Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2400 del 03/02/2020

Cassazione civile sez. VI, 03/02/2020, (ud. 26/11/2019, dep. 03/02/2020), n.2400

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SAMBITO Maria Giovanna C. – Presidente –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio Pietro – Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

Dott. VELLA Poala – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 1542-2019 proposto da:

E.E., elettivamente domiciliato in ROMA, LUNGOTEVERE DELLA

VITTORIA 11, presso lo studio dell’avvocato PATRIZIA OLIVA, che lo

rappresenta e difende giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL RICONOSCIMENTO

DELLA PROTEZIONE INTERNAZIONALE DI ANCONA 80185690585;

– intimato –

avverso la sentenza n. 1316/2018 della CORTE D’APPELLO di ANCONA,

depositata il 10/07/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 26/11/2019 dal Consigliere Relatore Dott. PAOLA

VELLA.

Fatto

RILEVATO

che:

1. la Corte d’appello di Ancona ha rigettato l’appello proposto dal cittadino nigeriano E.E. avverso l’ordinanza con cui il Tribunale di Ancona aveva respinto le domande di protezione internazionale, sussidiaria o in subordine umanitaria;

2. il ricorrente ha impugnato la decisione con due motivi di ricorso per cassazione, successivamente corredato da memoria, rispetto al quale il Ministero intimato non ha svolto difese;

3. a seguito di deposito della proposta ex art. 380 bis c.p.c., è stata ritualmente fissata l’adunanza della Corte in camera di consiglio.

Diritto

CONSIDERATO

che:

4. con il primo motivo si denunzia “omessa insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia”, con riguardo al disconoscimento del permesso di soggiorno per gravi motivi di carattere umanitario, stante la mancata valorizzazione delle vicende personali e familiari del ricorrente nonchè del livello di degrado socio-economico della Nigeria;

4.1. la censura è inammissibile poichè, dopo la riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5) (ad opera del D.L. n. 83 del 2012, convertito dalla L. n. 134 del 2012), il sindacato di legittimità sulla motivazione deve intendersi ridotto – alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi – al “minimo costituzionale”, nel senso che “l’anomalia motivazionale denunciabile in sede di legittimità è solo quella che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante e attiene all’esistenza della motivazione in sè, come risulta dal testo della sentenza e prescindendo dal confronto con le risultanze processuali, e si esaurisce – con esclusione di alcuna rilevanza del difetto di “sufficienza” – nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili”, nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”” (Cass. Sez. U, 8053/2014);

4.2. nel caso di specie, la motivazione supera ampiamente il livello minimo costituzionale di cui sopra, mentre le doglianze sono rivolte ad apprezzamenti di fatto riservati al giudice del merito, risolvendosi in censure non rispettose dei canoni del novellato art. 360 c.p.c., n. 5), i quali postulano l’indicazione di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo per l’esito della controversia, di tal che il ricorrente ha l’onere di indicare – nel rispetto dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6), e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4) – il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività” (Cass. Sez. U, 8503/2014 cit.; conf. explurimis Cass. 27415/2018);

5. il secondo mezzo censura, sempre con riferimento alla protezione umanitaria, la “violazione ed errata applicazione” del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e art. 19, nonchè dell’art. 10 Cost., comma 3, sull’assunto che la disciplina dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria non coprono tutti i rischi di violazione dei diritti umani nei paesi di origine dei richiedenti protezione;

5.1. anche questo motivo è inammissibile in quanto investe la valutazione dei fatti dedotti in giudizio che è notoriamente riservata al giudice di merito, il quale nel caso di specie ha rilevato sia la mancata allegazione di specifiche situazioni soggettive, tali da giustificare la misura invocata, sia la genericità del corrispondente motivo d’appello – ulteriore ratio decidendi non impugnata in questa sede – con il quale si era “lamentato l’omesso esame della situazione personale del richiedente, senza specifica deduzione di condizioni di vulnerabilità”;

5.2. in ogni caso va ricordato che, secondo la giurisprudenza di questa Corte, “il diritto di asilo è interamente attuato e regolato attraverso la previsione delle situazioni finali previste nei tre istituti costituiti dallo “status” di rifugiato, dalla protezione sussidiaria e dal diritto al rilascio di un permesso umanitario, ad opera della esaustiva normativa di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, ed al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, cosicchè non v’è più alcun margine di residuale diretta applicazione del disposto di cui all’art. 10 Cost., comma 3″ (Cass. n. 16362/2016; conf. Cass. n. 11110/2019);

6. l’assenza di difese dell’intimato esclude la pronuncia sulle spese.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1- quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello per il ricorso, ove dovuto, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, i1 26 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 3 febbraio 2020

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA