Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24003 del 06/09/2021

Cassazione civile sez. I, 06/09/2021, (ud. 10/03/2021, dep. 06/09/2021), n.24003

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAMPANILE Pietro – Presidente –

Dott. PARISE Clotilde – rel. Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio Pietro – Consigliere –

Dott. CARADONNA Lunella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 3216/2016 proposto da:

Silba S.p.a., in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in Roma, Circonvallazione Trionfale n.

145, presso lo studio degli avvocati D’Ottavio Giulio, e Aiello

Annapaola, rappresentata e difesa dagli avvocati d’Andrea Luigi,

giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

Azienda Sanitaria Locale Salerno, in persona del Commissario

Straordinario pro tempore, elettivamente domiciliata in Roma, Via

Alessandria n. 208, presso lo studio dell’avvocato Cardarelli

Massimiliano, rappresentata e difesa dagli avvocati Casilli Valerio,

Tortora Emma, giusta procura a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 540/2015 della CORTE D’APPELLO di SALERNO,

depositata il 01/09/2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

10/03/2021 dal Cons. Dott. PARISE CLOTILDE.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Il Tribunale di Salerno, con sentenza n. 364/2013, rigettava l’opposizione proposta dall’Azienda Sanitaria Locale di Salerno (di seguito per brevità ASL) avverso il Decreto Ingiuntivo 27 aprile 2012, n. 3194, avente ad oggetto il pagamento della somma di Euro 5.432.396,32, oltre interessi moratori e spese della procedura, in favore della società SILBA S.p.a. (di seguito per brevità Silba), a titolo di differenze tariffarie dovute ai sensi della D.G.R.C. 13 febbraio 2009, n. 224, sulle prestazioni riabilitative L. n. 833 del 1978, ex art. 26, rese nel corso degli anni 2003/2005, nei limiti della C.O.M. assegnata alla società provvisoriamente accreditata presso la ASL Salerno (OMISSIS).

2. Con sentenza n. 540/2015 pubblicata il 1-9-2015 la Corte d’appello di Salerno ha accolto l’appello proposto dall’ASL nei confronti della Silba avverso la citata sentenza del Tribunale di Salerno. La Corte territoriale, per quanto ancora di interesse, dopo avere ricostruito il quadro normativo di riferimento, ha affermato che: A) nel triennio 2003, 2004 e 2005 la Silba, presso il Centro di Riabilitazione “(OMISSIS)” aveva effettuato prestazioni L. n. 833 del 1978, ex art. 26, per un importo complessivo pari ad Euro 28.354.085,35 (Euro 9.557.354,94 per l’anno 2003; Euro 9.396.275,49 per l’anno 2004 ed Euro 9.400.454,92 per l’anno 2005) e detta somma, per stessa ammissione della società appellata, era stata interamente pagata dall’A.S.L. Salerno (OMISSIS); B) in forza delle Delib. A.S.L. 26 aprile 2003, n. 449, Delib. A.S.L. 6 dicembre 2004, n. 1668 e Delib. A.S.L. 13 maggio 2005, n. 549, concernenti la fissazione del tetto di spesa rispettivamente per gli anni 2003, 2004 e 2005 – delle prestazioni di assistenza riabilitativa erogabili da parte dei Centri “(OMISSIS)” e “(OMISSIS)” gestiti dalla Silba, era risultato che detta società avesse erogato in ciascuno dei menzionati anni prestazioni L. n. 833 del 1978, ex art. 26, eccedenti il volume massimo fissato e, quindi, avesse superato il tetto di spesa determinato in riferimento a ciascun anno; C) era dato evincere il suddetto superamento in base ai contenuti delle Delib. Direttore Generale dell’A.S.L. Salerno (OMISSIS) 14 giugno 2007, n. 572 e Delib. Direttore Generale dell’A.S.L. Salerno (OMISSIS) 7 marzo 2007, n. 175, prodotte in copia in primo grado, ed inoltre la legittimità delle Delib. A.S.L. 26 aprile 2003, n. 449, Delib. 6 dicembre 2004, n. 1668 e Delib. 13 maggio 2005, n. 549, concernenti la fissazione dei tetti di spesa era stata accertata con sentenza n. 6638/2007 pronunciata il 4 aprile-6 giugno 2007 dal TAR Campania, su ricorso di Silba, che ne aveva chiesto l’annullamento; D) la società appellata al più tardi in epoca immediatamente precedente e prossima al 19 luglio 2005 (a cui risaliva la notificazione del ricorso proposto dalla stessa Silba dinanzi al TAR Campania) aveva avuto piena cognizione delle Delib. A.S.L. 26 aprile 2005, n. 449, Delib. 6 dicembre 2004, n. 1668 e Delib. 13 maggio 2005, n. 549 e, quindi, della determinazione dei volumi massimi di prestazioni erogabili dal Centro “(OMISSIS)” in ciascun anno compreso nel triennio 2003, 2004 e 2005 e dei relativi tetti di spesa; E) la Silba era stata posta in condizioni di apprezzare il superamento dei tetti di spesa medesimi, aveva acquisito consapevolezza di avere ottenuto il pagamento di una somma di denaro complessiva (Euro 28.354.085,35) eccedente quella massima prevista dai tetti di spesa e non aveva perciò diritto di ottenere somme ulteriori a titolo di adeguamento tariffario delle rette per le prestazioni eseguite in quel triennio in forza della Delib. 13 febbraio 2009, n. 224 della Giunta della Regione Campania, in base alla quale “gli incrementi delle tariffe di cui al presente provvedimento non comportano l’incremento dei tetti di spesa a suo tempo stabiliti per ciascuno degli esercizi dal 2003 al 2008 dalla Giunta Regionale con apposite delibere”; F) pur se assorbita, era fondata anche la doglianza relativa all’inapplicabilità degli interessi calcolati ai sensi del D.Lgs. n. 231 del 2002, sia perché nella specie non si trattava di pagamento a titolo di corrispettivo contrattuale, non essendo quella disciplina riferibile ai rapporti instaurati con concessione di pubblico servizio, sia perché il rapporto di accreditamento temporaneo tra la ASL e la Silca era in ogni caso sorto anteriormente all’8-8-2002, data di entrata in vigore del D.Lgs. n. 231 del 2002.

3. Avverso questa sentenza la Silca propone ricorso, affidato a quattro motivi, resistito con controricorso dalla ASL.

4. Il ricorso è stato fissato per l’adunanza in Camera di consiglio ai sensi dell’art. 375 c.p.c., u.c. e art. 380 bis.1 c.p.c.. Parte ricorrente ha depositato memoria illustrativa e documenti.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo la ricorrente denuncia la “Violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3) e 4) e violazione dell’art. 342 c.p.c., comma 1”. Deduce che la Corte territoriale ha, con statuizione contraddittoria rispetto alle motivazioni esplicitate, ritenuto l’ammissibilità dell’atto di appello pur se proposto in violazione del citato art. 342. In particolare la Corte di merito, pur dando atto che l’appello era stato redatto con la tecnica del copia-incolla, senza menzionare il contenuto della sentenza impugnata, e consisteva in una mera riproposizione delle argomentazioni difensive svolte con l’atto di opposizione a decreto ingiuntivo, in modo contraddittorio ha ritenuto di dover disattendere l’eccezione di inammissibilità del gravame. Ad avviso della ricorrente non erano state censurate con l’appello né la sua pretesa in ordine alla sorte capitale, il cui importo era stato dichiarato pacifico dal Tribunale, né il fatto che erano state tardivamente comunicate le delibere con cui erano stati fissati i tetti di spesa e che, peraltro, non individuavano il limite massimo di spesa per ciascuna delle strutture della macro area.

