Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23949 del 23/11/2016


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Cassazione civile sez. trib., 23/11/2016, (ud. 18/03/2016, dep. 23/11/2016), n.23949

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAPPABIANCA Aurelio – Presidente –

Dott. DI IASI Camilla – Consigliere –

Dott. VIRGILIO Biagio – rel. Consigliere –

Dott. LOCATELLI Giuseppe – Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

A2A s.p.a., in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in Roma, via della Scrofa n. 57, presso

gli avv.ti Giancarlo Zoppini, Giuseppe Russo Corvace e Giuseppe

Pizzonia, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliata in Roma, via dei Portoghesi n. 12, presso

l’Avvocatura Generale dello Stato, che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della

Lombardia n. 99/19/10, depositata il 16 luglio 2010;

Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 18

marzo 2016 dal Relatore Cons. Biagio Virgilio;

uditi l’avv. Giuseppe Russo Corvace per la ricorrente e l’avvocato

dello Stato Gianni De Bellis per la controricorrente;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

GIACALONE Giovanni, il quale ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1. La A2A s.p.a., incorporante la A.S.M. Brescia s.p.a. e la A.E.M. s.p.a., ha proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della Lombardia indicata in epigrafe, con la quale, in accoglimento dell’appello dell’Ufficio locale dell’Agenzia delle entrate, è stato rigettato il ricorso della società contro gli avvisi di accertamento ad essa notificati a titolo di IRPEG ed ILOR, oltre interessi, in relazione agli anni 1996/1999, al fine di recuperare dette imposte, non versate in forza del regime agevolativo previsto dal D.L. 30 agosto 1993, n. 331, art. 66,comma 14, (convertito dalla L. 29 ottobre 1993, n. 427) e dalla L. 28 dicembre 1995, n. 549, art. 3, comma 70, per le società per azioni a capitale pubblico maggioritario istituite ai sensi della L. 8 giugno 1990, n. 142, art. 22: tale regime è stato qualificato “aiuto di Stato”, incompatibile con il mercato comune, con decisione della Commissione delle Comunità Europee del 5 giugno 2002, 2003/193/CE (confermata, a seguito di impugnazione dello Stato italiano, dalla sentenza della Corte di giustizia dell’1 giugno 2006, C-207/05).

Si tratta, in particolare, di un c.d. terzo recupero, effettuato ai sensi del D.L. 25 settembre 2009, n. 135, art. 19, convertito dalla L. 20 novembre 2009, n. 166.

Il giudice di appello ha ritenuto, in sintesi, che:

a) il giudice di primo grado ha indebitamente esteso alle ricorrenti il giudicato esterno costituito dalla sentenza della CTP di Milano n. 8 del 29 gennaio 2008, sia perchè tale pronuncia era stata resa nei confronti della A.E.M., mentre la A.S.M. era estranea al contenzioso, sia perchè, in ogni caso, secondo la giurisprudenza della Corte di giustizia, il diritto comunitario osta all’applicazione di una disposizione del diritto nazionale, come l’art. 2909 c.c., volta a sancire il principio dell’autorità di cosa giudicata, nei limiti in cui l’applicazione di tale disposizione impedisce il recupero di un aiuto di Stato erogato in contrasto con il diritto comunitario e la cui incompatibilità con il mercato comune è stata dichiarata con decisione della Commissione divenuta definitiva;

b) non si è verificata alcuna consumazione del potere di recupero da parte dell’Amministrazione, poichè il D.L. n. 135 del 2009, art. 19 (convertito dalla L. n. 166 del 2009), che ha introdotto il D.L. n. 185 del 2008, art. 24, comma 1 bis, (convertito dalla L. n. 2 del 2009) prevedendo la possibilità dell’Ufficio di integrare gli accertamenti già emessi, è legittimo, quand’anche lo si volesse interpretare come norma eccezionale, derogatoria del disposto del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 43, trattandosi di deroga introdotta dal legislatore per far fronte ad una situazione particolare, in adempimento di obblighi comunitari; con conseguente manifesta infondatezza della eccezione di illegittimità costituzionale del citato art. 19, sollevata dalla ricorrente in riferimento agli artt. 3,23,41,42,53 e 97 Cost.;

