Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23975 del 12/10/2017


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Cassazione civile, sez. II, 12/10/2017, (ud. 01/03/2017, dep.12/10/2017),  n. 23975

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MAZZACANE Vincenzo – Presidente –

Dott. MANNA Felice – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – rel. Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 7000/2013 R.G. proposto da:

V.S., e V.L., rappresentati e difesi

dall’Avv. Corrado Giacchi, con domicilio eletto in Roma, viale

Angelico n. 32, presso lo studio del medesimo avvocato;

– ricorrenti –

contro

V.A., rappresentata e difesa dall’Avv. Adolfo Zini, con

domicilio eletto in Roma, via Crescenzio n. 2, presso lo studio del

medesimo avvocato; e dall’avv. ARTURO DEL GIUDICE;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Roma n. 4211 depositata

l’11 settembre 2012.

Udita la relazione svolta nella Camera di consiglio del 1 marzo 2017

dal Consigliere Dott. Milena Falaschi.

Fatto

OSSERVA IN FATTO E IN DIRITTO

Ritenuto che:

– il Tribunale di Frosinone, con sentenza del 29 settembre 2009, a definizione del giudizio di divisione ereditaria (introdotto da V.F. con citazione notificata il 21.01.1998), dato atto che l’attrice aveva ceduto la sua quota ai fratelli S. e L., ha approvato e dichiarato esecutivo il progetto divisionale predisposto dal c.t.u. con i lotti n. 1 (attribuito ad V.A.) e n. 2 (attribuito a V.S. e L.), ponendo a carico di S. e L. il pagamento della somma di Euro 960,53 a favore dell’altra condividente a titolo di conguaglio, con spese di lite interamente compensate. Il tribunale, inoltre, dava atto che con precedente sentenza n. 460 del 2007 era stata dichiarata l’apertura della successione di Ve.An. e S.M., oltre ad essere stata individuata la consistenza degli assi ereditari, dichiarata soggetta a collazione la donazione da parte del padre alla figlia A. di Euro 5.164,56, con rigetto della domanda di rendiconto proposta dalla stessa A., e poi aveva definitivamente statuito sulla base della disposta consulenza tecnica e del suo supplemento, attribuendo ai condividenti i beni secondo le rispettive quote (che per i fratelli L. e S. era pari ai 3/4 e in conformità del progetto n. 1 formato dal c.t.u.);

– sul gravame proposto da V.L. e S., la Corte d’appello di Roma, nella resistenza di V.A., che proponeva anche appello incidentale condizionato, ha respinto l’appello, ritenendone l’inammissibilità per intervenuto giudicato interno, in quanto l’interesse ad impugnare la questione della divisibilità dell’immobile nasceva dalla sentenza non definitiva, che non era sta impugnata, nè fatta oggetto di riserva di appello;

– per la cassazione del provvedimento della Corte d’appello di Roma ricorrono i fratelli V. sulla base di tre motivi;

– V.A. resiste con controricorso;

– in prossimità della camera di consiglio entrambe le parti hanno depositato memorie illustrative.

Atteso che:

– il primo motivo di ricorso (col quale si deduce la violazione e la falsa applicazione dell’art. 2909 c.c., artt. 324,327 e 100 c.p.c., che contestandosi l’erronea interpretazione della sentenza non definitiva, la quale nessuna statuizione contiene nel dispositivo in ordine alla divisibilità e alla concreta divisione del compendio ereditario, pronunciata dal giudice di prime cure solo con la sentenza definitiva, non censurandosi la supposta astratta divisibilità dell’immobile) è infondato per le seguenti ragioni. Innanzitutto, come questa Corte ha più volte affermato, nel caso di pronuncia di sentenza non definitiva ai sensi dell’art. 279 c.p.c., commi 2 e 4 e di prosecuzione del giudizio per l’ulteriore istruzione della controversia, si verifica per il giudice che ha adottato la pronuncia una preclusione al riesame delle questioni decise con tale sentenza, conseguente all’esaurimento con essa della relativa potestas decidendo, onde detto giudice non può risolvere quelle questioni in senso diverso con la sentenza definitiva (tra le tante, Cass. 22 agosto 2003 n. 12346; Cass. 31 agosto 2009 n. 18898). In secondo luogo, dal principio sopra affermato discende che il giudice che ha emesso una sentenza non definitiva – anche se non passata in giudicato – resta da questa vincolato agli effetti della prosecuzione del giudizio davanti a sè anche in ordine alle questioni dipendenti da quelle decise, che debbono essere esaminate e decise sulla base dell’intervenuta pronunzia, salva l’ipotesi che questa sia stata riformata con sentenza passata in giudicato pronunziata a seguito di impugnazione immediata ovvero differita (a seguito di riserva) (Cass. 14 settembre 2004 n. 18510).