2. Con il secondo motivo la ricorrente denuncia la “Violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3) e 5) e art. 116 c.p.c., per omesso esame del fatto decisivo per il giudizio costituito dal giudicato formatosi sull’applicabilità della D.G.R.C. n. 224 del 2009 – violazione dell’art. 324 in relazione all’art. 647 c.p.c. e dell’art. 2909 c.c.”. Ad avviso della ricorrente la Corte territoriale ha omesso la valutazione del giudicato esterno formatosi sul D.I. n. 4472 del 2010, non opposto, reso dal Tribunale di Salerno per la stessa causale, periodo e tra le stesse parti. Deduce che il suddetto monitorio non opposto aveva statuito la piena applicabilità della D.G.R.C. n. 224 del 2009, su cui è fondato il diritto di credito della ricorrente alla adeguata remunerabilità come da tariffe approvate con la citata Delib. per le prestazioni rese dalla stessa nel periodo 2003-2008.

3. Con il terzo motivo la ricorrente lamenta la “Violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3) e 5) e art. 116 c.p.c., per omesso esame del fatto decisivo per il giudizio rappresentato dalla inesistenza dei tetti di spesa da determinarsi esclusivamente secondo le previsioni di cui alla L. 27 dicembre 1997, n. 449, art. 32, comma 8, L. 28 dicembre 1995, n. 549, art. 2, comma 8 e L. n. 662 del 1996, art. 1, comma 32”. Deduce che la Corte d’appello ha erroneamente ritenuto l’esistenza di tetti di spesa legittimamente imposti alla struttura ricorrente per il triennio 2003-2005 che avrebbero impedito l’applicazione dei maggiori importi di retta giornaliera previsti dalla D.G.R.C. n. 224 del 2009, omettendo la corretta valutazione delle prove documentali allegate. Ad avviso della ricorrente, la Corte di merito ha erroneamente interpretato la sentenza del TAR Campania n. 6638/2007, ritenendo, così, che fossero stati fissati dei veri e propri tetti di spesa per gli anni 2003, 2004 e 2005 con le delibere, impugnate dalla stessa Silba davanti al giudice amministrativo, n. 446/2005, 572/2007 e 175/2007. Deduce di avere documentato nei precedenti gradi di giudizio che in nessuno dei tre esercizi finanziari era stato formato il tetto di spesa in base all’iter procedimentale di cui alla L. n. 449 del 1997, art. 32, comma 8, L. n. 549 del 1995, art. 2, comma 8 e L. n. 662 del 1996, art. 1, comma 32, non potendo ritenersi idonea la fissazione di tetti di spesa con le sole delibere aziendali, non equipollenti alla prescritta negoziazione. Rimarca che la Corte d’appello non ha valutato correttamente le risultanze documentali che richiama in ricorso (pag. n. 18, 19, 20 e 21) e che la struttura privata era vincolata all’erogazione della necessaria assistenza ai ricoverati, alcune volte privi di supporto familiare e comunque affetti da gravi patologie cronico-degenerative, sicché l’erogazione non poteva essere interrotta.

4. Con il quarto motivo la ricorrente lamenta la “Violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3) e 5) – violazione del D.Lgs. n. 231 del 2002, artt. 4 e segg. e della L. n. 724 del 1994, art. 6, comma 6”, per avere la Corte d’appello errato nel non ritenere applicabile il D.Lgs. n. 231 del 2012, atteso che le P.A. sono espressamente annoverate tra i destinatari della disciplina di cui trattasi. Inoltre si duole dell’omessa considerazione dell’originaria convenzione, che, ai sensi della L. n. 724 del 1994, art. 6, comma 6, era un mero requisito per il passaggio al nuovo regime dell’accreditamento.

