Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24008 del 26/09/2019

Cassazione civile sez. trib., 26/09/2019, (ud. 03/07/2018, dep. 26/09/2019), n.24008

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PERRINO Angel – Maria –

Dott. CONDELLO Pasqualina Anna Piera – Consigliere –

Dott. TRISCARI Giancarlo – rel. Consigliere –

Dott. SUCCIO Roberto – Consigliere –

Dott. FICHERA Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

Sul ricorso iscritto al n. 30632 del ruolo generale dell’anno 2011

proposto da:

Teleplay Computer s.r.l. in persona del legale rappresentante,

rappresentata e difesa dagli Avv.ti Giovanni Canino e Gaia Lucilla

Gallo per procura speciale in calce al ricorso, elettivamente

domiciliata in Roma, via Francesco Saverio Nitti, n. 11, presso lo

studio di quest’ultimo difensore;

– ricorrente –

contro

Agenzia delle entrate, in persona del Direttore pro tempore,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura generale dello Stato, presso

i cui uffici ha domicilio in Roma, Via dei Portoghesi, n. 12;

– controricorrente –

per la cassazione della sentenza della Commissione tributaria

regionale dell’Emilia Romagna n. 01/03/11, depositata il giorno 11

gennaio 2011;

udita la relazione svolta nella Camera di consiglio del 3 luglio 2018

dal Consigliere Giancarlo Triscari.

Fatto

RILEVATO

che:

la sentenza impugnata ha esposto, in punto di fatto, che: a seguito di verifica fiscale effettuata nei confronti della società contribuente e di redazione del processo verbale di constatazione, l’ufficio finanziario aveva provveduto alla rettifica della dichiarazione annuale Iva per l’anno 2004 ed al recupero della maggiore Iva, nonchè ad accertare un maggior reddito ai fini Ires e Irap, irrogando le conseguenti sanzioni; le ragioni della pretesa riguardavano sia operazioni di vendita nei confronti della società Micro Informatica s.r.l., con sede in Grecia, trattate dalla società contribuente come cessioni intracomunitarie non imponibili, ritenute invece dall’Ufficio finanziario soggettivamente inesistenti, sia operazioni di acquisto di merci dalla KR informatica s.a.s. di P.C. e c., con sede legale in Crotone, risultato soggetto inesistente; avverso l’avviso di accertamento la società contribuente aveva proposto ricorso dinanzi alla Commissione tributaria provinciale di Bologna che lo aveva rigettato; avverso la suddetta pronuncia aveva proposto appello la contribuente;

la Commissione tributaria regionale dell’Emilia Romagna ha parzialmente accolto l’appello, in particolare ha ritenuto che, con riferimento alla contestazione dell’emissione di fatture per operazioni inesistenti, era stata dimostrata l’effettività delle stesse, mentre, con riferimento alla contestazione relativa all’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti, ha ritenuto di non potere accogliere l’appello, in quanto, una serie di circostanze, specificamente indicate (modalità di pagamento, peculiarità della consegna delle merci, mancanza di locali idonei nella sede operativa di Lavinio di Mezzo, omessa dichiarazione Iva e versamento di imposta da parte della società cedente, irreperibilità del socio accomandatario e legale rappresentante della medesima, mancanza di documentazione idonea a giustificare la esistenza del rapporti commerciali tra le due società), conducevano a ritenere legittima la pretesa dell’Ufficio finanziario;

avverso la suddetta pronuncia ha proposto ricorso dinanzi a questa Corte la contribuente affidato a quattro motivi di censura, cui ha resistito l’Agenzia delle entrate depositando controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

che:

con il primo motivo di ricorso si censura la sentenza di appello ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3) e 5), per contraddittorietà ed illogicità della motivazione nonchè per erroneità e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. e dell’art. 115 c.p.c.;

in particolare, la ricorrente lamenta che la sentenza sarebbe: contraddittoria, per avere, da un lato, accolto il motivo di appello avuto riguardo alle operazioni di vendita di merci in favore della Micro Informatica s.r.l. e, dall’altro, rigettato il motivo di appello concernente le operazioni di acquisto di merci dalla KR Informatica sas di P.C. e c.; apparente, non avendo tenuto in considerazione quanto da essa sostenuto in sede di appello; priva di motivazione, non avendo reso alcuna pronuncia sulla produzione documentale della contribuente, dalla quale avrebbe potuto evincersi che le operazioni erano effettivamente avvenute e che la società KR informatica sas di P.C. e c. era un soggetto esistente; illogica, in quanto, ritenendo legittima la pretesa, finisce per ricondurre a carico della ricorrente le conseguenze della impossibilità di procedere nei confronti della KR Informatica sas di P.C. e c.; viziata per violazione di legge, per non avere riconosciuta la sussistenza della buona fede della contribuente, posto che le operazioni erano state effettivamente eseguite e sussisteva, ai sensi del d., art. 19, il diritto a portare in detrazione l’Iva a fronte di un effettivo acquisto di beni;

