Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2399 del 02/02/2010

Cassazione civile sez. I, 02/02/2010, (ud. 19/10/2009, dep. 02/02/2010), n.2399

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ADAMO Mario – Presidente –

Dott. SCHIRO’ Stefano – Consigliere –

Dott. FITTIPALDI Onofrio – Consigliere –

Dott. DIDONE Antonio – rel. Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso 5114/2008 proposto da:

C.C., M.F., MA.GI., P.

G., L.N., R.A., A.L., S.

C.A., T.R., B.V., V.

C., BO.AN., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA

QUINTILIO VARO N. 133, presso lo studio dell’Avvocato ANGELO

GIULIANI, che li rappresenta e difende giusta delega a margine del

ricorso;

– ricorrenti –

contro

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI;

– intimata –

avverso il decreto nei procedimenti riuniti iscritti ai nn. R.G.A.D.

54833, 54834, 54835, 54836, 54837, 54838, 54839, 54840, 54841, 54842,

54843, 54844, 54845, 54846, 54847, 54848, 54849, 54852, 54857 del

2005 della CORTE D’APPELLO di ROMA del 22/05/06, depositata il

28/12/2006;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

19/10/2009 dal Consigliere e Relatore Dott. DIDONE Antonio;

è presente il P.G. in persona del Dott. PATRONE Ignazio.

Fatto

RILEVA

C.C., M.F., Ma.Gi., P. G., L.N., R.A., A.L., S. C.A., T.R., B.V., V. C. e Bo.An. adivano, separatamente, la Corte d’appello di Roma, allo scopo di ottenere l’equa riparazione ex L. n. 89 del 2001 in riferimento al giudizio promosso innanzi al T.a.r. del Lazio con ricorso dell’agosto 1996, avente ad oggetto l’accertamento del diritto a vedersi attribuire la qualifica nella quale sarebbero stati inquadrati, se si fossero trovati in servizio alla data di entrata in vigore del D.Lgs. n. 197 del 1995 ed a percepire il relativo trattamento economico, deciso con sentenza di rigetto del 24 dicembre 2004.

La Corte d’appello di Roma, con D. 28 dicembre 2006, riuniti i ricorsi, fissata la ragionevole durata del giudizio in anni tre, ritenuto violato il relativo termine per anni 4, liquidava, a titolo di indennizzo per il danno non patrimoniale la somma di Euro 500,00, per anno di ritardo, tenuto conto della consapevolezza dei predetti in ordine alla difficoltà di accoglimento della domanda, quindi Euro 2.000,00, oltre interessi legali dalla data del decreto, condannando la convenuta alle spese del giudizio.

Per la cassazione di questo decreto hanno proposto ricorso le parti sopra indicate, affidato a tre motivi; non ha svolto attività difensiva la Presidenza del Consiglio dei ministri.

Diritto

OSSERVA

1.- I ricorrenti, con il primo motivo, denunciano violazione e/o falsa applicazione di legge (L. n. 89 del 2001, art. 2; artt. 6, 13 e 41 CEDU), nonchè insufficiente, illogica e contraddittoria motivazione, nella parte in cui il decreto ha liquidato Euro 1.000,00 per ogni anno di ritardo e, in sintesi, deducono che:

a) il provvedimento si sarebbe discostato dalle liquidazioni effettuate dalla Corte EDU in casi, a loro dire, omologhi (sono indicate alcune sentenze) e non avrebbe rispettato il parametro di Euro 1.000,00/1.500,00, per anno di ritardo; b) la motivazione svolta non giustificherebbe il discostamento da detto parametro, poichè il giudice amministrativo neppure ha ritenuto temeraria la lite.

I ricorrenti formulano, infine, quesito di diritto in orine alla motivazione da svolgere nel caso in cui siano disattesi i parametri della Corte EDU relativi al quantum del risarcimento ed alla ammissibilità di una loro riduzione in difetto di un “atteggiamento dilatorio” assunto dalla parte nel giudizio presupposto.

