Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23998 del 12/10/2017


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Cassazione civile, sez. II, 12/10/2017, (ud. 21/06/2017, dep.12/10/2017),  n. 23998

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BIANCHINI Bruno – Presidente –

Dott. FEDERICO Guido – Consigliere –

Dott. SCALISI Antonino – rel. Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere –

Dott. PENTA Andrea – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 13694-2013 proposto da:

C.N.G., (OMISSIS), elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA COLA DI RIENZO 28, presso lo studio dell’avvocato EMANUELE

RUGGERI, rappresentato e difeso dall’avvocato FABIOLA CAPPARELLI;

– ricorrente –

contro

R.M., C.G.D.M., C.T.,

elettivamente domiciliati in ROMA, VIA BERENGARIO 10, presso lo

studio dell’avvocato PAOLA CECCHETTI, rappresentati e difesi

dall’avvocato DANIELA MAMMARELLA;

– controricorrenti –

e contro

C.M.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 1119/2012 della CORTE D’APPELLO di BARI,

depositata il 25/10/2012;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

21/06/2017 dal Consigliere Dott. ANTONINO SCALISI.

Fatto

FATTI DI CAUSA

C.N.G., premettendo che il (OMISSIS) era deceduta la propria madre R.G., lasciando come superstiti oltre a lui i suoi fratelli T., M. e G.D.M., che la defunta, in vita aveva effettuato una seria di donazioni in favore dei figli e di terzi di vario valore, che la defunta aveva redatto testamento pubblico, istituendo erede universale la figlia M. e beneficiando gli altri figli ed il nipote R.M. di legati, che ritenendosi leso nella legittima aveva interesse ad essere reintegrato e a conseguire al qualità di erede limitatamente alla quota legittima, posto che testamento si faceva riferimento ad una somma di denaro che non aveva mai ricevuto, tanto permesso con atto di citazione del 20 dicembre 2002 conveniva in giudizio, davanti al Tribunale di Bari, i propri fratelli ed il R., chiedendo che venisse accertato il relictum ed il donatum e determinata la quota di legittima spettante all’attore e, determinata la lesione, dichiarare la qualità di erede dell’attore e disporre l’eventuale scioglimento della comunione ereditaria.

Si costituiva C.G.M., il quale eccepiva che l’attore ai sensi dell’art. 551 c.c. avrebbe dovuto rinunciare previamente ai legati per conseguire la quota di legittima, mentre, aveva già acquistato il possesso dei beni legati. Eccepiva, altresì, che la rinuncia contenuta nell’atto di citazione era tardiva e pertanto irrilevante. Laddove si si fosse ritenuto qualificabile il lascito come una istituzione ex re certa (e non legato) difettava la condizione di proponibilità ex art. 564 c.c. non avendo l’attore accettato con beneficio di inventario. Chiedeva il rigetto della domanda dell’attore e in subordine, ove venisse accettata la domanda dell’attore, la reintegra nella quota di legittima a suo favore.

Si costituiva C.M., condividendo le eccezioni già avanzate da C.G.M.. Eccepiva, altresì, che alcune donazioni dovevano ritenersi estranee alla massa ereditaria perchè la donazione effettuata a favore di Pace Santacroce era in verità una vendita simulata, operata allo scopo di evitare la prelazione agraria, così come, la donazione a favore di F., operaio di fiducia della famiglia, aveva avuto carattere remuneratorio.

Si costituiva, anche, R.M. ribadendo le eccezioni già avanzate dai suoi fratelli (Da G.M. e da M.).

Si costituiva tardivamente C.T. lamentando la lesione della propria quota di legittimi e ne chiedeva la reintegra.

Il Tribunale di Bari, con sentenza parziale n. 2731 del 2006, rigettava le eccezioni relative agli artt. 551 e 564 c.c. sollevate dai convenuti, dichiarava inammissibile la domanda riconvenzionale di C.T.. Riteneva il Tribunale che la testatrice aveva inteso differenziare le posizioni a titolo particolare da quella a titolo universale, destinata alla sola M.. Riteneva, altresì, il Tribunale che i legati di cui si dice potevano essere integrati sino alla legittima ex art. 551 c.c. qualificandoli nella sostanza quali legati in conto di legittima sicchè il conseguimento del legato in conto di legittima non precludeva il diritto al supplemento.

Avverso tale sentenza, proponeva appello C.M., censurando la sentenza impugnata con plurimi motivi.

Si costituivano C.G.D.M., R.M., C.T., ribadendo le conclusioni avanzate in primo grado e si associavano alle ragioni espresse da C. Margherita, dispiegando domanda riconvenzionale di reintegrazione delle proprie quote di legittima. Resisteva all’appello C.N.G. chiedendo il rigetto del gravame e dispiegando, a sua volta, appello incidentale.

La Corte di Appello di Bari con sentenza 1119 del 2012 accoglieva l’appello e per l’effetto rigettava la domanda proposta da C.N.G.. Secondo la Corte distrettuale, il legato di cui si dice, stante la ricostruzione della volontà del de cuius, così come appare manifestata nella scheda testamentaria, integrava gli estremi di un legato in sostituzione di legittima. C.N.G. aveva, dunque, perso il diritto di richiedere un’integrazione della legittima, perchè non aveva rinunciato al legato, condizione essenziale per richiedere la detta reintegrazione, così come specifica l’art. 551 c.c..

