Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23967 del 12/10/2017


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Cassazione civile, sez. III, 12/10/2017, (ud. 12/09/2017, dep.12/10/2017),  n. 23967

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SPIRITO Angelo – Presidente –

Dott. DE STEFANO Franco – rel. Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere –

Dott. POSITANO Gabriele – Consigliere –

Dott. MOSCARINI Anna – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 4343/2015 proposto da:

P.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA PANAMA 68,

presso lo studio dell’avvocato GIOVANNI PJOTI, rappresentato e

difeso dall’avvocato ANDREA BALDINI giusta procura in calce al

ricorso;

– ricorrente –

contro

SVILUPPO COMMERCIALE SRL in persona del suo consigliere delegato

B.J.J.G., elettivamente domiciliata in ROMA, VICOLO

ORBITELLI 31, presso lo studio dell’avvocato MICHELE CLEMENTE, che

la rappresenta e difende unitamente all’avvocato ENRICO MOSCOLONI

giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1225/2014 del TRIBUNALE di MASSA, depositata

il 05/11/2014;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

12/09/2017 dal Consigliere Dott. FRANCO DE STEFANO.

Fatto

RILEVATO IN FATTO

che:

il giudice di pace di Massa accolse – quantificandoli in Euro 2.245,00, oltre accessori e spese, con sentenza n. 159 del 17/05/2011 – la domanda di P.M. nei confronti della S.S.C. srl, volta a conseguire il risarcimento dei danni patiti alla sua vettura BMW 320D tg (OMISSIS) per le impurità presenti nel carburante erogato il 20/07/2007 nella stazione di servizio gestita dalla controparte all’interno del Centro Commerciale Carrefour di Massa;

l’appello della condannata al Tribunale di Massa, al quale resistette il P., fu però accolto con sentenza n. 1225, pubblicata il 05/11/2014 e notificata il 27/11/2014: per la cui cassazione l’originario attore ricorre oggi, affidandosi a sette motivi, cui resiste con controricorso la S.S.C. srl; e, per l’adunanza in camera di consiglio, non partecipata, del giorno 12/09/2017, la controricorrente deposita memoria ai sensi del penultimo periodo dell’art. 380-bis c.p.c., comma 1.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che:

il Collegio ha disposto redigersi la motivazione in forma semplificata;

il ricorrente lamenta, col primo motivo, “omessa declaratoria di inammissibilità dell’appello per violazione dell’art. 342 c.p.c., comma 1, n. 1, ex art. 348 c.p.c., comma 1, nel testo ante riforma 2012 per mancata specificazione dei motivi di appello in riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 3)”; e, col secondo motivo, è denunziata “contraddittorietà tra dispositivo e motivazione in punto di ammissibilità e conseguente nullità della sentenza ex art. 156 c.p.c., comma 2, in riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 4)”, rilevata tra la declaratoria di ammissibilità di un appello che invece non lo era ed il suo successivo esame nel merito;

ora, se è vero che la gravata sentenza dà atto che “l’appellante non (ha) specificatamente censurato i presupposti specifici di ciascuna tipologia di responsabilità affermata dal primo Giudice (con motivi assolutamente generici)”, essa ravvisa poi – e correttamente idoneamente impugnata la ratio decidendi determinante del primo giudice, con il che è rispettato il disposto del novellato art. 342 c.p.c. (avendo l’appellante adeguatamente contestato la responsabilità affermata in primo grado, sottoponendo “a precisa doglianza il nucleo fondante di tutti i titoli di responsabilità affermati nella sentenza impugnata, nucleo che è sostanziato: 1) dalla presenza nel carburante di vizi, intesi nell’accezione di elementi estranei alla ordinaria composizione molecolare del carburante e tali da renderlo completamente inidoneo all’uso cui è destinato; 2) dalla causale riconducibilità dei danni patiti dall’autoveicolo dell’appellato all’azione nociva esercitata dagli agenti impuri presenti nel gasolio oggetto della fornitura”: v. piè di pag. 4 e inizio di pag. 5 della gravata sentenza);

la valutazione di idonea specificità dell’appello è quindi congruamente motivata e non è scalzata da un’analitica confutazione, da operarsi con la trascrizione nel ricorso per cassazione (e solo in esso e non anche in alcun altro atto successivo) ed almeno per stralci significativi dei singoli passaggi del relativo atto introduttivo, mentre alcuna contraddizione può ravvisarsi tra il ritenere ammissibile perchè complessivamente specifico l’appello e poi esaminarlo nel merito, tale ultimo sviluppo essendo doveroso e normale: sicchè i primi due motivi sono manifestamente infondati;

ciò posto, possono congiuntamente esaminarsi, per la loro intima connessione, i motivi terzo e quarto, con cui si denunziano, rispettivamente, “omessa insufficiente e contraddittoria motivazione per mancanza o errata valutazione di risultanze processuali in riferimento alle dichiarazioni confessorie circa la presenza di acqua nel carburante difettato rese di cui alla comparsa di costituzione di SSC srl in primo grado in riferimento all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4” e “violazione di legge in riferimento all’art. 2733 c.c. e art. 229 c.p.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 3”: i ma anch’essi sono manifestamente infondati;