c) gli avvisi di accertamento hanno una motivazione completa, esauriente ed autosufficiente, sia sul tema della turbativa della libera concorrenza, sia sul computo degli interessi;

d) la pretesa tributaria è fondata, in quanto la tesi della non applicabilità alla ricorrente della decisione della Commissione Europea sopra indicata è stata già ampiamente esaminata dal Tribunale di primo grado delle Comunità Europee, che, con sentenza dell’11 giugno 2009 (causa T-301/02), ha rigettato il ricorso della società avverso detta decisione, affermando, fra l’altro, che anche nel caso di impresa che fornisce servizi pubblici a livello locale in regime di esclusiva si è in presenza di un aiuto di Stato, in quanto il mercato delle concessioni di tali servizi è aperto alla concorrenza comunitaria e l’aiuto in favore di una s.p.a. ai sensi della L. n. 142 del 1990, disincentiva i Comuni ad affidare ad altre società questi servizi;

e) infine, il calcolo degli interessi su base composta è corretto, in quanto effettuato in conformità della previsione di cui al D.L. 29 novembre 2008, n. 185, art. 24, comma 4, (convertito dalla L. 28 gennaio 2009, n. 2), secondo il quale gli interessi vanno calcolati ai sensi delle disposizioni del capo 5^ del regolamento (CE) della Commissione n. 794/04 del 21 aprile 2004, il quale è stato emanato per dare esecuzione al regolamento (CE) del Consiglio n. 659/99 del 22 marzo 1999 e si pone come meramente ricognitivo di una prassi già in uso presso la Commissione Europea almeno a far tempo dal 1997.

2. L’Agenzia delle entrate ha resistito con controricorso.

3. La ricorrente ha depositato memoria.

4. Con ordinanza interlocutoria n. 3006 del 2014, resa all’esito dell’udienza del 14 novembre 2013, questa Corte ha richiesto alla Corte di giustizia, ai sensi dell’art. 267 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, di pronunciarsi, in via pregiudiziale, sulla seguente questione:

“se l’art. 14 del regolamento (CE) n. 659/1999 del Consiglio del 22 marzo 1999, recante modalità di applicazione dell’articolo 93 del trattato CE, e gli artt. 9,11 e 13 del regolamento (CE) n. 794/2004 della Commissione del 21 aprile 2004, recante disposizioni di esecuzione del regolamento predetto, devono essere interpretati nel senso che ostano ad una legislazione nazionale che, in relazione ad un’azione di recupero di un aiuto di Stato conseguente ad una decisione della Commissione notificata in data 7 giugno 2002, stabilisca che gli interessi sono determinati in base alle disposizioni del capo 5^ del citato regolamento n. 794/2004 (cioè, in particolare, agli artt. 9 e 11), e, quindi, con applicazione del tasso di interesse in base al regime degli interessi composti”.

5. La Corte si è pronunciata con sentenza del 3 settembre 2015.

6. La A2A s.p.a. ha depositato ulteriore memoria.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1.1. Con il primo motivo, la ricorrente, denunciando la violazione dell’art. 2909 c.c., censura la sentenza impugnata per aver rigettato l’eccezione di giudicato esterno da essa sollevata con riguardo alla sentenza – passata, appunto, in giudicato e sopra citata al par. 1, punto a) – con la quale la CTP di Milano aveva respinto i ricorsi proposti dalla A.E.M. s.p.a. avverso le comunicazioni-ingiunzione alla stessa notificate per il recupero degli aiuti di Stato in esame per gli anni 1996/1999, ai sensi del D.L. 15 febbraio 2007, n. 10, art. 1, (convertito dalla L. 6 aprile 2007, n. 46).

Osserva, in sintesi, la ricorrente che, contrariamente a quanto ritenuto dal giudice d’appello, sul quantum della pretesa di recupero (nei confronti di A.E.M. s.p.a.) si è formato il giudicato, perchè la sentenza della CTP riguarda gli stessi anni d’imposta di cui agli avvisi impugnati ed è stata adottata in attuazione del (e non in contrasto col) diritto comunitario; ed è inconferente il richiamo ai principi enunciati dalla sentenza della Corte di giustizia 18 luglio 2007, causa C-119/05, Lucchini, poichè essa riguarda una misura individuale di aiuto di Stato dichiarata incompatibile col diritto comunitario con decisione definitiva, laddove nella fattispecie la decisione n. 2003/193/CE riguarda in termini generali ed astratti il regime di aiuti in questione ed è stata comunque impugnata.