La cassazione di questa sentenza è stata chiesta da C.N.G. per un motivo. C.T., C.G.D.M., R.M. hanno resistito con controricorso. C.M., in questa fase, non ha svolto alcuna attività giudiziale.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.= Con l’unico motivo di ricorso C.N.G. lamenta la violazione e falsa applicazione degli artt. 551,1362,1363,1369 c.c. in relazione al testamento pubblico del 24 marzo del 2000 Notaio D. rep. 130 (art. 360 c.p.c., n. 3). Secondo il ricorrente, La Corte distrettuale avrebbe errato nel qualificare i legati di cui si dice in sostituzione e, non in conto di legittima, non considerando, come la Corte di cassazione afferma, che il legato in favore del legittimario va qualificato in conto di legittima salvo che una diversa ed inequivoca volontà del testatore ricostruita secondo i criteri ed in applicazione delle regole ermeneutiche non induca a riconoscere natura sostitutiva al legato medesimo. Ed in particolare la Corte distrettuale non avrebbe tenuto conto che la testatrice aveva sostanzialmente escluso la qualificazione di legato in sostituzione di legittima avendo disposto “Questa è la mia volontà. Esorto tutti i miei diletti figli ad attuarla nel rispetto del più alto valore dell’unità familiare. Qualora qualcuno tra essi non intendesse rispettare questa mia volontà avrà diritto alla sola quota di riserva allo stesso spettante, ricomprendendo in essa e fino alla concorrenza del rispettivo valore quanto innanzi assegnatogli”. Apparirebbe chiaro da questa disposizione, sempre secondo il ricorrente, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte di Appello che anche la testatrice ha reputato che la quota di riserva dei singoli legittimari fosse più ampia e consistente del valore complessivo dei beni assegnati o in precedenza donati a ciascuno di essi, poichè sarebbe evidente che la quota di riserva potrebbe ricomprendere detti cespiti solo se capienti e maggiore del loro valore complessivo. Insomma, da questa disposizione emergerebbe con chiarezza che sarebbe volontà della testatrice di assegnare ai singoli legittimari la proprietà esclusiva dei singoli cespiti ad essi destinati, anche nel caso in cui essi avessero inteso non rispettare le ultime volontà della testatrice e richiedere, pertanto, la quota di riserva.

1.1. = Il motivo è infondato perchè, pur nel formale richiamo alla pretesa violazione di norme di diritto è sostanzialmente inteso a contrapporre all’interpretazione della volontà del testatore compiuta dai giudici di merito una propria lettura, chiedendo a questa Corte di avallarla nonostante la congruità sul piano logico e giuridico del tessuto motivazionale della decisione impugnata. E, comunque, a parte questa considerazione, va qui osservato che al fine della configurabilità del legato in sostituzione di legittima, occorre che risulti l’intenzione del testatore di soddisfare il legittimario con l’attribuzione di beni determinati senza chiamarlo all’eredità, intenzione che, in mancanza di formule sacramentali, peraltro non richieste, può desumersi anche dal complessivo contenuto dell’atto, in forza di un accertamento che, implicando un apprezzamento dei fatti, è demandato al giudice di merito ed è insindacabile in sede di legittimità se correttamente motivato (v. Cass. n. 16083 del 2005;. n. 1573 del 2000). Nel caso in esame, la Corte distrettuale ha ampiamente chiarito, con ragionamento pienamente condivisibile, perchè logico e coerente, che “(…) dagli aggettivi utilizzati dalla testatrice per definire i figli (miei diletti figli), dalle esortazioni alla conservazione dell’unità familiare, all’armonia e al reciproco affetto (raccomando mia figlia Margherita all’amore e alle cure degli altri fratelli)” emergeva “che la testatrice non aveva voluto privare alcuno dei figli di quanto loro spettante, ma aveva ritenuto di dovere differenziare la posizione della figlia Margherita nubile, pertanto, soggetto più debole, per preservarne il futuro ed, altresì, per ripagarla “dei tanti servizi (a me) resi in vita”, nominandola propria erede ed assegnandole tutti i propri beni, diversi da quelli assegnati specificamente agli altri figli e al nipote. Tanto risultava ancora più esplicito nella frase successiva alla vigorosa esortazione dei figli a rispettare la sua volontà “qualora qualcuno tra essi non intendesse rispettare questa volontà, avrà diritto alla sola quota di riserva allo stesso spettante, ricomprendendo in essa e fino alla concorrenza del rispettivo valore quanto innanzi assegnatogli (….)”.

Appare del tutto evidente, che la Corte distrettuale ha tenuto conto, come avrebbe dovuto fare, del fatto che la testatrice aveva provveduto a devolvere l’intero proprio patrimonio, rispettando i diritti minimali, relativi alla legittima di ciascun figlio, con la piena consapevolezza di non aver sacrificato il diritto di alcun figlio. E, non vi è dubbio, contrariamente a quanto sostiene il ricorrente, che una siffatta volontà, come ha ritenuto la Corte distrettuale, sarebbe incompatibile con una volontà di istituire dei legati in conto di legittima perchè ove la testatrice avesse voluto istituire un legato in conto di legittima avrebbe dovuto ritenere ancora non definita la propria successione, mentre, invece, ha chiesto ai figli di rispettare la volontà, così come riportata nella scheda testamentaria, in quanto definitiva (al fine, evidenzia la stessa Corte di merito, di evitare qualunque lite successoria tra i figli).

In definitiva, il ricorso va rigettato ed il ricorrente, in ragione del principio di soccombenza ex art. 91 c.p.c., condannato a rimborsare parte controricorrente le spese del presente giudizio di cassazione che vengono liquidate con il dispositivo. Il Collegio dà atto che, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, sussistono i presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

 

La Corte rigetta il ricorso, condanna il ricorrente a rimborsare a parte controricorrente le spese del presente giudizio di cassazione che liquida in Euro 8.700,00 di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali, pari al 15% del compenso ed accessori, come per legge. Dà atto che sussistono i presupposti per il raddoppio del contributo unificato.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte di Cassazione, il 21 giugno 2017.

Depositato in Cancelleria il 12 ottobre 2017

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