Il secondo motivo denuncia violazione e falsa applicazione di legge (L. n. 89 del 2001, art. 2; art. 1173 c.c.), in relazione al capo della sentenza che ha fissato la decorrenza degli interessi legali dalla data del decreto anzichè da quella della domanda e si conclude con quesito di diritto concernente tale profilo.

Il terzo motivo denuncia violazione e falsa applicazione di legge (artt. 90 e 91 c.p.c, D.M. n. 127 del 2004) e delle tariffe professionali, nella parte in cui il decreto ha liquidato le spese del giudizio, senza distinguere gli importi ed in violazione dei minimi di tariffa (il ricorso riporta le singole voci asseritamente spettanti in riferimento all’attività svolta ed allo scaglione applicabile). Il mezzo si chiude con la formulazione di quesito avente ad oggetto l’obbligo del giudice del merito di osservare i minimi stabiliti dalla tariffa forense.

2.- Il primo motivo è in parte manifestamente fondato e va accolto per quanto di ragione, nei limiti di seguito precisati.

Relativamente alla quantificazione del danno, vanno qui ribaditi i seguenti principi, ormai consolidati nella giurisprudenza di questa Corte: i criteri di determinazione del quantum della riparazione applicati dalla Corte Europea non possono essere ignorati dal giudice nazionale, che deve riferirsi alle liquidazioni effettuate in casi simili dalla Corte di Strasburgo che, con decisioni adottate a carico dell’Italia il 10 novembre 2004 (v., in particolare, le pronunce sul ricorso n. 62361/01 e sul ricorso n. 64897/01), ha individuato nell’importo compreso fra Euro 1.000,00 ed Euro 1.500,00 per anno il parametro per la quantificazione dell’indennizzo, che deve essere osservato dal giudice nazionale, con la facoltà di apportare le deroghe giustificate dalle circostanze concrete della singola vicenda (quali: l’entità della “posta in gioco”, il “numero dei tribunali che hanno esaminato il caso in tutta la durata del procedimento” ed il comportamento della parte istante; per tutte, Cass. n. 4572 e n. 3515 del 2009; n. 1630 del 2006), purchè motivate e non irragionevoli (tra le molte, a quelle da ultimo richiamate, aggiungi Cass. n. 6039 del 2009; n. 6898 del 2008);

In particolare, una serie di sentenze della Grande Camera della Corte EDU del 29 marzo 2006 (rese sui ricorsi n. 64699/01, n. 64705/01, n. 64886/01, n. 64890/01, n. 64897/01, n. 65075/01), confortano il suindicato orientamento, imponendo anzi una rinnovata riflessione in ordine al limite minimo inderogabile.

In primo luogo, va osservato che il giudice Europeo ha sottolineato che, “quando uno Stato ha compiuto un passo significativo introducendo un rimedio risarcitorio, la Corte deve lasciare allo Stato un margine di valutazione più ampio per consentirgli di organizzare il rimedio in un modo coerente con il proprio ordinamento giuridico e con le proprie tradizioni, e conforme al tenore di vita nel paese interessato”, così che “sarà più facile per i giudici nazionali far riferimento agli importi concessi a livello interno per altri tipi di danno – ad esempio, lesione personale, danno derivante dal decesso di un familiare o danno per diffamazione – e basarsi sul proprio intimo convincimento, anche se ciò si traduce in concessioni di importi inferiori rispetto a quelli fissati dalla Corte in casi simili” (in particolare, 78, sentenza 29 marzo 2006, sul ricorso 64890/01). La Corte EDU ha, quindi, riconosciuto che gli importi concessi dal giudice nazionale possono essere inferiori a quelli da essa liquidati, purchè non irragionevoli, “a condizione che le decisioni pertinenti” siano “coerenti con la tradizione giuridica e con il tenore di vita del paese interessato” (così 95, sentenza 29 marzo 2006, sul ricorso 64890/01, ma analogamente le altre pronunce), evidenziando, peraltro, “l’impossibilità e l’impraticabilità del tentativo di fornire un elenco di spiegazioni dettagliate che comprenda ogni eventualità”, al fine di enunciare criteri certi ed applicabili automaticamente per la liquidazione dell’indennizzo (136, sentenza 29 marzo 2006, sul ricorso n. 64705/01). In secondo luogo, la Corte EDU ha altresì rimarcato come “vi sia una forte ma confutabile presunzione che un procedimento eccessivamente lungo causi un danno non patrimoniale”, ammettendo nondimeno “che, in alcuni casi, la durata del procedimento possa causare solo un minimo danno non patrimoniale o anche nessun danno non patrimoniale” (93, sentenza 29 marzo 2006, sul ricorso 64890/01 e le altre sentenze sopra richiamate), mentre è certo che l’esigua entità della posta in gioco può avere “un effetto riduttivo dell’entità dell’indennizzo”, sebbene non totalmente esclusivo dello stesso (6, sentenza 29 marzo 2006, sul ricorso n. 64705/01).