Col secondo motivo, è denunciata, in subordine, la violazione dell’art. 295 c.p.c., per non avere il giudice a quo sospeso il giudizio in attesa della pronuncia della Corte di giustizia (adita per l’annullamento della sentenza del Tribunale di primo grado dell’11 giugno 2009) sulla legittimità della decisione della Commissione.

1.2. I motivi, da esaminare congiuntamente, sono infondati.

La citata sentenza della Corte di giustizia 18 luglio 2007, C-119/05, esclude l’efficacia espansiva del giudicato qualora ciò non consenta il recupero di un aiuto di Stato dichiarato incompatibile con il mercato comune da una decisione della Commissione Europea divenuta definitiva, entrando in tal caso in questione i principi di ripartizione delle competenze tra gli Stati membri e l’Unione Europea, posto che la Commissione Europea dispone di una competenza esclusiva per esaminare la compatibilità di una misura nazionale di aiuti di Stato con il mercato comune (cfr. Cass. nn. 26285 del 2010, 11228 del 2011, 6538 del 2012, 4832 del 2015). Il principio è pienamente applicabile alla fattispecie in esame, considerato che la Corte di giustizia, con sentenza del 21 dicembre 2011, procedimento C-320/09 P, ha respinto l’impugnazione proposta dalla ricorrente avverso la sentenza del Tribunale di primo grado che aveva a sua volta rigettato il ricorso della A2A contro la decisione della Commissione.

2.1. Con il terzo motivo, la ricorrente denuncia la violazione del D.L. 25 settembre 2009, n. 135, art. 19, (convertito dalla L. 20 novembre 2009, n. 166), D.L. 29 novembre 2008, n. 185, art. 24, (convertito dalla L. 28 gennaio 2009, n. 2), D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 43, e L. 27 luglio 2000, n. 212, art. 10.

Censura la sentenza impugnata nella parte in cui il giudice ha escluso che gli atti impugnati siano illegittimi in quanto espressione di un potere (di recupero) ormai consumato nei confronti della contribuente, in quanto già esercitato per altre due volte. Osserva che la asserita natura eccezionale del D.L. n. 135 del 2009, art. 19, cit. non trova riscontro nel diritto comunitario, il quale rimette l’esecuzione del recupero alla procedura prevista dal diritto nazionale, e che nell’ordinamento tributario italiano vige il principio della unicità dell’avviso di accertamento, salva l’eccezione prevista dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 43, comma 4, in presenza di elementi di fatto nuovi, rispetto al quale l’art. 19 non può costituire deroga.

In subordine, ripropone la questione di legittimità costituzionale della norma in esame in riferimento agli artt. 3,23,41,42,53 e 97 Cost., e formula anche richiesta di rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia.

2.2. Il motivo è infondato.

In base alla consolidata giurisprudenza di questa Corte (formatasi proprio con riguardo alla decisione della Commissione Europea qui in esame), in tema di recupero di aiuti di Stato, la normativa statale di attuazione della decisione comunitaria introduce nell’ordinamento nazionale – in funzione di assicurare l’esecuzione della decisione della Commissione e il rispetto del principio di effettività del diritto comunitario – disposizioni di natura speciale, che si inseriscono nella procedura comunitaria di verifica della compatibilità degli aiuti concessi dagli Stati membri; l’azione di recupero, pertanto, è vicenda giuridica diversa dall’ordinario potere di accertamento tributario disciplinato dal D.P.R. n. 600 del 1973 (tra altre, Cass. nn. 6538, 8108, 14019, 15207 e 16349 del 2012).

