Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24047 del 12/10/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 12/10/2017, (ud. 10/03/2017, dep.12/10/2017),  n. 24047

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETITTI Stefano – Presidente –

Dott. PICARONI Elisa – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – rel. Consigliere –

Dott. SCALISI Antonino – Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 4520-2015 proposto da:

B.S., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR

presso la CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato GIORDANO

SETTEMBRE;

– ricorrente –

contro

D.M., V.C., elettivamente domiciliati in ROMA,

VIA OVIDIO 32, presso lo studio dell’avvocato GUIDO BRUNO CRASTOLLA,

rappresentati e difesi dall’avvocato EMILIO ANTONIO LUCISANI;

– controricorrente –

avverso il decreto n. 3750/2013 R.G. del TRIBUNALE di BRINDISI,

depositato il 04/12/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 10/03/2017 dal Consigliere Dott. MILENA FALASCHI.

Fatto

FATTI DI CAUSA E RAGIONI DELLA DECISIONE

B.S. e Z.G. proponevano, nelle forme del procedimento sommario di cognizione, domanda di liquidazione dei compensi professionali di avvocato in ordine all’attività stragiudiziale e giudiziale prestata in favore di D.M. e V.C., avente ad oggetto il risarcimento dei danni alla persona conseguenti a responsabilità medica, sino alla revoca del mandato difensivo avvenuta dopo il deposito delle note ex art. 183 c.p.c., comma 6, chiedendo rispettivamente gli importi di Euro 55.000,00 ed Euro 47.000,00.

Nella resistenza dei convenuti, i quali chiedevano che la liquidazione fosse limitata entro importi più ridotti, nel rispetto dei parametri di legge, il Giudice collegiale del Tribunale di Brindisi, con decreto depositato il 4.12.2014, accoglieva per quanto di ragione il ricorso, liquidando i compensi dovuti per ciascun difensore in complessivi Euro 7.750,00, oltre accessori e spese, e provvedendo alla refusione delle competenze del procedimento di liquidazione per l’importo di Euro 650,00 in favore di ognuno, oltre accessori.

Per la cassazione del decreto di liquidazione ricorrono il B. e la Z. sulla base di quattro motivi, cui resistono gli intimati con controricorso.

Ritenuto che il ricorso potesse essere respinto, con la conseguente definibilità nelle forme di cui all’art. 380 bis c.p.c., in relazione all’art. 375 c.p.c., comma 1, n. 1), su proposta del relatore, regolarmente notificata ai difensori delle parti, il presidente ha fissato l’adunanza della camera di consiglio.

I controricorrenti hanno presentato memoria ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., comma 2.

Atteso che:

preliminarmente devono essere disattese le deduzioni dei controricorrenti di inammissibilità o improcedibilità del ricorso, ribadite nella memoria illustrativa, per violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, art. 360 bis c.p.c., n. 1, art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4 e difetto di autosufficienza: la decisione sul ricorso non suppone, infatti, l’esame di documenti su cui esso sia fondato, riguardando la valutazione ed applicazione di consolidati principi, per cui non hanno rilievo le prescrizioni dettate dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4.

I controricorrenti hanno, altresì, eccepito l’inammissibilità del ricorso perchè le censure di cui all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5 sarebbero state indebitamente cumulate.

Il rilievo è infondato. L’inammissibilità di cui si discute non può sussistere allorquando il ricorso per cassazione, pur presentando congiuntamente in rubrica i due profili di censura, esibisca sufficiente specificità, cioè la caratteristica che principalmente contraddistingue l’impugnazione in sede di legittimità.

Pertanto allorquando il motivo di ricorso evidenzi nitidamente nel proprio seno i profili attinenti la ricostruzione del fatto e passi successivamente alla trattazione delle doglianze relative all’interpretazione o all’applicazione della o delle norme appropriate alla fattispecie, non v’è luogo per rilevare vizi del ricorso stesso.

E’ anzi insegnamento dottrinale ed esperienziale che, in alcuni casi (sia pur non costituenti regola generale), la trattazione congiunta dei profili di fatto e di diritto, per il loro intrecciarsi nella vicenda processuale, consigli l’unitaria trattazione, al fine di far meglio cogliere al collegio giudicante l’impianto della censura. Val bene ricordare che anche nella vigenza dell’art. 366 bis c.p.c., il quale, imponendo la formulazione del quesito di diritto e la chiara indicazione del fatto controverso, esigeva maggior precisione nell’individuazione della critica, si è ritenuto ammissibile un unico articolato motivo d’impugnazione relativo a vizi diversi, qualora lo stesso si concludesse con una pluralità di quesiti, ciascuno dei quali riferito al singolo profilo dedotto e idoneamente formulato (Cass. Sez. Un. n. 5624 del 2009; Cass. n. 15242 del 2012).