In terzo luogo, la Corte di Strasburgo ha osservato che è anche irrilevante la circostanza che il metodo di computo previsto dal diritto interno non corrisponda esattamente ai criteri da essa stabiliti, qualora consenta “di concedere importi che non siano irragionevoli” (104, sentenza 29 marzo 2006, sul ricorso n. 64705/01); infine, in una serie di casi nei quali il risarcimento riconosciuto dal giudice italiano era inferiore alla somma che essa avrebbe riconosciuto, ha concesso una ulteriore somma, ma sino ad una soglia pari a circa il 45% del risarcimento che essa avrebbe attribuito (sentenze 29 marzo 2006, sul ricorso 64890/01, nonchè sul ricorso n. 62361/00, n. 64705 del 2001). La più recente giurisprudenza della Corte di Strasburgo rende quindi possibile affermare che, ferma la presunzione di sussistenza del danno non patrimoniale -salvo che non ricorrano circostanze che permettano di escluderlo-, qualora la parte non abbia allegato, comunque non emergano, elementi concreti in grado di far apprezzare la peculiare rilevanza di detto danno (costituiti, tra gli altri, dal valore della controversia, dalla natura della medesima, da apprezzare in riferimento alla situazione economico-patrimoniale dell’istante, dalla durata del ritardo, dalle aspettative desumibili anche dalla probabilità di accoglimento della domanda), l’esigenza di garantire che la liquidazione sia satisfattiva di un danno e non indebitamente lucrativa, alla luce delle quantificazioni operate dal giudice nazionale nel caso di lesione di diritti diversi da quello in esame, imponga una quantificazione che, nell’osservanza della giurisprudenza della Corte EDU, deve essere, di regola, non inferiore ad Euro 750,00, per anno di ritardo. La fissazione di detta soglia si impone, alla luce delle sentenze sopra richiamate del giudice Europeo, in quanto occorre tenere conto del criterio di computo adottato da detta Corte (riferito all’intera durata del giudizio) e di quello stabilito dalla L. n. 89 del 2001, (che ha riguardo soltanto agli anni eccedenti il termine di ragionevole durata), nonchè dell’esigenza di offrire di quest’ultima un’interpretazione idonea a garantire che la diversità di calcolo non incida negativamente sulla complessiva attitudine di detta L. n. 89 del 2001 ad assicurare l’obiettivo di un serio ristoro per la lesione del diritto alla ragionevole durata del processo, evitando il possibile profilarsi di un contrasto della medesima con la norma della CEDU, come interpretata dalla Corte di Strasburgo.

In applicazione di tali principi, che vanno formulati in relazione ai quesiti di diritto proposti, le censure meritano accoglimento, in quanto il giudice del merito ha liquidato per il danno non patrimoniale circa Euro 500,00 per anno di ritardo, discostandosi in modo irragionevole dal parametro del giudice Europeo, facendo solo riferimento alla minore tensione derivante dalla difficoltà di ipotizzare l’accoglimento della domanda.