Va aggiunto che il D.L. n. 135 del 2009, art. 19, nell’inserire il D.L. n. 185 del 2008, art. 24, comma 1 bis, (comma che ha precisato il corretto criterio di determinazione della base imponibile da considerare ai fini del recupero degli aiuti, escludendo da essa le – sole – “plusvalenze derivanti dalle operazioni straordinarie realizzate dalle società”), ha espressamente previsto, con efficacia derogatoria in virtù dell’anzidetto principio di specialità, il potere dell’Agenzia delle entrate di emettere nuovi avvisi di accertamento, integrativi o modificativi in aumento di quelli già emessi.

Ne deriva, come già ritenuto dal giudice a quo, la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell’art. 19 cit., nonchè l’assenza dei presupposti per un rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia.

3.1. Con la quarta censura, la ricorrente, denunciando la violazione, fra l’altro, del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 42, e della L. n. 212 del 2000, art. 7, si duole del difetto di motivazione degli avvisi di accertamento circa le ragioni del recupero delle somme conseguite dalla contribuente a titolo di “utile non in regime di concorrenza”.

3.2. La doglianza è inammissibile.

Premesso che il giudice d’appello ha affermato che “i sei avvisi di accertamento recano una vasta ed approfondita motivazione di ben nove pagine in ordine alla determinazione dell’imponibile”, motivazione ritenuta “completa, esauriente ed autosufficiente”, con il motivo in esame la ricorrente censura, in realtà, non tanto il difetto di motivazione degli avvisi di accertamento, quanto la violazione di legge consistita nell’aver incluso nella base imponibile oggetto di recupero le somme anzidette: e ciò è oggetto dei successivi motivi quinto e sesto del ricorso.

4.1. Con il quinto motivo, la ricorrente denuncia la violazione degli artt. 263 e 264 del Trattato sull’Unione Europea, D.L. n. 185 del 2008, art. 24, cit., D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 19, e art. 112 c.p.c..

Censura la sentenza impugnata nella parte in cui il giudice a quo ha rigettato le doglianze della società concernenti il recupero della quota di reddito relativa ai settori dell’energia elettrica e del gas naturale, nei quali l’attività è stata svolta sostanzialmente in regime di monopolio e, peraltro, in un ristretto ambito territoriale. Lamenta, in particolare, che il detto giudice si è limitato a richiamare la citata sentenza del Tribunale di primo grado delle Comunità Europee dell’11 giugno 2009, la quale però si riferisce come la decisione impugnata – ad un regime di aiuti astrattamente considerato e non attiene alla specifica posizione della ricorrente, che doveva essere esaminata dalla CTR, anzichè, ritenendosi vincolata a tale pronuncia, abdicare alla propria funzione giurisdizionale.

4.2. Con la sesta censura è nuovamente denunciata la violazione del D.L. n. 185 del 2008, art. 24, nella parte in cui il giudice d’appello, anche a voler ammettere che il rinvio alla menzionata sentenza del Tribunale di primo grado possa integrare una pronuncia nel merito delle questioni dedotte, le ha rigettate, anzichè concludere per l’illegittimità del recupero in quanto la società svolgeva, negli anni in contestazione, la propria attività di gestione dei servizi pubblici di distribuzione dell’energia elettrica e del gas naturale in un ristretto ambito territoriale e in un contesto non concorrenziale.

4.3. I motivi, da esaminare congiuntamente, sono infondati.

Ribadito il principio in virtù del quale, nei giudizi concernenti la verifica della esatta esecuzione degli obblighi derivanti dalle decisioni della Commissione Europea, è preclusa ogni ulteriore discussione e contestazione relativa alla illegittimità o invalidità delle valutazioni compiute dalla istituzione comunitaria, quando l’atto sia divenuto inoppugnabile o il ricorso contro di esso – proponibile anche dai soggetti privati interessati – sia stato respinto, pena, altrimenti, la vanificazione del sistema dei rimedi giurisdizionali predisposto dai Trattati relativi all’Unione Europea (Cass. n. 15207 del 2012, cit.), è sufficiente rilevare, come già detto, che le tesi della ricorrente sono già state oggetto di esame, e rigettate, da parte del Tribunale di primo grado delle Comunità Europee con sentenza 11 giugno 2009, causa T-301/02, confermata dalla Corte di giustizia con sentenza 21 dicembre 2011, procedimento C-320/09 P.