il motivo è inammissibile;

il motivo è articolato in diversi profili di censura senza una precisa diversificazione, all’interno del medesimo, delle diverse ragioni fondanti la prospettazione dei vizi riscontrati, inserendo in un medesimo contesto argomentativo sia vizi di motivazione (motivazione contraddittoria, illogica, carente) che di violazione di legge (violazione della disciplina in materia di riparto dell’onere della prova, violazione del principio di non contestazione, violazione del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 19), che di error in giudicando (per lamentata motivazione apparente), rendendo quindi difficile sceverare all’interno del percorso seguito i profili da ricondurre ora all’una ora all’altra ragione di censura prospettata;

questa Corte ha, al riguardo, più volte precisato che, in tema di ricorso per cassazione, è inammissibile la mescolanza e la sovrapposizione di mezzi d’impugnazione eterogenei, facenti riferimento alle diverse ipotesi contemplate dall’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3) e 5), non essendo consentita la prospettazione di una medesima questione sotto profili incompatibili, quali quello della violazione di norme di diritto, che suppone accertati gli elementi del fatto in relazione al quale si deve decidere della violazione o falsa applicazione della norma, e del vizio di motivazione, che quegli elementi di fatto intende precisamente rimettere in discussione; o quale l’omessa motivazione, che richiede l’assenza di motivazione su un punto decisivo della causa rilevabile d’ufficio, e l’insufficienza della motivazione, che richiede la puntuale e analitica indicazione della sede processuale nella quale il giudice d’appello sarebbe stato sollecitato a pronunciarsi, e la contraddittorietà della motivazione, che richiede la precisa identificazione delle affermazioni, contenute nella sentenza impugnata, che si porrebbero in contraddizione tra loro (Cass. civ., 23 ottobre 2018, n. 26874; da ultimo, Cass. civ., 16 luglio 2019, n. 18982);

si è infatti, precisato che l’esposizione diretta e cumulativa delle questioni concernenti l’apprezzamento delle risultanze acquisite al processo e il merito della causa mira a rimettere al giudice di legittimità il compito di isolare le singole censure teoricamente proponibili, onde ricondurle ad uno dei mezzi d’impugnazione enunciati dall’art. 360 c.p.c., per poi ricercare quale o quali disposizioni sarebbero utilizzabili allo scopo, così attribuendo, in modo non ammissibile, al giudice di legittimità il compito di dare forma e contenuto giuridici alle ragioni di censura del ricorrente, al fine di decidere successivamente su di esse;

peraltro, il motivo, sul punto relativo alla censura per vizio di motivazione, è di per sè inammissibile, limitandosi la ricorrente a sostenere la mancata valutazione del giudice di appello di una serie di elementi probatori non tenuti in considerazione, senza tuttavia specificamente riprodurne, anche sommariamente, il contenuto, al fine di consentire a questa Suprema Corte di procedere ad una valutazione di decisività degli stessi al fine della definizione della controversia;

in realtà, rispetto alla valutazione del materiale probatorio compiuto dal giudice di appello, con il presente motivo di ricorso la contribuente intende proporre, in questa sede, una nuova valutazione di merito delle medesime risultanze, in violazione della previsione di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1;

con il secondo motivo si censura la sentenza ai sensi dell’art. 360, comma 1, nn. 3) e 5), per violazione e falsa applicazione della Direttiva del Consiglio n. 77/388/CEE, del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 19 e ss. e del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, nonchè dell’art. 115 c.p.c.;

in particolare, la contribuente lamenta che il giudice di appello ha omesso ogni valutazione sulla questione, prospettata in sede di appello, della giurisprudenza comunitaria secondo cui il diritto di un soggetto passivo che effettua operazioni nell’ambito di una catena di cessioni, non è inficiato dal fatto che, nella catena di cessioni in cui si inscrivono tali operazioni, senza che il medesimo soggetto passivo lo sappia o lo possa sapere, sussista un’altra operazione, precedente o successiva a quella realizzata da quest’ultimo, sia inficiata da frode Iva; lamenta, altresì, che la questione non era stata oggetto di contestazione da parte dell’ufficio finanziario e, infine, che deve essere comunque riconosciuto il diritto alla detrazione dell’Iva per il solo fatto dell’emissione della fattura;

il motivo è inammissibile;