5. Il primo motivo è inammissibile.

5.1. Questa Corte ha chiarito che gli artt. 342 e 434 c.p.c., nel testo formulato dal D.L. n. 83 del 2012, conv. con modif. dalla L. n. 134 del 2012, vanno interpretati nel senso che l’impugnazione deve contenere, a pena di inammissibilità, una chiara individuazione delle questioni e dei punti contestati della sentenza impugnata e, con essi, delle relative doglianze, affiancando alla parte volitiva una parte argomentativa che confuti e contrasti le ragioni addotte dal primo giudice, senza che occorra l’utilizzo di particolari forme sacramentali o la redazione di un progetto alternativo di decisione da contrapporre a quella di primo grado, tenuto conto della permanente natura di revisio prioris instantiae del giudizio di appello, il quale mantiene la sua diversità rispetto alle impugnazioni a critica vincolata (cfr. Cass. S.U. n. 27199/2017). Inoltre non può considerarsi aspecifico e deve, quindi, essere dichiarato ammissibile, il motivo d’appello che esponga il punto sottoposto a riesame, in fatto ed in diritto, in modo tale che il giudice sia messo in condizione (senza necessità di esplorare, in assenza di parametri di riferimento, le vicende processuali) di cogliere natura, portata e senso della critica, non occorrendo, tuttavia, che l’appellante alleghi e, tantomeno, riporti analiticamente le emergenze di causa rilevanti, le quali risultino investite ed evocate non equivocamente dalla censura, diversamente da quel che è previsto per l’impugnazione a critica vincolata (Cass. n. 7675/2019). In particolare la tecnica di redazione mediante “copia- incolla” dell’atto di gravame rende lo stesso atto inammissibile solo ove non consenta al giudice di avere una completa cognizione della controversia, mediante l’individuazione delle specifiche censure formulate contro le argomentazioni della sentenza impugnata (Cass. n. 8245/2018).

Nella specie, la Corte d’appello ha esaminato nel merito il motivo d’appello, ritenuto così implicitamente ammissibile ex art. 342 c.p.c., svolto dall’ASL in punto incompatibilità dell’adeguamento tariffario richiesto rispetto ai limiti di tetti di spesa (pag. 9 sentenza), concernente la questione oggetto del contendere di natura dirimente. La Corte di merito ha, dunque, considerato sufficientemente individuato il punto della sentenza impugnata censurato con l’atto di appello e contestato già in primo grado (cfr. pag. 9 della sentenza), avendo, in particolare, l’appellante ASL contestato la fondatezza della pretesa creditoria monitoriamente azionata da Silba in base a quanto previsto dalla Delib. Regionale 13 febbraio 2009, n. 224, secondo cui gli incrementi delle tariffe come approvati con la stessa Delib. non avrebbero potuto comportare l’incremento dei tetti di spesa a suo tempo stabiliti dalla Giunta Regionale con apposite delibere per ciascuno degli esercizi dal 2003 al 2008.

Parte ricorrente, nel denunciare la violazione e falsa applicazione dell’art. 342 c.p.c. e nel dolersi sostanzialmente dell’utilizzo da parte dell’appellante ASL della tecnica di redazione del copia-incolla, richiama in modo non del tutto lineare ed ordinato molteplici atti di causa, talora del proprio fascicolo, talora del fascicolo della controparte (pag. 10 e 11 ricorso), senza tuttavia specificamente indicare i fatti processuali alla base dell’errore denunciato (cfr. Cass. n. 29495/2020). Poiché la Corte di merito ha dato conto di aver individuato la critica specifica, nel senso precisato, svolta dall’appellante alla sentenza del Tribunale, era onere di parte ricorrente confutare con precisione tale affermazione, riportando nel ricorso o richiamando in modo chiaro e comprensibile la corrispondente parte dell’atto d’appello di cui si assume l’aspecificità, in contrasto con quanto ritenuto dalla Corte di merito (cfr. Cass. n. 9996/2020).