Del pari non può avere seguito la deduzione di non applicabilità alla fattispecie del D.Lgs. n. 150 del 2011, entrato in vigore dal 6.10.2011, non venendo in rilievo profili attinenti all’an del credito azionato, con la conseguenza che il provvedimento è ricorribile per cassazione.

Nè può incidere al riguardo la circostanza che i ricorrenti abbiano presentato avverso il medesimo provvedimento sia impugnazione in appello (poi rinunciata) sia in cassazione, con contestuale pendenza dei due giudizi, non consumando la proposizione dell’un mezzo il diritto ad impugnare avanti al giudice competente;

– passando al merito del ricorso, il primo motivo di ricorso (col quale si deduce la violazione e la falsa applicazione del D.M. 20 luglio 2012, n. 140, artt. 11 e 4 per avere il Tribunale disposto la liquidazione dei compensi spettanti agli avvocati, dopo avere riconosciuto che la controversia era di valore superiore ad Euro 1.500.000,00, facendo applicazione dei parametri medi dello scaglione precedente, senza valutare il valore, la natura e la complessità della causa) appare manifestamente infondato, in quanto, alla stregua del D.M. citato, per le controversie il cui valore superi Euro 1.500.000,00 il giudice applica i valori di liquidazione riferiti di regola allo scaglione precedente, come è avvenuto nel caso di specie. Di converso, le critiche in ordine alla omessa valutazione della natura e della complessità della causa, ai fini dell’applicazione dei parametri massimi anzichè di quelli medi, per un verso, sono generiche e indeterminate e, per altro verso, attengono alla sfera valutativa del giudice di merito e non rientrano tra i profili di legittimità sindacabili in cassazione (cfr. Cass. 2 agosto 2005 n. 16132);

il secondo motivo di ricorso (col quale si deduce la violazione e la falsa applicazione della L. 13 giugno 1942, n. 794 e dell’art. 2233 c.c., per avere il Tribunale quantificato un unico compenso, provvedendo a dimezzarlo per la liquidazione in favore di ciascun codifensore) è anch’esso manifestamente infondato, poichè il D.M. n. 140 del 2012, art. 1, comma 4, (vigente ratione temporis) prevede espressamente che, nel caso di incarico collegiale, come è occorso nella fattispecie, il compenso è unico, sebbene il giudice possa aumentarlo fino al doppio, potere quest’ultimo che ricade nella discrezionalità del giudice e che deve essere debitamente motivato;

il terzo motivo di ricorso (col quale si deduce la violazione e la falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c., per avere il Tribunale liquidato, in favore dell’avv. Z., una somma inferiore a quella richiesta con la nota depositata, sebbene i resistenti non avessero sollevato alcuna contestazione sul punto) è privo di pregio, per essere il presupposto della mancata contestazione è espressamente smentito dai riferimenti del controricorso alle deduzioni riportate nella comparsa di costituzione depositata dai resistenti nel procedimento di liquidazione;

il quarto motivo (col quale si deduce la violazione e la falsa applicazione del D.M. 10 marzo 2014, n. 55, per avere il Tribunale quantificato i compensi del procedimento di liquidazione in violazione dei parametri stabiliti per le cause comprese nello scaglione che va da Euro 5.200,00 ad Euro 26.000,00) non può trovare ingresso, essendosi il Tribunale avvalso del potere di ridurre il compenso, ai sensi del D.M. n. 55 del 2014, art. 4 provvedendo alla quantificazione di un compenso unico in ragione dell’attività difensiva comune prestata a vantaggio dei clienti e al susseguente dimezzamento per la determinazione della quota spettante a ciascun difensore.

Il ricorso deve pertanto essere rigettato.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo. Poichè il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è rigettato, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto il comma 1-quater del testo unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13 – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

PQM

 

La Corte rigetta il ricorso;

condanna i ricorrenti in solido alla rifusione delle spese processuali del giudizio di legittimità che liquida in complessivi Euro 5.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre alle spese forfettarie e agli accessori come per legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Sesta Civile – 2, il 10 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 12 ottobre 2017

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