va osservato che parte ricorrente non ha specificato che la questione di cui, in questa sede, lamenta l’omessa pronuncia, era stata prospettata come specifico motivo di appello, non riproducendosi nel ricorso, il motivo in esame e non risultando, a tal fine, sufficiente la trascrizione delle prime due pagine dell’atto di appello, da cui non è dato evincere quali motivi di appello erano stati proposti, nè essendo idoneo, a tal fine, il passaggio riprodotto della memoria depositata dinanzi al giudice del gravame;

in questo contesto, il motivo di ricorso in esame affronta temi estranei al thema decidendum, in quanto fa riferimento alla giurisprudenza comunitaria in materia di riconoscimento del diritto di un soggetto passivo che effettua operazioni nell’ambito di una catena di cessioni, ma la presente controversia, stando a quanto riportato nella sentenza impugnata, attiene al recupero dell’Iva indebitamente detratta e al disconoscimento dei costi indebitamente dedotti per le operazioni di acquisto di materiale informatico ed elettronico dalla società KR Informatica s.a.s. di P.C. e C., senza che possa porsi una questione, prospettata dalla ricorrente, di catene di cessioni, precedenti o successive all’operazione realizzata dal soggetto passivo interessato;

ciò comporta l’irrilevanza del motivo di censura che attiene alla ritenuta violazione dell’art. 115 c.p.c.;

inoltre, va precisato che l’omessa pronuncia del giudice di appello su una questione prospettata dalla parte può essere censurata, in questa sede, solo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4), non per violazione di legge ovvero per vizio di motivazione della sentenza;

con il terzo motivo di censura la sentenza ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), per motivazione apparente, illogica e contraddittoria, in relazione ad un fatto controverso e decisivo per il giudizio, e per avere deciso in maniera difforme dalle ragioni fondanti la pretesa dell’ufficio finanziario;

in particolare, lamenta che il giudice di appello: non avrebbe tenuto in considerazione i diversi elementi probatori prospettati relative alla non fittizietà delle operazioni, mentre ha ritenuto sussistenti elementi di prova della inesistenza soggettiva della cedente; non avrebbe affrontato in alcun modo il problema della natura delle operazioni contestate, anzi avrebbe sovvertito l’assunto dell’Ufficio, facendo riferimento a operazioni oggettivamente (e non soggettivamente) inesistenti; sarebbe contraddittoria, per avere accolto il primo motivo di appello e invece rigettato il secondo; la sentenza non ha tenuto conto degli elementi probatori addotti dalla ricorrente;

il motivo è inammissibile;

lo stesso prospetta generiche ragioni di censura alla pronuncia impugnata non riconducibili ai presupposti di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), nel quale il vizio attiene al percorso motivazionale della sentenza per non avere tenuto in considerazione fatti decisivi per la controversia;

sotto diversi profili, lo stesso risulta ripetitivo delle ragioni di censura già esaminate con riferimento al primo motivo di ricorso, laddove, in sostanza, lamenta la mancata valutazione di elementi di prova offerta al giudice di appello, anche in questo caso senza specifica riproduzione degli stessi, in violazione del principio di autosufficienza, idonea a consentire il vaglio di decisività dei medesimi, nonchè della contraddittorietà della pronuncia e della valutazione espressa ai fini della ritenuta natura di operazione soggettivamente inesistente;

circa la questione della natura delle operazioni, lo stesso è privo di rilevanza posto che la pronuncia del giudice di appello, nella ricostruzione in fatto, ha precisato che la vicenda doveva essere collocata nell’ambito delle operazioni soggettivamente inesistenti; con il quarto motivo si censura la sentenza ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), per violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 472 del 1997, artt. 1,2,3 e 12, per avere ritenuto applicabili le sanzioni nella misura di cui alla pretesa, senza, invece, motivare le ragioni per cui, nella fattispecie, non poteva procedersi alla riduzione sino alla metà del minimo, come invece richiesto dalla contribuente;

il motivo è inammissibile;

la contribuente, sebbene censuri la sentenza per vizio di violazione di legge, lamenta la mancata pronuncia della stessa sui rilievi difensivi prospettati nel motivo di appello e, sotto tale profilo, la censura avrebbe dovuto essere fatta valere ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4), con conseguente inammissibilità del motivo;

in ogni caso, non sussiste una omessa motivazione sul punto, avendo il giudice di appello espressamente ritenute appropriate le sanzioni tenuto conto della gravità dell’addebito contestato, implicitamente ritenendo prive di rilevanza gli ulteriori elementi addotti dalla contribuente al fine di una riduzione della misura della sanzione;

in conclusione, il ricorso è inammissibile con condanna della ricorrente al pagamento delle spese di lite in favore della controricorrente.

P.Q.M.

La Corte:

dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento in favore della controricorrente delle spese di lite che si liquidano in complessive Euro 7.000,00, oltre spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della quinta sezione civile, il 3 luglio 2018.

Depositato in Cancelleria il 26 settembre 2019

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