Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23979 del 22/10/2013


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Civile Ord. Sez. 6 Num. 23979 Anno 2013
Presidente: FINOCCHIARO MARIO
Relatore: GIACALONE GIOVANNI

ORDINANZA
sul ricorso 13701-2012 proposto da:
PIPETECH ITALIA SRL 01839060686 in persona del legale
rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA
MONTEFUSCO 4, presso lo studio dell’avvocato CALVO DARIO,
rappresentata e difesa dall’avvocato BIAGIO GIANCOLA, giusta
delega a margine del ricorso;
– ricorrente contro

CAEM SRL in persona del legale rappresentante pro tempore,
elettivamente domiciliata in ROMA, VIA MONTELLO 30, presso lo
studio dell’avvocato QUARANTA EMILIO PAOLO, che la
rappresenta e difende, giusta delega a margine del controricorso;
– controricorrente –

Data pubblicazione: 22/10/2013

avverso la sentenza n. 6867/2011 del TRIBUNALE di TORINO del
20.10.2011, depositata il 21/11/2011;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del
09/10/2013 dal Consigliere Relatore Dott. GIOVANNI
GIACALONE;

motivi del ricorso;
udito per la controricorrente l’Avvocato Domenico Damiani (per
delega Avvocato Emilio Paolo Quaranta) che si riporta agli scritti.
E’ presente il Procuratore Generale in persona del Dott. MARIO
FRESA che si riporta alla relazione scritta.

Ric. 2012 n. 13701 sez. M3 – ud. 09-10-2013
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udito per la ricorrente l’Avvocato Biagio Giancola che si riporta ai

14) R. G. n. 13701/2012
IN FATTO E IN DIRITTO
Nella causa indicata in premessa. é stata depositata la seguente relazione:
“1. — La sentenza impugnata (Trib. Torino, 21/11/2011) ha, per quanto qui
rileva, rigettato l’appello proposto dalla Pipetech Italia Srl avverso la
sentenza del Giudice di Pace di Torino, confermandola integralmente. In

d’azienda intercorso tra la Rietti Srl e la Pipetech Srl determinava quale
conseguenza che i debiti in oggetto, relativi ad un ordine concluso dopo la
registrazione del contratto in esame, andavano ritenuti a carico della
Pipetech Srl e aggiungeva che l’assetto contrattuale derivante da detta
pattuizione era riportabile ad un vero e proprio accollo, con gli effetti di cui
all’art. 1273 c.c. Infatti, il giudice di secondo grado ritiene che il contratto di
cessione d’azienda, se può escludere il trasferimento al cessionario della
posizione contrattuale nella sua globalità, ben può limitarsi ad escludere il
trasferimento dei soli debiti e dei crediti già sorti disponendo che il subentro
operi solo per il futuro, nel rispetto della libertà negoziale di cui all’art. 1322
c.c..
2. — Ricorre per Cassazione la Pipetech con due motivi; resiste con
controricorso la Caem Srl. Le censure lamentate dal ricorrente sono:
2.1. — Violazione e/o falsa applicazione degli articoli 1273, 1372 e 2558 c.c.
in relazione all’art. 360 n.3 c.p.c., per il duplice vizio della sentenza
impugnata, laddove, da un lato, si basa su un contratto (fornitura
commerciale) intercorso tra due soggetti (Rietti Srl e Caem Srl) estranei
rispetto alla Pipetech Sri e, dall’altro, sul contratto di affitto d’azienda
intercorso tra la Rietti Sri e la Pipetech Srl, estraneo rispetto alla Caem srl,
ritenendo che la Rietti Sri, due mesi dopo la sottoscrizione del contratto di
affitto, stipulava un contratto di fornitura con la Caem srl, nello svolgimento
della sua autonoma e residua attività d’impresa, così non potendo, il
contratto di fornitura, essere imputato alla Pipetech Srl. Inoltre il giudice di
merito avrebbe errato applicando l’art. 11 del contratto, nell’ambito di una
controversia tra la Pipetech Srl e la Caem Srl, essendo quest’ultima soggetto
terzo rispetto al contratto di affitto d’azienda. L’odierno ricorrente censura
3

particolare, il Tribunale ha affermato che l’art. 11 del contratto d’affitto

la sentenza impugnata laddove afferma che le parti avrebbero inteso
predispone un vero e proprio accollo in favore della Rietta Srl e a carico
della Pipetech Srl, in relazione ad ogni eventuale debito futuro contratto
dalla prima, ponendosi così in contrasto con l’orientamento
giurisprudenziale secondo cui l’accollo avente ad oggetto debiti futuri,
dovrebbe considerarsi nullo per mancanza o indeterminatezza dell’oggetto
del contratto.

