Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23948 del 12/10/2017

Cassazione civile, sez. III, 12/10/2017, (ud. 22/03/2017, dep.12/10/2017),  n. 23948

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SPIRITO Angelo – Presidente –

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

Dott. POSITANO Gabriele – rel. Consigliere –

Dott. D’ARRIGO Cosimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 8623-2015 proposto da:

D.G.V.N., domiciliata ex lege in ROMA, presso la

CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa

dall’avvocato MARIA ESPOSITO, LUIGI AMBROSIO giusta procura speciale

in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

N.C., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA ANGELO EMO,

106, presso lo studio dell’avvocato CIRO CASTALDO, rappresentata e

difesa dall’avvocato ANTONIO AURICCHIO giusta procura speciale in

calce al controricorso;

– controricorrente –

e contro

N.M., + ALTRI OMESSI

– intimati –

avverso la sentenza n. 4726/2014 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 22/09/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

22/03/2017 dal Consigliere Dott. GABRIELE POSITANO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

BASILE Tommaso, che ha concluso per il rigetto;

udito l’Avvocato MARIA ESPOSITO.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con atto di citazione notificato il 18 giugno 2004, N.C., quale procuratrice generale del fratello N.A., coniuge ed erede legittimo della defunta A.R., evocava in giudizio, davanti al Tribunale di Nola, D.G.V.N. per sentirla condannare alla restituzione dell’importo di Euro 66.165,05 riferita ai buoni postali fruttiferi e ai libretti postali intestati o cointestati alla defunta A. e alla convenuta e da quest’ultima illegittimamente incassati, allegando che – con la sentenza penale passata in giudicato – era stato riconosciuto, a carico della D.G., il reato di circonvenzione di incapace ai danni della A.. Costituitasi la convenuta contestava i fatti e spiegava domanda riconvenzionale per il pagamento delle spese di vitto, alloggio e assistenza prestata in favore della A..

2. Il Tribunale di Nola, con la sentenza n. 1520 delle 2009, accoglieva la domanda ordinando la restituzione della somma di Euro 66.165,05, rigettava la domanda riconvenzionale e condannava la convenuta al pagamento delle spese di lite.

3. Avverso tale decisione proponeva appello D.G.V. e la N. si costituiva chiedendo il rigetto dell’impugnazione. La Corte d’Appello di Napoli, con la sentenza depositata il 28 settembre 2014, in parziale riforma, condannava D.G.V. al pagamento, in favore di N.C., della minore somma di Euro 61.817,27, oltre interessi, confermava nel resto e condannava l’appellante al pagamento delle spese di lite.

4. Avverso tale decisione propone ricorso per cassazione D.G.V.N. nei confronti degli eredi legittimi di N.A., deceduto nel (OMISSIS), sulla base di un unico articolato motivo. Resiste in giudizio N.C. con controricorso.

5. D.G.V. deposita memoria ai sensi dell’art. 378 codice di rito con istanza subordinata di integrazione del contraddittorio.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. La motivazione viene redatta in forma semplificata in adempimento di quanto previsto dal decreto n. 136-2016 del Primo Presidente della Corte Suprema di cassazione, non avendo il presente provvedimento alcun valore nomofilattico.

2. Va rilevato che con controricorso N.C. deduce l’inammissibilità del ricorso per violazione dell’art. 1722, n. 4 codice civile, dell’art. 300 codice di rito e degli artt. 75 e 83 medesimo codice, in considerazione del principio di ultrattività del mandato difensivo. La N., sul presupposto che la morte di N.A. non era mai stata dichiarata dal difensore, richiama l’orientamento della Corte di legittimità a Sezioni Unite (Cass. n. 15295 del 4 luglio 2014) secondo cui, nel caso in cui l’evento luttuoso non sia stato dichiarato o notificato con le modalità previste dall’art. 300 codice di rito, il difensore continua a rappresentare la parte come se l’evento non si fosse mai verificato. Fa discendere da ciò il principio secondo cui, dalla possibilità dell’originario procuratore di proporre impugnazione (ad eccezione del ricorso per cassazione, che richiede una procura speciale), deriva che la parte che intenda proporre ricorso per cassazione contro il de cuius debba evocare il giudizio il procuratore della parte deceduta che, in considerazione dell’ultrattività del mandato, deve considerarsi regolarmente legittimato a ricevere la notifica. E ciò anche nel caso, ricorrente nella controversia in esame, in cui la parte abbia precedentemente conferito procura generale alla sorella, N.C., non verificandosi l’ipotesi di sopravvenuta inefficacia della procura.