5.1. Col settimo motivo, è denunciata la violazione dell’art. 112 c.p.c., per avere il giudice d’appello omesso di pronunciare sulle doglianze, rimaste assorbite in primo grado e riproposte in appello dalla AEM s.p.a., concernenti il recupero degli utili realizzati dalla società, e da questa distribuiti, quali dividendi, all’ente pubblico di appartenenza (Comune di Milano), e il disconoscimento della detrazione ai fini ILOR operata dalla contribuente sui dividendi medesimi.

5.2. Il motivo è infondato.

Va premesso che – quand’anche voglia ritenersi che effettivamente si sia in presenza di una omissione di pronuncia, anzichè, come pure potrebbe sostenersi, di un rigetto implicito da parte del giudice d’appello alla luce del complesso della motivazione – è consentito a questa Corte, in virtù dei principi di economia processuale e della ragionevole durata del processo di cui all’art. 111 Cost., nonchè di una lettura costituzionalmente orientata dell’attuale art. 384 c.p.c., di evitare la cassazione con rinvio della sentenza impugnata e decidere nel merito, trattandosi di questioni di diritto che non richiedono ulteriori accertamenti di fatto (da ult., Cass. n. 21968 del 2015).

Ciò posto, è sufficiente osservare che l’Amministrazione era obbligata a provvedere all’esecuzione “immediata ed effettiva” della decisione della Commissione più volte citata, cioè a procedere al recupero di tutte le somme corrispondenti alle agevolazioni ritenute aiuti di Stato (salva l’applicabilità della regola de minimis): in questa prospettiva, diviene irrilevante ogni eventuale utilizzazione delle somme de quibus che il beneficiario dell’aiuto abbia ritenuto di effettuare, compresa quella indicata dalla ricorrente (non assumendo, in particolare, alcun rilievo, in ordine alla legittimità dell’azione di recupero, la circostanza che il destinatario di tale utilizzazione sia stato un ente pubblico, nella specie il Comune di Milano).

6.1. L’ottava censura attiene al rigetto della eccezione di illegittimità degli avvisi impugnati, per violazione, fra l’altro, del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 42, e L. n. 212 del 2000, art. 7, in ragione della omessa allegazione agli stessi, nella parte relativa alla liquidazione degli interessi, della richiamata “documentazione consultabile sul sito internet dell’Unione Europea”, neanche riprodotta nel suo contenuto essenziale.

6.2. Il motivo è inammissibile e comunque infondato.

La Commissione regionale ha qualificato “vasta ed approfondita” anche la motivazione degli avvisi nella parte relativa alla determinazione degli interessi (“di oltre due pagine”) e ritenuto, al riguardo, l’indicazione del sito internet dell’Unione Europea “assolutamente sovrabbondante, avendo l’Ufficio indicato negli accertamenti le norme che disciplinano la determinazione degli interessi”: si tratta di una valutazione di fatto certamente non irragionevole, che si sottrae alle censure esposte.

7.1. Infine, con il nono motivo di ricorso, denunciando la violazione del combinato disposto dell’art. 3 della decisione n. 2003/193/CE e 13 del regolamento (CE) n. 794/2004, la ricorrente censura la sentenza impugnata per aver escluso il contrasto con il diritto comunitario della disciplina nazionale dettata, ai fini del computo degli interessi, dal più volte citato D.L. n. 185 del 2008, art. 24, (il quale andrebbe dunque disapplicato), in quanto rinvia al regolamento (CE) n. 794/2004, recante, negli artt. 9 e 11, un regime di calcolo degli interessi più aspro di quello in precedenza adottato, laddove l’art. 13, quarto comma, del medesimo regolamento stabilisce che tale regime si applica alle decisioni di recupero notificate successivamente alla data della sua entrata in vigore, e non, quindi, alla decisione de qua.