Peraltro, tanto disvela l’assoluta inconferenza del 2 quesito del motivo in esame, il quale lamenta una valorizzazione di un asserito “atteggiamento dilatorio” dei ricorrenti, della quale non v’è traccia nel decreto. La rilevanza del deposito dell’istanza di fissazione dell’udienza è stata, infatti, affermata dal giudice del merito al fine di stabilire la durata ragionevole, senza che tale punto sia stato affatto preso in considerazione e censurato (nessuna argomentazione del motivo e neppure i quesiti fanno cenno a tale profilo).

In relazione alle censure accolte, il decreto deve essere cassato e la causa potrà essere decisa nel merito -assorbiti il secondo ed il terzo motivo-, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto.

La circostanza che il ricorso è affidato ad argomenti stereotipati rende palese che in applicazione dello standard minimo CEDU per il risarcimento del danno non patrimoniale -che nessun argomento del ricorso impone e consente di derogare in melius – da quantificare per le ragioni sopra svolte in Euro 750,00 per ciascun anno di ritardo, stante l’assoluta carenza di elementi addotti dalla parte per apprezzare la sussistenza di un più elevato danno, potrebbe essere riconosciuta a ciascun istante la somma di Euro 3.000,00, in relazione agli anni eccedenti il triennio, come incensurabilmente accertato dal giudice del merito (anni quattro), oltre interessi legali dalla domanda al saldo. Pertanto, il ricorso, nei termini sopra precisati, può essere trattato in camera di consiglio, ricorrendone i presupposti di legge”.

3.- Il Collegio reputa di dovere fare proprie le conclusioni contenute nella relazione, condividendo le argomentazioni che le fondano e che conducono al rigetto dei motivi con eccezione della censura relativa all’entità dell’indennizzo liquidato, con conseguente assorbimento di quelle relative alle spese, con la precisazione che, secondo la più recente giurisprudenza di questa Corte, la liquidazione dell’indennizzo per i primi tre anni di ritardo va contenuta nella misura minima di Euro 750,00 mentre per gli anni successivi deve essere liquidata la somma minima di Euro 1.000,00. Ravvisandosi le condizioni per la decisione della causa nel merito ai sensi dell’art. 384 c.p.c., dovendosi quantificare il periodo di eccessiva durata del processo in anni quattro, tenuto conto dei criteri per la liquidazione del danno non patrimoniale stabiliti dalla CEDU, l’indennizzo va liquidato nella misura di Euro 3.250,00, con gli interessi dalla domanda.

Le spese del giudizio di primo grado vanno poste a carico della parte soccombente e vanno liquidate come in dispositivo, secondo le tariffe vigenti ed i conseguenti criteri di computo costantemente adottati da questa Corte per cause similari.

Si ravvisano giusti motivi, in relazione all’infondatezza o inammissibilità di gran parte dei motivi formulati ed all’accoglimento solo in parte del ricorso, per compensare per metà le spese del giudizio di cassazione, che si liquidano a loro volta a carico della parte soccombente come in dispositivo. Spese distratte.

PQM

La Corte, accoglie il ricorso nei termini di cui in motivazione, cassa il decreto impugnato e, decidendo nel merito, condanna l’Amministrazione a corrispondere a ciascuna parte ricorrente la somma di Euro 3.250,00, per indennizzo, gli interessi legali su detta somma dalla domanda e le spese del giudizio: che determina per il giudizio di merito nella somma di Euro 50 per esborsi e Euro 12.828,00 per diritti e onorari, oltre spese generali ed accessori di legge e che dispone siano distratte in favore dell’avv. Giuliani antistatario; che compensa in misura di 1/2 per il giudizio di legittimità, gravando l’Amministrazione del residuo 1/2 e che determina per l’intero in Euro 665,00 di cui Euro 100,00 per esborsi, oltre spese generali ed accessori di legge e che dispone siano distratte in favore dell’avv. Giuliani antistatario.

Così deciso in Roma, il 19 ottobre 2009.

Depositato in Cancelleria il 2 febbraio 2010

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