6. Il secondo motivo è infondato.

6.1. La ricorrente deduce la sussistenza di giudicato esterno rispetto al decreto ingiuntivo non opposto n. 4472/2010, che tuttavia riguarda il triennio 2006/2008 (cfr. allegato alla memoria pag. 3), assumendo che il giudicato si sarebbe formato sulla piena applicabilità della D.G.R.C. n. 224 del 2009, per dover essere in ogni caso il diritto di credito della ricorrente parametrato, quanto ad adeguata remunerabilità, alle tariffe approvate in relazione al periodo 2003-2008.

La censura è priva di pregio, atteso che nei rapporti di durata il giudicato presuppone l’identità del titolo, fonte del credito, e del fatto costitutivo (cfr. Cass. 28318/2017; SU n. 4090/2017), mentre detta identità non è affatto ravvisabile nella fattispecie in esame. In particolare, l’applicabilità dell’adeguamento tariffario di cui alla D.G.R.C. n. 224 del 2009, è condizionata al rispetto dei tetti di spesa previsti per ciascun esercizio annuale, non essendo, in difetto, dovuto il suddetto adeguamento del corrispettivo.

Il decreto ingiuntivo n. 4472/2010 si riferisce ad un periodo temporale diverso da quello oggetto del presente giudizio, il che, all’evidenza, comporta una diversità dei fatti costitutivi, atteso che per ogni esercizio annuale era stato deliberato un corrispondente tetto di spesa, che la debenza dell’adeguamento tariffario, come si è detto, era espressamente condizionata, in base alle previsioni della citata DGRC la cui applicazione invoca Silba, al mancato superamento del tetto di spesa per ciascun anno di riferimento, e che, in base a quanto accertato dai giudici di merito come di seguito si dirà (p.7), a Silba erano stati pagati corrispettivi già superiori ai tetti di spesa deliberati.