7.2. Il motivo è infondato, in virtù delle considerazioni che seguono.

7.3. Come detto in narrativa, questa Corte, con ordinanza interlocutoria n. 3006 dell’11 febbraio 2014, ha premesso, per quanto qui strettamente interessa, che:

a) la D.L. n. 185 del 2008, art. 24, comma 4, stabilisce che “Gli interessi sono determinati in base alle disposizioni di cui al capo 5^ del regolamento (CE) n. 794/2004 della Commissione, del 21 aprile 2004, secondo i criteri di calcolo approvati dalla Commissione Europea in relazione al recupero dell’aiuto di Stato C57/03, disciplinato dalla L. 25 gennaio 2006, n. 29, art. 24. Il tasso di interesse da applicare è il tasso in vigore alla data di scadenza ordinariamente prevista per il versamento di saldo delle imposte non corrisposte con riferimento al primo periodo di imposta interessato dal recupero dell’aiuto”;

b) la L. 25 gennaio 2006, n. 29, art. 24 – il quale disciplina l’attuazione della decisione della Commissione n. 2005/315/CE, del 20 ottobre 2004 (con la quale fu dichiarato parzialmente incompatibile con il mercato comune il regime di aiuti a favore delle imprese che avevano realizzato investimenti nei comuni colpiti da eventi calamitosi, disposto dal D.L. n. 282 del 2002, art. 5 sexies) -, dispone, al comma 3, che gli interessi vanno “calcolati sulla base delle disposizioni di cui al capo 5^ del regolamento (CE) n. 794/2004 della Commissione, del 21 aprile 2004, maturati a partire dalla data in cui le imposte non versate sono state messe a disposizione dei beneficiari fino alla data del loro recupero effettivo”;

c) il regolamento (CE) n. 659/1999 del Consiglio, del 22 marzo 1999, recante modalità di applicazione dell’art. 93 del trattato CE, prevede, all’art. 14 (intitolato “Recupero degli aiuti”), paragrafo 2, che “All’aiuto da recuperare ai sensi di una decisione di recupero si aggiungono gli interessi calcolati in base a un tasso adeguato stabilito dalla Commissione. Gli interessi decorrono dalla data in cui l’aiuto illegale è divenuto disponibile per il beneficiario, fino alla data di recupero”;

d) il regolamento (CE) n. 794/2004 della Commissione, del 21 aprile 2004, recante disposizioni di esecuzione del citato regolamento del 1999, al capo 5^ (rubricato “Tassi di interesse per il recupero di aiuti illegittimi”) dispone, con l’art. 11, paragrafo 2, che “Il tasso di interesse è applicato secondo il regime dell’interesse composto fino alla data di recupero dell’aiuto. Gli interessi maturati l’anno precedente producono interessi in ciascuno degli anni successivi”; al capo 6^ (rubricato “Disposizioni finali”) stabilisce, con l’art. 13, comma 5, che “Gli artt. 9 e 11 si applicano a tutte le decisioni di recupero notificate successivamente alla data di entrata in vigore del presente regolainento”.

Ciò posto, ha ritenuto necessario richiedere alla Corte di giustizia, ai sensi dell’art. 267 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, di pronunciarsi, in via pregiudiziale, sulla seguente questione:

“se l’art. 14 del regolamento (CE) n. 659/1999 del Consiglio del 22 marzo 1999, recante modalità di applicazione dell’articolo 93 del trattato CE, e gli artt. 9,11 e 13 del regolamento (CE) n. 794/2004 della Commissione del 21 aprile 2004, recante disposizioni di esecuzione del regolamento predetto, devono essere interpretati nel senso che ostano ad una legislazione nazionale che, in relazione ad un’azione di recupero di un aiuto di Stato conseguente ad una decisione della Commissione notificata in data 7 giugno 2002, stabilisca che gli interessi sono determinati in base alle disposizioni del capo 5^ del citato Regolamento n. 794/2004 (cioè, in particolare, agli articoli 9 e 11), e, quindi, con applicazione del tasso di interesse in base al regime degli interessi composti”.

