Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23949 del 22/10/2013


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Civile Sent. Sez. L Num. 23949 Anno 2013
Presidente: ROSELLI FEDERICO
Relatore: FILABOZZI ANTONIO

SENTENZA

sul ricorso 5809-2009 proposto da:
PICCHIONE MARIA GIULIA PCCMGL54549G726M, elettivamente
domiciliata in ROMA, VIA TACITO 50, presso lo studio
dell’avvocato COSSU BRUNO, che

la rappresenta e

difende unitamente all’avvocato MORRONE VITTORIO,
giusta delega in atti;

2013

ricorrente-

contro

2467

MINISTERO BENI ATTIVITA’ CULTURALI, in persona del

legale rappresentante

pro tempore, rappresentato e

difeso dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso

Data pubblicazione: 22/10/2013

cui Uffici domicilia in ROMA, ALLA VIA DEI PORTOGHESI,
12;
– PROIETTI GIUSEPPE nato il 28/9/45, BILARDI GIUSEPPE
nato il 4/4/51, ITALIA SALVATORE nato il 4/6/40,
CECCHI ROBERTO nato il 5/5/49, GALLETTI MAURIZIO nato

GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici domiciliano
in ROMA, ALLA VIA DEI PORTOGHESI, 12;
– controricorrenti

avverso la sentenza n. 3806/2007 della CORTE D’APPELLO
di ROMA, depositata il 25/02/2008 r.g.n. 8236/05;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica
udienza del 10/07/2013 dal Consigliere Dott. ANTONIO
FILABOZZI;
udito l’Avvocato COSSU BRUNO;
udito l’Avvocato MAURIZIO FIORILLI;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. ENNIO ATTILIO SEPE, che ha concluso per
il rigetto del ricorso.

il 1/7/51, rappresentati e difesi dall’AVVOCATURA

r.g. n. 5809/09
udienza del 10.7.2013

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La Corte d’appello di Roma, confermando la sentenza di primo grado, ha rigettato la domanda di
Maria Giulia Picchioneidiretta ad ottenere l’accertamento che gli atti e i comportamenti adottati nei

gli atti con i quali la ricorrente era stata trasferita dall’Ufficio centrale per i beni ambientali e
paesaggistici al Gabinetto del Ministro per esigenze del Servizio tecnico e poi all’Istituto centrale
per il catalogo e la documentazione – avevano avuto lo scopo di eludere gli effetti della sopra citata
sentenza del giudice amministrativo, assegnandola ad incarichi avulsi dalle competenze proprie
della sua qualifica (architetto di nono livello) e caratterizzandosi per un intento persecutorio e
punitivo nei suoi confronti. La domanda della ricorrente era diretta ad ottenere, inoltre,
l’accertamento del proprio diritto allo svolgimento effettivo delle competenze ministeriali in
materia di tutela ambientale e paesaggistica, il riconoscimento di una posizione funzionale adeguata
alla sua qualifica e la condanna dell’Amministrazione (e dei dirigenti preposti all’ufficio) al
risarcimento dei danni conseguenti alla perdita dei compensi previsti nel contratto e alla perdita
delle opportunità professionali, nonché al risarcimento del danno biologico e del danno
all’immagine professionale. Alla statuizione di rigetto la Corte territoriale è pervenuta osservando,
in sintesi, che le vicende intervenute nel corso del rapporto non evidenziavano l’esistenza di un
intento persecutorio da parte dell’Amministrazione, ma piuttosto l’esistenza di una situazione di
conflitto tra le parti, determinata anche da una diversa interpretazione dei diritti e degli obblighi
derivanti dai provvedimenti del giudice amministrativo.
Avverso tale decisione propone ricorso per cassazione Maria Giulia Picchione ) affidandosi a due
motivi di ricorso cui resistono con controricorso il Ministero per i beni e le attività culturali e i
dirigenti chiamati in giudizio dalla ricorrente.
La Picchione ha depositato memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c. e, all’esito della discussione,
osservazioni scritte sulle conclusioni del pubblico ministero.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1.- Con il primo motivo si deduce la nullità della sentenza impugnata per violazione dell’art. 112
c.p.c., chiedendo a questa Corte di stabilire se “proposta domanda di accertamento dell’esistenza di

i

suoi confronti dal Ministero per i beni culturali e ambientali – dopo che il Tar Lazio aveva annullato