7. Il terzo motivo è in parte infondato e in parte inammissibile.

7.1. Occorre premettere che, in base a quanto accertato in punto di fatto dai giudici di merito, la società ricorrente, titolare di una Residenza Sanitaria Assistenziale (RSA), erogava, in virtù di autorizzazione sanitaria e in regime di provvisorio accreditamento, prestazioni di riabilitazione della L. n. 833 del 1978, ex art. 26, di tipo estensivo in favore di “soggetti non autosufficienti, anziani e non, con esiti stabilizzati di patologie, fisiche, psichiche, sensoriali o miste, non assistibili a domicilio, con un medio livello di assistenza medica, infermieristica e riabilitativa, accompagnata da un livello “alto” di tutela assistenziale ed alberghiera generica”. E’ incontroverso che negli anni in questione la Silba abbia operato in regime di accreditamento provvisorio, che “si caratterizza per la precipua finalità di assicurare la conservazione e la prosecuzione dei rapporti tra l’Amministrazione e i soggetti privati già convenzionati e dell’attività precedentemente svolta fino alla concessione dell’accreditamento istituzionale definitivo ed alla stipula dei relativi accordi contrattuali, mediante il riconoscimento dell’originaria convenzione avente valenza costitutiva e di fonte regolatrice del nuovo rapporto di accreditamento. Tale sistema non si sottrae all’esercizio del potere autoritativo e conformativo dell’Amministrazione, che si qualifica di natura concessoria. In ogni caso, pertanto, l’inclusione nell’accreditamento delle prestazioni da erogare prevede la previa valutazione da parte della Regione del fabbisogno, del volume dell’attività erogabile, della programmazione di settore, del possesso di requisiti da parte delle strutture private e degli oneri finanziari sostenibili, nonché il conseguimento del relativo titolo, conseguendone, in mancanza, la elusione dell’interesse pubblico sotteso alla preliminare verifica delle predette esigenze, tecniche e finanziarie, con effetto dell’esposizione della spesa sanitaria regionale ad una crescita fuori controllo”. (Consiglio di Stato, Sezione 3, Sentenza del 12-06-2014, n. 3020). Infatti nell’ambito del servizio sanitario nazionale, il passaggio dal regime di convenzionamento esterno al nuovo regime dell’accreditamento previsto dal D.Lgs. 30 dicembre 1992, n. 502, art. 8 e poi integrato dalla L. 23 dicembre 1994, n. 724, art. 6 – non ha modificato la natura del rapporto esistente tra l’Amministrazione e le strutture private, che rimane di natura sostanzialmente concessoria (cfr. Cass. n. 1740/2011). Questa Corte ha altresì chiarito (tra le tante così Cass. n. 27608/2019) che “La giurisprudenza amministrativa, con orientamento costante (Cons. Stato, sez. III, 08/01/2019; n. 184; Con. Stato, sez. III, 27/02/2018, n. 1206; Cons. St. Sez. III, 10/02/2016, n. 567; Cons. Stato, sez. III, 14/12/2012, n. 6432), ha precisato che l’osservanza del tetto di spesa in materia sanitaria rappresenta un vincolo ineludibile che costituisce la misura delle prestazioni sanitarie che il Servizio sanitario nazionale può erogare e che può permettersi di acquistare da ciascun erogatore privato, con la conseguenza che deve considerarsi giustificata (anche) la mancata previsione di criteri di remunerazione delle prestazioni extra budget, per la necessità di dover comunque rispettare i tetti di spesa e, quindi, il vincolo delle risorse disponibili (Cons. Stato, sez. III 10/02/2016 n. 566; Con. Stato, sez. III, 10/04/2015, n. 1832). Alla base di tale conclusione vi sono alcuni stringenti indirizzi normativi la L. 27 dicembre 1997, n. 449, art. 32, comma 8, il D.Lgs. 23 dicembre 1992, n. 502, art. 12, comma 3 e il D.Lgs. 15 dicembre 1997, n. 446, art. 39 (su cui Cons. Stato, Ad. Plen., 12/04/2012, n. 3; Cons. Stato, 02/05/ 2006, n. 8; Consiglio Stato, sez. V, 25/01/2002, n. 418; Corte Cost. 26/05/2005, n. 200; Corte Cost. 28/07/1995, n. 416; Corte Cost. 23/07/1992, n. 356) – i quali hanno disposto che, in condizioni di scarsità di risorse e di necessario risanamento del bilancio, anche il sistema sanitario non può prescindere dall’esigenza di perseguire obiettivi di razionalizzazione finalizzati al raggiungimento di una situazione di equilibrio finanziario attraverso la programmazione e pianificazione autoritativa e vincolante dei limiti di spesa dei vari soggetti operanti nel sistema. Si tratta dell’esercizio di un potere connotato da ampi margini di discrezionalità, posto che deve bilanciare interessi diversi e per certi versi contrapposti, ovvero l’interesse pubblico al contenimento della spesa, il diritto degli assistiti alla fruizione di adeguate prestazioni sanitarie, le aspettative degli operatori privati che si muovono secondo una legittima logica imprenditoriale e l’assicurazione della massima efficienza delle strutture pubbliche che garantiscono l’assistenza sanitaria a tutta la popolazione secondo i caratteri tipici di un sistema universalistico. Occorre d’altro canto considerare che il perseguimento degli interessi collettivi e pubblici compresenti nella materia non può restare subordinato e condizionato agli interessi privati i quali, per quanto meritevoli di tutela, risultano cedevoli e recessivi rispetto a quelli pubblici; che vi è la necessità di rivedere l’offerta complessiva delle prestazioni messe a disposizione dai soggetti privati utilizzando al meglio le potenzialità delle strutture pubbliche al fine di garantire il loro massimo rendimento a fronte degli ingenti investimenti effettuati in termini finanziari e organizzativi. Dato il carattere recessivo degli atti concordati e convenzionali, solo il mancato superamento del tetto di spesa dà il diritto alla struttura sanitaria accreditata di ottenere la remunerazione delle prestazioni erogate; nel senso che esso deve essere considerato un elemento costitutivo della pretesa creditoria, con la conseguenza che quando le prestazioni erogate dalle strutture sanitarie provvisoriamente accreditate superino i tetti di spesa non vi è alcun obbligo dell’ASL di acquistare e pagare le prestazioni suddette (Cons. Stato 27/02/2018, n. 12060)”.