3. In secondo luogo deduce l’inammissibilità del ricorso per violazione all’art. 75 codice di rito dell’art. 587 c.c., evidenziando che i resistenti non sono eredi di N.A., non ricorrendo l’ipotesi di successione legittima, quale fattispecie suppletiva rispetto a quella testamentaria, ma ricorrendo tale ultima ipotesi, come noto alla ricorrente. Sulla base del testamento olografo del 22 maggio 2007, pubblicato l’11 ottobre 2010, gli eredi di N.A. sono i nipoti: Z.F., S.R. e A.G..

4. Pur trattandosi di questione logicamente anteposta secondo l’ordine di trattazione di cui all’art. 276 c.p.c., tuttavia il Collegio ritiene di passare all’esame del fondo dell’unico motivo di ricorso, alla stregua del principio della ” ragione più liquida”, in una prospettiva maggiormente aderente alle esigenze di economia processuale e di celerità del giudizio, costituzionalizzata dall’art. 111 Cost., con la conseguenza che la causa può essere decisa sulla base della questione ritenuta di più agevole soluzione – anche se logicamente subordinata – senza che sia necessario esaminare previamente le altre (cfr. Corte cass. Sez. U, Sentenza n. 9936 del 08/05/2014; id. Sez. 6 – L, Sentenza n. 12002 del 28/05/2014).

5. Con l’unico articolato motivo deduce violazione e falsa applicazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 codice di rito, dell’art. 651 codice di rito penale e degli artt. 2697 e 2729 c.c., nonchè violazione e falsa applicazione, ai sensi del’art. 360, n. 4, dell’art. 132 codice di rito per difettosa, insufficiente ed illogica motivazione. Rileva la ricorrente che l’art. 651 codice di rito penale rende vincolante l’accertamento eseguito in sede penale riguardo alla sussistenza della circonvenzione di incapace, ma non costituisce prova dell’appropriazione delle singole somme.

6. Il motivo è inammissibile poichè riguarda soltanto una delle due motivazioni autonome sulla base delle quali la Corte d’Appello ha rigettato l’impugnazione. Infatti, la Corte territoriale ha ritenuto sufficiente il riferimento all’articolo 651 del codice di rito penale attesa l’esistenza della sentenza penale irrevocabile. Con autonoma e separata argomentazione, ha poi rilevato che la responsabilità della D.G. emerge anche dall’esame delle prove espletate nell’ambito del processo penale. Infatti, a pagina 5, la Corte richiama l’art. 651 c.p.p. in base al quale la sentenza penale irrevocabile ha efficacia di giudicato nel processo civile di risarcimento del danno, quanto all’accertamento della sussistenza del fatto della sua illiceità penale e all’affermazione che l’imputato lo ha commesso. Da ciò fa discendere che deve ritenersi provato che Vincenza D.G. si è appropriata delle somme depositate presso l’ufficio postale di (OMISSIS), sotto forma di libretti postali e buoni postali e ciò indipendentemente dalla contestazione o meno degli stessi, ad eccezione delle somme non riscosse. Con separata argomentazione precisa che, al medesimo risultato, si perviene anche sulla base delle altre circostanze emerse nel corso del processo penale che esamina analiticamente (pagina 6 della sentenza) per concludere che, a prescindere dalla portata vincolante del giudicato penale, si deve pervenire, sulla base degli elementi emersi nel corso del processo penale, ad affermare con ragionevole sicurezza che D.G.V. si appropriò di tutte le somme incassate, con le specificazioni indicate in premessa. Orbene, le censure oggetto del ricorso per cassazione che riguardano tale secondo aspetto, al fine di contestare, sulla base delle risultanze istruttorie e “in particolare della documentazione acquisita nel giudizio civile”, l’esistenza della prova della effettiva appropriazione di somme e dell’ammontare delle stesse sono inammissibili. Infatti, al fine di contestare ciò la ricorrente esamina l’attività istruttoria espletata in sede civile e penale e i singoli mezzi di prova, richiedendo alla Corte di legittimità di riesaminare tutto il materiale probatorio, con valutazioni che riguardano esclusivamente profili in fatto e che sono del tutto inibite a questa Corte. E, evidente, infatti, che il compito di valutare le prove e di verificare l’attendibilità e la concludenza delle stesse spetta in via esclusiva al giudice di merito. Conseguentemente l’inammissibilità del motivo di ricorso, in virtù del citato principio della ragione più liquida rende irrilevante l’esame delle questioni preliminari sollevate dalla controricorrente.