in particolare, la qui gravata sentenza esclude la valenza confessoria di quelle dichiarazioni, richiamando l’autorità di Cass. 6192/14, 4744/05 e 26686/05; e l’odierno ricorrente ascrive ad essa, prima di rimproverarle di non avere attribuito a quelle dichiarazioni quanto meno un valore indiziario, di non avere adeguatamente valutato il difetto di consapevolezza sulle medesime, solo questa escludendo il valore di confessione giudiziale; ma la censura è infondata, visto che egli non somministra a questa Corte gli indispensabili elementi per rilevare la lamentata erroneità applicazione della giurisprudenza correttamente richiamata dal giudice di appello (l’ultima delle quali – cui possono aggiungersi Cass. 01/12/2016, n. 24539, o Cass. 30/04/2010, n. 10607 – è Cass. 18/03/2014, n. 6192);

in particolare, non risulta dagli atti di causa come trascritti in ricorso che la consapevolezza delle specifiche ammissioni contenute nel suo atto defensionale fosse ricavabile o dalla specifica sottoscrizione dell’atto stesso (diversa, cioè, dalla sottoscrizione della procura) della cliente, oppure da altre circostanze: effettivamente bastando alla parte, contro cui quelle ammissioni si vorrebbero invocare, limitarsi a dedurre la contestualizzazione delle stesse, in difetto di altri specifici elementi da cui quella riferibilità chiara ed univoca potrebbe ricavarsi; elementi che, si ribadisce, parte ricorrente non si premura di mettere in evidenza, con le dovute forme, nel suo ricorso; ma può, ad ogni buon conto ed in via dirimente, osservarsi che il dato della presenza fisiologica di impurità nel carburante, quale dato di comune esperienza, è stato ampiamente valutato nella parte motiva dal giudice di secondo grado in relazione alle particolarità del caso concreto, essendo stato poi escluso un qualsiasi concorso causale di tale eventualità – ove mai potesse ritenersi provata nel caso di specie;

va preso ora in considerazione, per la sua priorità logico-giuridica, il motivo successivo al quinto, rubricato peraltro come “I” a pag. 19 del ricorso, con cui il P. si duole di “violazione di legge ed omessa insufficiente e contraddittoria motivazione ex art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4, in ordine alla mancata declaratoria di nullità della ctu in relazione agli artt. 195 e 205 c.p.c., art. 91 disp. att. c.p.c., in relazione all’art. 156 c.p.c., comma 2 e art. 157 c.p.c., per lesione del diritto di contraddittorio del ctp di parte attrice e per omesso avviso al consulente di parte attrice – erroneità e contraddittorietà delle risultanze della stessa e tempestività di rilevamento da parte della difesa del P.”; ed anch’esso è manifestamente infondato;

sotto il profilo della nullità formale, tuttavia, è la giurisprudenza richiamata dallo stesso ricorrente (p. 22 del ricorso, quart’ultimo capoverso) a segnare l’infondatezza della doglianza: invero, è nella prima udienza immediatamente successiva al deposito che va eccepita la nullità, anche se si tratta di udienza di mero rinvio disposto per consentire ai difensori l’esame della relazione, perchè la denuncia degli inadempimenti formali non richiede la conoscenza del contenuto della relazione (Cass. 28/11/2001, n. 15133, richiamata dal ricorrente; tra le altre, Cass. 25/02/2014, n. 4448);

invero, le specifiche nullità contestate (diritto al contraddittorio ed omesso avviso) erano immediatamente percepibili e, comunque, anche la carenza del c.d. contraddittorio tecnico non esime la parte dal vigilare sul deposito della relazione e sul rilievo immediato delle sue nullità, del resto ben possibile sulla base della lettura anche solo sommaria della descrizione delle relative operazioni e quindi restando escluso un diritto ad uno spatium deliberandi non previsto dalla legge, diverso da quello tra il deposito della relazione e l’udienza di rinvio fissata all’atto del conferimento dell’incarico (se del caso, prorogata o rinviata): non valendo, insomma, la richiesta di rinvio per esame della relazione a prorogare, a favore della parte che si ritenga danneggiata da una nullità commessa dall’ausiliario del giudice, il termine di decadenza per la formulazione della relativa eccezione; e non essendo lesa la possibilità di conoscenza effettiva – e non soltanto potenziale – quale unica condizione per far valere la nullità, in base all’ulteriore giurisprudenza invocata dal ricorrente nel prosieguo della stessa pag. 22 del ricorso ed a pag. 23;

così correttamente qualificate come definitivamente sanate le nullità del procedimento di consulenza, le argomentazioni svolte, anche in base ai documenti irritualmente acquisiti, dall’ausiliario risultano offerte e sottoposti al contraddittorio successivo delle parti, le quali hanno effettivamente, sulle une e sugli altri, sviluppato ampiamente le loro difese, così, a maggior ragione, risultando sanata ogni eventuale pure sussistente originario vizio procedimentale;