un comportamento di mobbing e dequalificazione con conseguente richiesta (anche) di risarcimento
dei relativi danni” e “allegati e chiesti di provare, alla prima udienza, a sostegno dell’esistenza e
continuità di tali comportamenti e anche ai fini della determinazione della misura del danno, fatti
accaduti successivamente al deposito del ricorso, debba ritenersi nulla per violazione dell’art. 112
c.p.c. la sentenza che abbia pronunciato solo sui fatti precedenti il deposito del ricorso e non su
quelli sopra indicati”.
2.- Con il seconde motivo si deduce la nullità della sentenza e del procedimento per violazione
ragionevole durata del giudizio e divieto di frazionare in più processi una pretesa fondata su un
comportamento lesivo, sostanzialmente unitario, che si protrae nel tempo, chiedendo a questa Corte
di stabilire se “proposta domanda per l’accertamento di un comportamento di dequalificazione e
mobbing, ai sensi del quinto comma dell’art. 420 c.p.c., tra i mezzi di prova “che le parti non
abbiano potuto proporre prima” e che, pertanto, il giudice alla prima udienza deve ammettere,
rientrino anche quelli relativi a fatti avvenuti successivamente al deposito del ricorso, purché
rientranti nella causa petendi e nel petitum della domanda”.
3.- Il primo motivo è infondato, posto che la Corte territoriale non ha omesso di prendere in esame
un capo della domanda o una questione di merito prospettata dalla parte, ma, al contrario, ritenendo
che la proposizione di una domanda intesa ad ottenere la liquidazione del danno con riguardo a fatti
verificatisi in epoca successiva al deposito del ricorso introduttivo venisse ad integrare una causa
petendi diversa da quella originariamente dedotta, ha adottato una decisione che si pone
esplicitamente in contrasto con la pretesa fatta valere dalla parte, comportandone il rigetto, con
conseguente esclusione della possibilità di configurare, nel caso in esame, il vizio di omessa
pronuncia.
4.- Anche il secondo motivo deve ritenersi infondato.
Questa Corte ha già precisato (cfr. ex plurimis Cass. n. 10045/96) che la domanda giudiziale di ‘
risarcimento del danno si fonda su di una causa petendi identificabile in uno specifico accadimento
lesivo spazialmente e temporalmente determinato, sicché, una volta che essa sia stata proposta in
relazione a determinati fatti, il riferimento all’eventualità che nelle more del giudizio abbiano a
verificarsi nuovi accadimenti (siano pur essi omogenei rispetto ai precedenti), suscettibili di ledere
ancora la situazione giuridica protetta e di cagionare così una ulteriore ragione di danni, non
introduce alcuna valida domanda, né, una volta che tali fatti si siano verificati, può legittimare alla
sua proposizione nel corso del giudizio. Ne deriva che la richiesta di ristoro del danno per fatti
sopravvenuti in corso di causa comporta un non consentito mutamento della primitiva domanda,
con la conseguente inammissibilità della stessa anche in appello, senza che, in contrario, possa
2

dell’art. 420, quinto comma, c.p.c., anche in relazione ai principi di economia processuale,

argomentarsi dalla deroga al divieto di domande nuove in appello con riferimento ai danni sofferti
dopo la sentenza impugnata, ai sensi dell’art. 345, primo comma, c.p.c., trovando tale norma
applicazione solo quando nel giudizio di primo grado sia stato richiesto il risarcimento del danno
maturato in precedenza, e giustificandosi tale deroga solo nel presupposto che si incrementino le
conseguenze dannose del medesimo fatto generatore posto a fondamento della pretesa, senza che gli
ulteriori danni siano ricollegabili anche a fatti nuovi e diversi.
Né, per giungere a diverse conclusioni, potrebbe valere il richiamo al principio espresso in alcune

c.p.c. di parte ricorrente) secondo cui nel rito del lavoro, proposta una domanda risarcitoria ex art.
414 c.p.c., la richiesta del risarcimento degli ulteriori danni maturati nel corso del processo e di una
somma maggiore rispetto a quella inizialmente indicata in relazione ad un più ampio periodo
temporale maturato nel corso dello svolgimento del giudizio, non comporta alcuna immutazione dei
fatti posti a fondamento della domanda, non introducendo alcun nuovo tema di indagine sul quale la
controparte non abbia potuto svolgere le proprie difese, né un ampliamento del tema sottoposto
all’indagine del giudice, versandosi in tema di conseguenze risarcitorie dipendenti dall’unico fatto
dedotto con il ricorso introduttivo e maturate in corso di causa, e non già di eventi provocati da
circostanze diverse successive alla proposizione della domanda e sulle quali sarebbe necessaria
un’ulteriore indagine in punto di fatto.
E’ evidente, infatti, che anche nelle ipotesi prese in esame nelle suddette pronunce viene sì
ammessa la risarcibilità degli “ulteriori danni maturati nel corso del processo”, ma viene anche
sottolineato come sia pur sempre necessario, a questi fini, che si tratti di “conseguenze risarcitorie
dipendenti dall’unico fatto dedotto con il ricorso introduttivo”, e non già di “eventi provocati da
circostanze diverse successive alla proposizione della domanda”, sulle quali si renda necessaria
un’ulteriore indagine in punto di fatto.
5.- Nella specie, come è stato rilevato dai giudici di merito, le ulteriori conseguenze dannose che si
assumono verificate dopo il deposito del ricorso introduttivo sarebbero, per l’appunto, dipendenti da
ulteriori sviluppi della vicenda lavorativa – consistenti, fra l’altro, nell’avvio di un procedimento
disciplinare in relazione alla mancata esecuzione di un incarico di lavoro – e così da eventi
successivi alla proposizione della domanda e sui quali sarebbe stata senz’altro necessaria
un’ulteriore indagine istruttoria (come, peraltro, richiesto anche dalla ricorrente nel corso del
giudizio di primo grado). Ne consegue la correttezza della decisione della Corte d’appello, che ha
confermato la statuizione con cui il primo giudice ha ritenuto di non dare ingresso alle richieste
proposte dalla ricorrente con riguardo alla verificazione dei suddetti eventi.
6.- In conclusione, il ricorso deve essere rigettato con la conferma della sentenza impugnata.

3

decisioni di questa Corte (cfr. ex plurimis Cass. n. 17101/2009, citata nella memoria ex art. 378

Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza e vengono liquidate come da
dispositivo, facendo riferimento alle disposizioni di cui al d.m. 20 luglio 2012, n. 140 e alla tabella
A ivi allegata, in vigore al momento della presente decisione (artt. 41 e 42 d.m. cit.), e procedendo
ad una liquidazione unitaria delle stesse in ragione della identità delle posizioni processuali delle
parti resistenti.

La Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio
liquidate in € 4.000,00 oltre accessori di legge.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del 10 luglio 2013.

P.Q.M.

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