7.4. La Corte di giustizia, con sentenza del 3 settembre 2015, causa C89/14, ha dichiarato che:

“L’art. 14 del regolamento (CE) n. 659/1999 del Consiglio, del 22 marzo 1999, recante modalità di applicazione dell’articolo 93 del trattato CE, nonchè gli artt. 11 e 13 del regolamento (CE) n. 794/2004 della Commissione, del 21 aprile 2004, recante disposizioni di esecuzione del regolamento n. 659/1999, non ostano a una normativa nazionale, come il D.L. del 29 novembre 2008, n. 185, art. 24, comma 4, recante misure urgenti per il sostegno a famiglie, lavoro, occupazione e imprese e per ridisegnare in funzione anti-crisi il quadro strategico nazionale, convertito, con modificazioni, nella L. 28 gennaio 2009, n. 2, che preveda, tramite un rinvio al regolamento n. 794/2004, l’applicazione di interessi composti al recupero di un aiuto di Stato, sebbene la decisione che ha dichiarato detto aiuto incompatibile con il mercato comune e ne ha disposto il recupero sia stata adottata e notificata allo Stato membro interessato anteriormente all’entrata in vigore di detto regolamento”.

7.5. Nella memoria depositata ai sensi dell’art. 378 c.p.c., la ricorrente sostiene che la Corte di giustizia ha statuito che il regime degli interessi composti, previsto dal D.L. n. 185 del 2008, art. 24, non contrasta con il diritto comunitario, ma soltanto se applicato a partire dalla data di entrata in vigore di detta norma e non anche per il periodo anteriore (cioè dalla fruizione del beneficio fiscale fino a tale data), in relazione al quale deve applicarsi l’ordinario criterio degli interessi semplici.

La tesi non può essere condivisa, alla luce della motivazione della sentenza, che sorregge il già di per sè chiaro dispositivo.

La Corte, premette, in linea generale, quanto segue:

– l’art. 13 del regolamento n. 794/2004 determina, al primo comma, la data di entrata in vigore del regolamento e precisa, al quinto comma, che l’art. 11, paragrafo 2, relativo al calcolo degli interessi su base composta, è unicamente applicabile alle decisioni di recupero notificate dopo la data di entrata in vigore del regolamento stesso; “non per questo, però, può dedursi da tale limitazione dell’applicabilità ratione temporis del regolamento n. 794/2004 un divieto di principio per gli Stati membri, gli unici competenti, alla data dell’adozione della decisione 2003/193, a determinare la base di calcolo degli interessi, di legiferare in un senso anzichè in un altro. L’art. 13 del regolamento n. 794/2004 non introduce, dunque, una norma di irretroattività applicabile alle normative nazionali prima dell’entrata in vigore del regolamento medesimo” (punto 34);

– quando adottano misure attraverso le quali attuano il diritto dell’Unione, gli Stati membri sono tenuti a rispettare i principi generali di tale diritto, fra i quali quelli di certezza del diritto e di tutela del legittimo affidamento (punti 35 e 36);

– “il principio della certezza del diritto osta a che un regolamento venga applicato retroattivamente, vale a dire a una situazione acquisita anteriormente alla sua entrata in vigore”, e “lo stesso principio esige che qualsiasi situazione di fatto venga di regola, purchè non sia espressamente disposto il contrario, valutata alla luce delle norme giuridiche vigenti al momento in cui essa si è prodotta. Tuttavia, sebbene la nuova legge abbia quindi validità solo per l’avvenire, essa si applica anche, salvo deroga, agli effetti futuri di situazioni sorte in vigenza della vecchia legge” (punto 37);

– del pari, “la sfera di applicazione del principio della tutela del legittimo affidamento non può essere estesa fino ad impedire, in generale, che una nuova disciplina si applichi agli effetti futuri di situazioni sorte sotto l’impero della disciplina anteriore” (punto 38).

Quanto alla normativa nazionale in esame, osserva, quindi, che:

– “prevedendo l’applicazione di interessi composti al recupero di aiuti dichiarati incompatibili con il mercato comune dalla decisione 2003/193, il decreto legge n. 185/2008 non ha alcun effetto retroattivo; esso si limita ad applicare una normativa nuova agli effetti futuri di situazioni sorte sotto l’impero della disciplina anteriore” (punto 40);