7. Ne consegue che il ricorso deve essere dichiarato inammissibile e le spese del presente giudizio di cassazione – liquidate nella misura indicata in dispositivo – seguono la soccombenza.

8. Il ricorso è stato proposto avverso una sentenza depositata dopo l’entrata in vigore della riforma processuale introdotta dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40. Al presente giudizio è di conseguenza applicabile l’art. 385 c.p.c., comma 4, il quale – introdotto dal D.Lgs. n. 40 del 2006, ed applicabile ai giudizi di cassazione avverso sentenze pronunciate dopo la sua entrata in vigore, ai sensi dell’art. 27 D.Lgs. citato – consente la condanna del ricorrente che abbia agito con colpa grave al pagamento di una somma, equitativamente determinata, in favore della controparte. L’art. 385 c.p.c., comma 4, infatti, è stato abrogato dalla L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 46:

tuttavia, per espressa previsione dell’art. 58, comma 1 quest’ultima legge, le disposizioni ivi contenute che modificano il codice di procedura civile “si applicano ai giudizi instaurati dopo la data della sua entrata in vigore”, con la precisazione che per “giudizi instaurati dopo l’entrata in vigore” della L. n. 69 del 2009, debbono intendersi quelli iniziati in primo grado dopo il suddetto momento. Ai fini della condanna ex art. 385 c.p.c., comma 4, ovvero ex art. 96 c.p.c., comma 3, l’infondatezza “in iure” delle tesi prospettate in sede di legittimità, in quanto contrastanti con la giurisprudenza consolidata, costituisce indizio di colpa grave così valutabile in coerenza con il progressivo rafforzamento del ruolo di nomofilachia della Suprema Corte. L’ipotesi ricorrente nel caso di specie di proposizione di un ricorso inammissibile per diretto di specificità e decisività del motivo per consolidato orientamento pluridecennale costituisce per giurisprudenza di questa Corte indice di colpa grave (Cass. Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 3376 del 22/02/2016 (Rv. 638887).

9. La ricorrente va, pertanto, condannato al pagamento di una somma, equitativamente determinata, in favore della controricorrente. Nel caso di specie, tale somma può identificarsi col dispendio di tempo ed energie necessariamente impiegati per i colloqui col difensore e l’approntamento della difesa. Tale pregiudizio, considerati la durata del processo e l’oggetto di esso, può equitativamente liquidarsi ex art. 1226 c.c., in Euro 10.000 attuali.

10. Infine, deve darsi atto della sussistenza dei presupposti di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1,comma 17: “quando l’impugnazione, anche incidentale, è respinta integralmente o è dichiarata inammissibile o improcedibile, la parte che l’ha proposta è tenuta a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione, principale o incidentale, a norma del comma 1-bis. Il giudice dà atto nel provvedimento della sussistenza dei presupposti di cui al periodo precedente e l’obbligo di pagamento sorge al momento del deposito dello stesso”.

11. In considerazione della qualità delle parti e della natura dei fatti oggetto del giudizio vanno oscurate le generalità e gli altri identificativi delle parti in caso di diffusione del presente provvedimento a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.

PQM

 

dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese in favore della controricorrente, liquidandole in Euro 10.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge e condanna, in favore del controricorrente, alla somma di Euro 10.000 ai sensi dell’art. 385 c.p.c., oltre interessi nella misura legale decorrenti dal deposito della sentenza.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Si omettano le generalità e gli altri identificativi in caso di diffusione del presente provvedimento a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.

Così deciso in Roma, nella camera di Consiglio della Sezione Terza della Corte Suprema di Cassazione, il 22 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 12 dicembre 2017

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