Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24031 del 24/11/2016


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Cassazione civile sez. lav., 24/11/2016, (ud. 28/09/2016, dep. 24/11/2016), n.24031

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BRONZINI Giuseppe – Presidente –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – rel. Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 18994/2013 proposto da:

POSTE ITALIANE S.P.A. C.F. (OMISSIS), in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE

MAZZINI 134, presso lo studio dell’avvocato FIORILLO LUIGI, che la

rappresenta e difende giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

N.A. C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,

CORSO D’ITALIA 102, presso lo studio dell’avvocato GIOVANNI PASQUALE

MOSCA, che lo rappresenta e difende giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 10857/2012 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 30/01/2013 r.g.n. 1742/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

28/09/2016 dal Consigliere Dott. ADRIANO PIERGIOVANNI PATTI;

udito l’Avvocato RICCARDI RAFFAELE per delega Avvocato FIORILLO

LUIGI;

udito l’Avvocato MOSCA GIOVANNI PASQUALE;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SANLORENZO Rita, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

Con sentenza 30 gennaio 2013, la Corte d’appello di Roma rigettava il ricorso di Poste Italiane s.p.a. per revocazione ai sensi dell’art. 395 c.p.c., nn. 4 e 5, della sentenza 24 novembre 2009 della stessa Corte, che aveva dato atto della prosecuzione giuridica del rapporto di lavoro tra le parti e condannato la società datrice al risarcimento del danno in favore di N.A., in misura pari alle retribuzioni spettanti dalla messa in mora del 6 novembre 2002 fino al raggiungimento del 67 anno di età, oltre interessi legali e rivalutazione.

A motivo della decisione, la Corte territoriale escludeva la sussistenza tanto dell’errore di fatto risultante dagli elementi emergenti dalle sentenze 1 luglio 1997 del Pretore di Roma e n. 20170/2004 del Tribunale di Roma, in giudicato, tanto della contrarietà ad essa, in relazione al mancato esercizio dal lavoratore del diritto di opzione ai fini della prosecuzione del rapporto fino al 67 anno di età.

Ed infatti, sotto il primo profilo, essa riteneva la sentenza impugnata frutto di un’attività interpretativa complessa e articolata della precedente sentenza, che a propria volta (in particolare, per la dichiarazione di nullità della risoluzione del rapporto di lavoro in applicazione di previsioni del CCNL ritenute nulle) neppure aveva affrontato la questione riguardante la cessazione del rapporto di lavoro per sopraggiunti limiti di età, nulla avendo in proposito statuito: con esclusione pertanto, sotto il secondo profilo, di alcuna contrarietà a precedente giudicato tra le stesse parti.

Con atto notificato il 30 luglio 2013, Poste Italiane s.p.a. ricorre per cassazione con due motivi, cui resiste il lavoratore con controricorso; entrambe le parti hanno comunicato memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo, la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per la “reinterpretazione” non richiesta della precedente statuizione della medesima Corte territoriale, in giudicato sul parametro di liquidazione del danno risarcibile nel raggiungimento dell’età massima pensionabile, individuato per errore percettivo nel 67 anzichè nel 65 anno d’età.

Con il secondo, la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 324 e 329 c.p.c., e art. 2909 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per violazione del giudicato formale e sostanziale formatosi sul parametro risarcitorio del raggiungimento del limite d’età pensionabile, arbitrariamente superato.

Il primo motivo, relativo a violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., per la “reinterpretazione” non richiesta della precedente statuizione della medesima Corte territoriale, in giudicato sul parametro di liquidazione del danno risarcibile nel raggiungimento dell’età massima pensionabile, è inammissibile.

Non è configurabile la violazione del principio di corrispondenza del chiesto al pronunciato (per la relativa nozione, sia pure in relazione alla contraria ipotesi di omessa pronuncia: Cass. 16 maggio 2012, n. 7653), posto che ad essa non può dar luogo una supposta “reinterpretazione” della sentenza impugnata per revocazione, ma solo la pronuncia di un capo avente autonoma consistenza decisoria. Peraltro, la Corte territoriale ha condivisibilmente argomentato l’inesistenza di alcun vizio revocatorio, nel rispetto dell’ambito decisionale devolutole con la domanda di revocazione.

A questo proposito, occorre rilevare come la ricorrente non abbia confutato la principale ratio decidendi, laddove la sentenza spiega (al penultimo capoverso di pg. 2 della sentenza) le ragioni di insussistenza tanto dell’errore percettivo (per essere la decisione impugnata per revocazione “frutto di attività interpretativa”), tanto della contrarietà a giudicato (in assenza di alcun profilo di statuizione con esso neppure interferente). Tale omissione integra non soltanto la genericità del motivo, in violazione della prescrizione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4, che ne esige l’illustrazione, con esposizione degli argomenti invocati a sostegno della decisione assunta con la sentenza impugnata e analitica precisazione delle considerazioni che, in relazione al motivo come espressamente indicato nella rubrica, giustificano la cassazione della sentenza (Cass. 22 settembre 2014, n. 19959; Cass. 19 agosto 2009, n. 18421; Cass. 3 luglio 2008, n. 18202), ma comporta la formazione di giudicato su di essa, per la confutazione, pure generica, di una sola delle due concorrenti rationes decidendi (“Tale ultima considerazione porta comunque a ritenere che ove anche in ipotesi sussistesse motivo di revocazione, non di meno si giungerebbe a pronunzia uguale a quella della sentenza qui impugnata”: ultimo capoverso di pg. 2 della sentenza).

E’ noto infatti che, qualora la decisione di merito si fondi su una pluralità di ragioni, tra loro distinte e autonome, singolarmente idonee a sorreggerla sul piano logico e giuridico, la ritenuta infondatezza (o addirittura mancanza di specifica formulazione) delle censure mosse ad una delle rationes decidendi rende inammissibili, per sopravvenuto difetto di interesse, le censure relative alle altre ragioni esplicitamente fatte oggetto di doglianza, in quanto queste ultime non potrebbero comunque condurre, stante l’intervenuta definitività delle altre, alla cassazione della decisione stessa (Cass. 29 marzo 2013, n. 7931; Cass. 14 febbraio 2012, n. 2108; Cass. 3 novembre 2011, n. 22753).

Il secondo motivo, relativo a violazione e falsa applicazione degli artt. 324 e 329 c.p.c., e art. 2909 c.c., per violazione del giudicato formale e sostanziale formatosi sul parametro risarcitorio del raggiungimento del limite d’età pensionabile, è assorbito.

Ciò discende dall’inammissibilità del primo, per formazione di giudicato sulla pronuncia, essendo rimasta inconfutata anche dal mezzo in esame (pure infondato per inesistenza della violazione di giudicato denunciato, per le ragioni illustrate nell’ultimo capoverso di pg. 2 della sentenza impugnata).

Dalle superiori argomentazioni discende allora coerente il rigetto del ricorso, con la regolazione delle spese di giudizio secondo il regime di soccombenza.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna Poste Italiane s.p.a. alla rifusione, in favore del controricorrente, delle spese del giudizio, che liquida in Euro 100,00 per esborsi e Euro 4.000,00 per compensi professionali, oltre rimborso per spese generali in misura del 15 % e accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 28 settembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 24 novembre 2016

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