– “infatti, da un lato, il D.L. n. 185 del 2008, art. 36, fissa l’entrata in vigore di quest’ultimo al giorno della sua pubblicazione nella Gazzetta ufficiale della Repubblica italiana, la quale è avvenuta il 29 novembre 2008, di modo che detto decreto legge non è entrato in vigore anteriormente alla data della sua pubblicazione. Dall’altro, gli avvisi di imposta che prevedevano l’applicazione di interessi su base composta sono stati notificati all’A2A posteriormente all’entrata in vigore di detto decreto legge. Siccome l’aiuto dichiarato incompatibile con il mercato comune di cui trattasi nel procedimento principale non era stato recuperato nè aveva costituito oggetto di avviso di imposta alla data di entrata in vigore di detto decreto legge, quest’ultimo non può essere considerato incidere su una situazione già acquisita” (punto 41);

– “peraltro, con riferimento all’importante scarto di tempo tra l’adozione, il 5 giugno 2002, della decisione n. 2003/193, con la quale la Commissione ha chiesto il recupero dell’aiuto di Stato in questione nel procedimento principale, e l’emissione, nel corso dell’anno 2009, di un avviso di imposta destinato ad assicurare il recupero effettivo di detto aiuto, si deve considerare che l’applicazione di interessi composti costituisce uno strumento appropriato per neutralizzare il vantaggio concorrenziale conferito illegittimamente alle imprese beneficiarie di detto aiuto di Stato” (punto 42).

Può aggiungersi che nelle conclusioni dell’Avvocato generale, alle quali la Corte sostanzialmente aderisce, si legge, per quanto qui interessa, che “poichè l’aiuto di cui trattasi nel procedimento principale non era stato recuperato e non era neanche stato oggetto dei citati avvisi di accertamento prima della pubblicazione del D.L. n. 185 del 2008, l’art. 24,comma 4, di tale decreto legge non può essere considerato incidere su una situazione acquisita anteriormente alla sua entrata in vigore” (punto 51); e che “con la pubblicazione del decreto L. n. 185 del 2008, l’applicazione del metodo degli interessi composti per il calcolo degli interessi dovuti sugli aiuti illegittimi da recuperare in applicazione della decisione 2003/193 era certa e la sua applicazione prevedibile per gli individui” (punto 53).

7.6. Dal complesso di tali argomentazioni, deriva inequivocabilmente che: a) per le decisioni di recupero notificate in data anteriore all’entrata in vigore del regolamento (CE) n. 794/2004, spettava soltanto agli Stati membri la scelta circa il metodo di calcolo degli interessi (se su base semplice o composta); b) l’unico limite all’esercizio di tale facoltà era costituito dal rispetto dei principi di certezza del diritto e di tutela del legittimo affidamento; c) questi ostano all’applicazione di un regolamento alle situazioni “acquisite” prima della sua entrata in vigore, ma non agli effetti futuri di situazioni sorte sotto la vigenza della disciplina anteriore; d) per situazioni “acquisite” devono intendersi, quanto alla materia de qua, sia quelle in senso stretto esaurite, cioè i casi in cui l’aiuto illegittimo sia stato già definitivamente recuperato alla data di entrata in vigore della nuova disciplina, sia quelle nelle quali, alla stessa data, sia già stato emesso l’avviso di accertamento, idoneo ad ingenerare il legittimo affidamento del contribuente nell’applicazione della normativa previgente.

In definitiva, gli avvisi di accertamento in esame, emessi sulla base della scelta, operata dal legislatore italiano con il D.L. n. 185 del 2008, art. 24, comma 4, (convertito dalla L. n. 2 del 2009) – e già con il D.L. n. 10 del 2007, art. 1, comma 3, (convertito dalla L. n. 46 del 2007) -, di applicare, per il recupero degli aiuti in esame, il metodo di calcolo degli interessi su base composta, “maturati dalla data in cui le imposte non versate sono state messe a disposizione dei beneficiari fino alla data del loro recupero effettivo” (secondo la disciplina dettata dal richiamata L. n. 29 del 2006, art. 24), devono ritenersi, anche sotto tale profilo, legittimi.

8. Il ricorso va, in conclusione, integralmente rigettato.

9. La complessità delle questioni e la necessità dell’intervento della citata pronuncia della Corte di giustizia giustificano la compensazione delle spese.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e compensa le spese.

Così deciso in Roma, il 18 marzo 2016 e il 15 giugno 2016.

Depositato in Cancelleria il 23 novembre 2016

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