possono così esaminarsi i motivi quinto ed ultimo, coi quali il ricorrente lamenta: col quinto motivo, “violazione di legge in riferimento agli artt. 244 e 257 c.p.c. e artt. 2721 e 2697 c.c., in riferimento alla valutazione delle prove testimoniali testi D.L. e B.D. e in riferimento all’art. 360, n. 3, in ordine ai fondamenti delle responsabilità ex art. 1218 c.c., ex artt. 2050 e 2051 c.c., ex D.Lgs. n. 206 del 2005 (Codice del Consumo) ed omessa insufficiente e contraddittoria motivazione in riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 4), in relazione di altri elementi concordanti rispetto alla valutazione delle prove ex parte actoris e de relato”; con l’ultimo, rubricato però come sesto a pag. 24 del ricorso, “violazione di legge in riferimento artt. 1218 art. 2050 e 2051 c.c. oltre che (D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206, artt. 114,118,120), art. 2697 c.c., in riferimento alla valutazione delle prove testimoniali assunti in corso di causa e in riferimento all’art. 360, n. 3, in ordine ai fondamenti delle responsabilità ex art. 1218 c.c., ex artt. 2050 e 2051, ex D.Lgs. n. 206 del 2005 (Codice del Consumo) ed omessa insufficiente e contraddittoria motivazione in riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 4), in relazione alla sussistenza dei titoli di responsabilità suindicati ed in relazione alla considerazione della ctu di primo grado nulla ed alla mancata prova liberatoria delle singole responsabilità suindicate”;

tali motivi sono manifestamente inammissibili, perchè con essi il ricorrente intende con ogni evidenza censurare le ricostruzioni in fatto, sulla base della comparazione della valenza probatorie dei diversi elementi istruttori e dell’applicazione di regole di comune esperienza, operate dal giudice di secondo grado per escludere un nesso causale tra il rifornimento eseguito presso la S.S.C. srl ed i danni esposti (v. soprattutto pag. 17 della gravata sentenza);

tanto invece è sempre precluso in questa sede, a maggior ragione dopo la novella dell’art. 360 c.p.c., n. 5, che ha ridotto al minimo costituzionale il controllo in sede di legittimità sulla motivazione (Cass. Sez. Un. nn. 8053, 8054 e 19881 del 2014), rimanendo comunque gli apprezzamenti di fatto – se scevri, come lo sono nella specie, da quei soli ed evidenti vizi logici o giuridici ammessi dalle or ora richiamate pronunzie delle Sezioni Unite – istituzionalmente riservati al giudice del merito (come da consolidata giurisprudenza, su cui, per tutte, v. Cass. Sez. Un., n. 20412 del 2015, ove ulteriori riferimenti);

pertanto, manifestamente infondati i motivi diversi dal quinto e dall’ultimo e manifestamente inammissibili questi, il ricorso va rigettato, con condanna del ricorrente soccombente, al pagamento delle spese del giudizio di legittimità in favore della controricorrrente;

ritiene, ancora, il Collegio che alla fattispecie – per la manifesta infondatezza o la manifesta inammissibilità di ciascuno dei motivi- vada applicato dell’art. 385 c.p.c., comma 4 (che si applica ai ricorsi avverso sentenze pronunciate dopo il 02/03/2006 in giudizi iniziati in primo grado prima del 04/07/09: in tale specifico senso, Cass. 07/10/2013, n. 22812, ovvero Cass., ord. 9 febbraio 2016, n. 2584), avendo la condanna alle spese ivi prevista come presupposto, tra l’altro, proprio la manifesta infondatezza o la manifesta inammissibilità del ricorso, integrando tale condotta quanto meno la colpa grave nell’instaurazione del giudizio di legittimità: e tanto per i principi già espressi dalla citata Cass. 22812/13 e soprattutto da Cass. ord. 22/02/2016, n. 3376 (ma v. pure, tra le altre: Cass. 21/07/2016, n. 15017; Cass. 14/10/2016, n. 20732), alla cui motivazione basti qui un rinvio; e va determinata una somma che stimasi equa nella misura indicata in dispositivo in rapporto anche all’entità della condanna alle spese di lite ed a quella del petitum su cui il ricorrente insiste anche nella presente sede, poi da maggiorarsi degli accessori ivi indicati per la sua natura di credito di valuta, una volta operatane la liquidazione;

infine, deve darsi atto – mancando ogni discrezionalità al riguardo (tra le prime: Cass. 14/03/2014, n. 5955; tra molte altre: Cass. Sez. U. 27/11/2015, n. 24245) – della sussistenza dei presupposti per “applicazione del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, in tema di contributo unificato per i gradi o i giudizi di impugnazione e per il caso di reiezione integrale, in rito o nel merito.

PQM

 

rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 3.000,00 (tremila/00) per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Condanna altresì il ricorrente al pagamento in favore della controricorrente, ex art. 385 c.p.c., comma 4, della somma di Euro 1.500,00 (millecinquecento/00), oltre interessi legali dalla data della presente ordinanza.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Motivazione semplificata.

Così deciso in Roma, il 12 settembre 2017.

Depositato in Cancelleria il 12 ottobre 2017

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