Orbene nella specie la verifica da parte della Corte territoriale della mancata impugnazione (ovvero della mancata formulazione di riserva differita di appello) da parte dei V. della sentenza non definitiva ha comportato il passaggio in giudicato della medesima in merito all’accertata “divisibilità” del cespite immobiliare sito in Ferentino, via della Stazione n. 5, non potendosi gli stessi giovare della riserva d’impugnazione manifestata dalla controparte, atteso il carattere soggettivo della menzionata riserva, in analogia con il carattere soggettivo, in via generale, dell’acquiescenza dall’impugnazione stessa (Cass. 31 maggio 2010 n. 13240);

– il secondo motivo di ricorso (col quale si deduce la violazione dell Legge Urbanistican. 1150, art. 41 sexies, come modificato dalla L. n. 122 del 1989, oltre a violazione degli strumenti urbanistici del Comune di Ferentino, in quanto la corte d’appello avrebbe realizzato con la presente pronuncia un effetto maggiore e diverso rispetto a quello che sarebbe stato possibile conseguire in via convenzionale, non essendo consentito realizzare nuove costruzioni in assenza di posti auto riservati, standard urbanistici da rispettare ove si proceda al frazionamento) appare inammissibile, in quanto la corte d’appello, sulla base dell’istruttoria compiuta dal primo giudice, il quale aveva espressamente verificato che il rispetto degli standard urbanistici era necessaria solo nel caso di cambio di destinazione d’uso dei locali (v. pag. 3 della sentenza impugnata, in cui viene riportata la stessa decisione del giudice di prime cure), ha accertato trattarsi di pronunciamento rientrante fra quelli effettuati con la sentenza non definitiva, non impugnata dagli odierni ricorrenti in sede di appello. Detto iter argomentativo seguito nell’impugnata sentenza non ha formato oggetto di specifica critica, se non nei termini di cui al primo mezzo.

Sotto altro aspetto le censure concernenti gli asseriti errori che sarebbero stati commessi dal giudice di secondo grado nel ricostruire i fatti di causa sono comunque inammissibili risolvendosi nella tesi secondo cui l’impugnata sentenza sarebbe basata su affermazioni contrastanti con gli atti del processo e frutto di errore di percezione o di una svista materiale degli atti di causa. Trattasi all’evidenza della denuncia di travisamento dei fatti contro cui è esperibile il rimedio della revocazione. Secondo quanto più volte affermato da questa Corte, la denuncia di un travisamento di fatto, quando attiene al fatto che sarebbe stato affermato in contrasto con la prova acquisita, costituisce motivo di revocazione e non di ricorso per cassazione importando essa un accertamento di merito non consentito in sede di legittimità (Cass. 29 luglio 2011 n. 16777);

– il terzo motivo di ricorso (col quale si deduce la violazione e la falsa applicazione degli artt. 112 e 115 c.p.c., oltre ad omessa e insufficiente motivazione circa un punto decisivo della controversia, in quanto la corte d’appello alla doglianza dei ricorrenti circa la determinazione di un assetto proprietario squilibrato con la divisione de qua ha risposto in modo apodittico, assumendone la genericità delle censure, per essersi il giudice di prime cure basato sugli accertamenti del c.t.u., nonostante l’elaborato depositato il 9.5.2009 desse conto della interdipendenza del primo piano con il piano terra del fabbricato e della necessità di costituire delle servitù) è parimenti inammissibile per incidenza in ambito di apprezzamenti riservati al giudice di merito.

Posto, infatti, che la sentenza d’appello ha ritenuto inammissibile per genericità il motivo di gravame con cui i V. avevano contestato il valore dei cespiti attribuiti fra i due gruppi di condividendi (peraltro ricordando che sul valore dei cespiti ereditari aveva già provveduto la sentenza non definitiva del 27.07.2007), in questa sede i ricorrenti avrebbero dovuto censurare tale affermazione, riportando il motivo di appello considerato privo di specificità, e quindi introdurre la questione, di merito, relativa alla prova dell’assegnazione di un valore diverso a ciascuno degli eredi dei beni oggetto di divisione, tendo conto della loro ubicazione, delle rispettive dimensioni in relazione alla loro destinazione, nonchè del fatto che essi fossero soggetti o meno a servitù di passaggio o di altra natura.

Diversamente, rimane ferma la pronuncia di inammissibilità, per genericità, del motivo di appello e non sono ulteriormente controvertibili le questioni ad esso afferenti (ex plurimis, Cass. 1 settembre 2014 n. 18483);

– le spese del presente giudizio seguono la soccombenza;

– poichè il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è rigettato, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto del Testo Unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

PQM

 

La Corte, rigetta il ricorso;

condanna i ricorrenti in solido alla rifusione delle spese del giudizio di cassazione in favore della resistente che liquida in complessivi Euro 3.700,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre alle spese forfettarie e agli accessori come per legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte dei ricorrenti dell’ulteriore importo, a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione seconda Civile, il 1 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 12 ottobre 2017

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