Tanto premesso, e ribadito che Silba operava in regime di accreditamento provvisorio e che la stessa ricorrente sostiene di non avere sottoscritto alcun successivo contratto o accordo (pag. 21 ricorso), la Corte d’appello ha affermato (pag. 14 sentenza) che la ricorrente non aveva contestato l’avvenuta emissione e i contenuti delle delibere di Giunta Regionale sui tetti di spesa per gli anni in questione indicati nella sentenza, ma aveva sostenuto solo, come peraltro continua a sostenere anche nel presente giudizio, che le comunicazioni di detti atti non fossero state tempestive e non fossero avvenute secondo il modello di pianificazione di cui alla L. n. 449 del 1997 (art. 32, comma 8), la cui disciplina, tuttavia, concerne lo svolgimento del rapporto concessorio a regime definitivo, non quello provvisorio.

La Corte d’appello correttamente ha rimarcato il vincolo derivante dal giudicato amministrativo (TAR Campania n. 6638/2007), intervenuto ad iniziativa di Silba che aveva impugnato le delibere con cui era stato fissato il tetto di spesa per quegli anni, ed ha evidenziato che quanto è stato già pagato a Silba, la quale ha agito ed agisce per ottenere anche l’adeguamento dei corrispettivi già ricevuti in base alle tariffe aggiornate, è superiore ai tetti di spesa. Questi ultimi, in base ai principi suesposti, sono un limite invalicabile nel senso che si è precisato.

7.2. Sono inammissibili le censure con cui la ricorrente denuncia l’errata interpretazione della citata sentenza del Tar (pag. 16 ricorso), dedotta genericamente affermando che quella decisione escludeva il diritto agli incrementi in ipotesi di tetti di spesa legittimi, mentre ad avviso di Silba in quegli esercizi il tetto di spesa non era stato formato secondo le disposizioni di legge che regolano il relativo procedimento. La valutazione sulla legittimità del tetto di spesa esula dalla giurisdizione del giudice ordinario, vertendosi in ipotesi di discrezionalità amministrativa, e peraltro di ciò è ben consapevole parte ricorrente, che, come si è detto, aveva impugnato quelle delibere dinanzi al TAR (Cfr. Cass. Sez. U. n. 26200/2019).

Sono inammissibili anche le censure riferite all’erronea valutazione probatoria dei documenti ex art. 116 c.p.c., atteso che la violazione dell’art. 116 c.p.c. (norma che sancisce il principio della libera valutazione delle prove, salva diversa previsione legale) ricorre solo quando il giudice di merito disattenda tale principio in assenza di una deroga normativamente prevista, ovvero, all’opposto, valuti secondo prudente apprezzamento una prova o risultanza probatoria soggetta ad un diverso regime (cfr. Cass. n. 18092/2020 e n. 1229/2019), il che non è nella specie.

8. Dal rigetto dei primi tre motivi consegue l’assorbimento del quarto, avente ad oggetto l’applicabilità degli interessi di cui al D.Lgs. n. 231 del 2012.

9. In conclusione, il ricorso deve essere rigettato, e le spese del giudizio di legittimità, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, deve darsi atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso per cassazione, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, ove dovuto (Cass. S.U. n. 5314/2020).

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente alla rifusione delle spese del presente giudizio, liquidate in complessivi Euro18.200, di cui Euro200 per esborsi, oltre rimborso spese generali ed accessori come per legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso per cassazione, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 10 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 6 settembre 2021

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