Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23952 del 15/11/2011

Cassazione civile sez. I, 15/11/2011, (ud. 28/09/2011, dep. 15/11/2011), n.23952

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SALME’ Giuseppe – Presidente –

Dott. DI PALMA Salvatore – rel. Consigliere –

Dott. ZANICHELLI Vittorio – Consigliere –

Dott. SCHIRO’ Stefano – Consigliere –

Dott. DIDONE Antonio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

Z.P., + ALTRI OMESSI

tutti elettivamente

domiciliati in ROMA, VIA ANDREA DORIA 48, presso lo studio

dell’avvocato ABBATE FERDINANDO EMILIO, che li rappresenta e difende,

giuste procure in calce al ricorso;

– ricorrenti –

contro

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI;

– intimata –

avverso il decreto nei procedimenti riuniti n.ri da 59574/06 a

59583/06 della CORTE D’APPELLO di ROMA del 6.10.08, depositato il

25/06/2009;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

28/09/2011 dal Consigliere Relatore Dott. SALVATORE DI PALMA;

udito per i ricorrenti l’Avvocato Ranieri Roda (per delega avv.

Ferdinando E. Abbate) che si riporta agli scritti;

E’ presente il Procuratore Generale in persona del Dott. LETTIERI

Nicola che ha concluso per l’accoglimento parziale.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

che Z.P. e gli altri ventinove soggetti indicati in epigrafe, con ricorso del 24 settembre 2010, hanno impugnato per cassazione – deducendo due motivi di censura -, nei confronti del Presidente del Consiglio dei Ministri, il decreto della Corte d’Appello di Roma depositato in data 25 giugno 2009, con il quale la Corte d’appello, pronunciando sul ricorso dei predetti soggetti – volto ad ottenere l’equa riparazione dei danni non patrimoniali ai sensi della L. 24 marzo 2001, n. 89, art. 2, comma 1 -, in contraddittorio con il Presidente del Consiglio dei Ministri – il quale ha concluso per l’inammissibilità o per l’infondatezza del ricorso -, ha condannato il resistente a pagare a ciascun ricorrente la somma di Euro 6.000,00, a titolo di equa riparazione, oltre gli interessi dalla data del decreto al saldo, condannandolo altresì al rimborso delle spese di lite;

che il Presidente del Consiglio dei Ministri, benchè ritualmente intimato, non si è costituito nè ha svolto attività difensiva.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che con i motivi di censura vengono denunciate come illegittime, anche sotto il profilo del vizio di motivazione: A) la decorrenza degli interessi dalla data del decreto anzichè dalla data della proposizione della domanda; b) la liquidazione delle spese del giudizio con applicazione della tariffa forense relativa ai procedimenti speciali, anzichè di quella concernente i procedimenti contenziosi;

che il ricorso merita accoglimento; che la censura sub a) è fondata;

che, infatti, questa Corte ha già ripetutamente affermato che, ai sensi della L. 24 marzo 2001, n. 89, il diritto ad un’equa riparazione in caso di mancato rispetto del termine ragionevole del processo, avente carattere indennitario e non risarcitorio, non richiede l’accertamento di un illecito secondo la nozione contemplata dall’art. 2043 cod. civ., nè presuppone la verifica dell’elemento soggettivo della colpa a carico di un agente, essendo invece ancorato all’accertamento della violazione dell’art. 6, par. 1, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, cioè di un’ evento ex sè lesivo del diritto della persona alla definizione del suo procedimento in una durata ragionevole, e l’obbligazione avente ad oggetto l’equa riparazione configurandosi non già come obbligazione ex delicto ma come obbligazione ex lege, riconducibile, in base all’art. 1173 cod. civ., ad ogni altro atto o fatto idoneo a costituire fonte di obbligazione in conformità dell’ordinamento giuridico, con la conseguenza che dal carattere indennitario di tale obbligazione discende che gli interessi legali possono decorrere, semprechè richiesti, dalla data della domanda di equa riparazione, in base al principio secondo cui gli effetti della pronuncia retroagiscono alla data della domanda, nonostante il carattere di incertezza e di illiquidità del credito prima della pronuncia giudiziaria, mentre, in considerazione del predetto carattere indennitario dell’obbligazione, nessuna rivalutazione può essere accordata (cfr., ex plurimis, le sentenze nn. 8712 del 2006 e 2248 del 2007);

che, pertanto, il decreto impugnato deve essere annullato, in relazione alla censura accolta, nella parte in cui determina la decorrenza degli interessi sulla somma capitale di Euro 6.000,00 dalla data del decreto impugnato al saldo, anzichè dalla data della proposizione della domanda di equa riparazione – 22 novembre 2006 – al saldo;

-che, conseguentemente, la censura sub b) resta assorbita;

che, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., comma 2;

che, secondo il costante orientamento di questa Corte, ai fini della liquidazione delle spese processuali, il processo camerale per l’equa riparazione del diritto alla ragionevole durata del processo va considerato quale procedimento avente natura contenziosa, nè rientra tra quelli speciali di cui alla tabelle A) e B) allegate al D.M. Giustizia 8 aprile 2004, n. 127 (rispettivamente voce 50, par. 7 e voce 75, par. 3), per tali dovendo intendersi, ai sensi dell’art. 11 della tariffa allegata a detto decreto ministeriale, i procedimenti in camera di consiglio ed in genere i procedimenti non contenziosi (cfr.f ex plurimis, le sentenze nn. 25352 del 2008, 21371 del 2009);

che, conseguentemente, le spese processuali del giudizio a quo debbono essere nuovamente liquidate – sulla base delle tabelle A, par. 4, e B, par. 1, allegate al D.M. Giustizia 8 aprile 2004, n. 127, relative ai procedimenti contenziosi in complessivi Euro 3.070,00, di cui Euro 50,00 per esborsi, Euro 2.020,00 per diritti (Euro 280,00 + Euro 1.740,00 per gli altri ventinove ricorrenti) ed Euro 1.000,00 per onorari, oltre alle spese generali ed agli accessori come per legge;

che le spese del presente grado di giudizio seguono la soccombenza e vengono liquidate nel dispositivo.

P.Q.M.

Accoglie il ricorso nei limiti di cui in motivazione, cassa il decreto impugnato e, decidendo la causa nel merito, condanna il Presidente del Consiglio dei ministri a corrispondere a ciascun ricorrente – sulla somma di Euro 6.000,00 – gli interessi dalla domanda, condannandolo altresì al rimborso, in favore delle parti ricorrenti, delle spese del giudizio, che determina, per il giudizio di merito, in complessivi Euro 3.070,00, di cui Euro 50,00 per esborsi, Euro 2.020,00 per diritti ed Euro 1.000,00 per onorari, oltre alle spese generali ed agli accessori come per legge, da distrarsi in favore degli avv. FERRIOLO Giovambattista e Ferdinando Emilio Abbate, dichiaratisene antistatari, e, per il giudizio di legittimità, in complessivi Euro 1.300,00, di cui Euro 100,00 per esborsi, oltre alle spese generali ed agli accessori come per legge, da distrarsi in favore dello stesso avv. ABBATE, dichiaratosene antistatario.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Struttura centralizzata per l’esame preliminare dei ricorsi civili, 28 settembre 2011.

Depositato in Cancelleria il 15 novembre 2011

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