dell’articolo 11 del contratto di affitto d’azienda in data 30 gennaio 2009, in
relazione all’art. 360 n. 5 c.p.c., nella parte in cui la sentenza, dopo aver
riconosciuto la possibilità di un trasferimento solo parziale della posizione
contrattuale in esame, estende di fatto tale meccanismo a posizioni debitorie
che, in realtà, risultano estranee alla posizione contrattuale medesima,
tenendo conto del momento in cui le posizioni debitorie sarebbero insorte.
3. — Il ricorso è manifestamente privo di pregio.
Entrambe le censure lamentate dal ricorrente — che possono trattarsi
congiuntamente data l’intima connessione — implicano, nonostante
l’intitolazione del primo in termini di violazioni di legge, accertamenti di
fatto e valutazioni di merito. Ripropongono, in realtà, un’inammissibile
“diversa lettura” dell’art. 11 del contratto di affitto d’azienda, senza tenere
presente il consolidato orientamento di questa S.C. secondo cui
l’interpretazione del contratto, consistendo in un’operazione di accertamento
della volontà dei contraenti, si risolve in un’indagine di fatto riservata al
giudice di merito, il cui accertamento è censurabile in cassazione soltanto
per inadeguatezza della motivazione o per violazione delle regole
ermeneutiche; ne consegue che non può trovare ingresso in sede di
legittimità la critica della ricostruzione della volontà negoziale operata dal
giudice di merito che si traduca esclusivamente nella prospettazione di una
diversa valutazione degli stessi elementi di fatto già dallo stesso esaminati.
(Cass. n.7500/2007; 27168/2006;). Per sottrarsi al sindacato di legittimità,
l’interpretazione data dal giudice di merito ad un contratto non deve essere
l’unica interpretazione possibile, o la migliore in astratto, ma una delle
possibili, e plausibili, interpretazioni; sicché, quando di una clausola
contrattuale sono possibili due o più interpretazioni, non è consentito, alla
parte che aveva proposto l’interpretazione poi disattesa dal giudice di merito,
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2.2 — Insufficiente e/o contraddittoria motivazione sul contenuto

dolersi in sede di legittimità del fatto che fosse stata privilegiata l’altra
(Cass. n. 24539/2009; n.16254/2012).
Peraltro, in tema di trasferimento d’azienda, la “regula iuris” di cui all’art.
2258 cod. civ. (trasferimento al cessionario “ipso iure” di tutti i rapporti
contrattuali a prestazioni corrispettive non aventi carattere personale) si
applica non soltanto ai contratti d’azienda, ma anche ai cosiddetti “contratti
d’impresa”, a quelli, cioè, aventi ad oggetto beni aziendali non appartenenti
all’imprenditore, ma stipulati per l’esercizio dell’impresa (quali i contratti di

assicurazione ovvero quelli che regolano i rapporti con i fornitori) (Cass. n.
5495/2001; n. 4301/1999).
Nel caso di specie, il giudice di secondo grado si è attenuto ai principi
menzionati, ritenendo che l’applicazione dell’art. 11 del contratto d’affitto
d’azienda, determinasse che i debiti come quello in lite, relativi ad un ordine
concluso dopo la registrazione del contratto di affitto d’azienda, andavano
ritenuti a carico della Pipetech Srl e riportava detta pattuizione contrattuale
alla figura dell’accollo, con gli effetti di cui all’art. 1273 c.c., così
aggiungendo un ulteriore inquadramento giuridico degli effetti del contratto
nei confronti del fornitore Caem Srl..
Né a diversa soluzione può giungersi censurando la statuizione che afferma
che le parti avrebbero inteso predispone un vero e proprio accollo a favore
della Rietti ed a carico della Pipetech Srl, in relazione ad ogni eventuale
debito futuro contratto dalla prima, in quanto si tratta di argomentazione del
giudice di merito meramente rafforzativa e non decisiva. Infatti, le
argomentazioni ultronee, che non hanno lo scopo di sorreggere la decisione
già basata su altre decisive ragioni — rappresentate nella specie
dall’interpretazione della clausola n. 11 del contratto di affitto d’azienda -,
sono improduttive di effetti giuridici e, come tali, non sono suscettibili di
gravame, né di censura in sede di legittimità (Cass. n. 11160/2004;
3840/2007; 9647/2011).
4. – Il relatore propone la trattazione del ricorso in camera di consiglio ai
sensi degli arti. 375, 376, 380 bis c.p.c. ed il rigetto dello stesso.”
La relazione é stata comunicata al Pubblico Ministero e notificata ai
difensori delle parti costituite.
La parte ricorrente ha presentato memoria, contestando la ricostruzione
operata con la relazione. Ripropone, in sostanza, la propria tesi, secondo cui
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1,

il Giudice di merito non avrebbe effettuato alcun accertamento relativo alla
ricostruzione della volontà negoziale delle parti, ma si sarebbe limitato a
qualificare una clausola negoziale in termini di accollo omnibus di debiti
futuri, così violando l’art. 1273 c.c. come interpretato dalla giurisprudenza
di questa S.C., che avrebbe ritenuto configurabile l’accollo di debito
soltanto a condizione che i debiti futuri e i rispettivi creditori siano
identificabili all’atto della stipula (Cass. n. 17668/2010).

a seguito della discussione sul ricorso in camera di consiglio, il Collegio ha
condiviso i motivi in fatto e in diritto esposti nella relazione, ove si è
precisato anche che la statuizione della sentenza impugnata, che afferma che
le parti avrebbero inteso predisporre un vero e proprio accollo a favore della
Rietti ed a carico della Pipetech Srl, in relazione ad ogni eventuale debito
futuro contratto dalla prima, costituisce essenzialmente un’argomentazione
del giudice di merito meramente rafforzativa e non decisiva, con
conseguente ininfluenza della stessa sulla sorte della lite e connesso difetto
di interesse ad impugnare la relativa statuizione;
che, al riguardo, va ribadito che le argomentazioni ultronee, che non hanno
lo scopo di sorreggere la decisione già basata su altre decisive ragioni —
rappresentate nella specie dall’interpretazione della clausola n. 11 del
contratto di affitto d’azienda -, sono improduttive di effetti giuridici e, come
tali, non sono suscettibili di gravame, né di censura in sede di legittimità;
che il ricorso deve perciò essere rigettato essendo manifestamente
infondato;
le spese seguono la soccombenza;
visti gli artt. 380-bis e 385 cod. proc. civ..
P.Q.M.
Rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del
presente giudizio, che liquida in Euro 1400,00=, di cui Euro 1200,00= per
compensi, oltre accessori di legge.
Così deciso in Roma, il 9 ottobre 2013.

Ritenuto che:

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