fondamento della sua decisione e le prove ritenute idonee a confortarla, dovendo reputarsi implicitamente disattesi tutti gli argomenti, le tesi e i rilievi che, seppure non espressamente esaminati, siano incompatibili con la soluzione adottata e con l’iter argomentativo svolto”);

9. il quarto e il quinto motivo di ricorso, da valutare congiuntamente, sono infondati poiché i giudici del merito, valutando le ragioni addotte dal datore di lavoro alla stregua delle disposizioni del contratto collettivo, hanno rilevato, senza entrare nel merito delle scelte datoriali, l’insussistenza del nesso di causalità tra la situazione rappresentata a fondamento del licenziamento e la soppressione del posto, in ciò conformandosi ai criteri indicati dalla giurisprudenza di legittimità (Cass. 9665 del 05/04/2019), sicché le censure sconfinano nel campo riservato alla valutazione del giudice del merito;

10. Il ricorso, conclusivamente, deve essere rigettato, con liquidazione delle spese secondo soccombenza.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna la ricorrente al pagamento in favore del controricorrente delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in complessivi Euro 5.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali al 15% e accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte dei ricorrenti dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, se dovuto, per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 6 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 27 gennaio 2022

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