Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23946 del 12/10/2017


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Cassazione civile, sez. III, 12/10/2017, (ud. 22/03/2017, dep.12/10/2017),  n. 23946

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SPIRITO Angelo – Presidente –

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – rel. Consigliere –

Dott. POSITANO Gabriele – Consigliere –

Dott. D’ARRIGO Cosimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 8732-2015 proposto da:

P.F., in persona del suo procuratore generale P.A.,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA TEULADA 52, presso lo studio

dell’avvocato MAURIZIO GABRIELLI, che lo rappresenta e difende

giusta procura speciale in calce alla comparsa di costituzione;

– ricorrente-

contro

O.T., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA PREMUDA 2,

presso lo studio dell’avvocato CLAUDIO VITELLI, che la rappresenta e

difende giusta procura speciale a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 5848/2014 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 24/09/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

22/03/2017 dal Consigliere Dott. LUIGI ALESSANDRO SCARANO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

BASILE Tommaso, che ha concluso per il rigetto;

udito l’Avvocato GABRIELLI;

udito l’Avvocato C. VITELLI.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza ex art. 281 sexies c.p.c. del 24/9/2014 la Corte d’Appello di Roma ha respinto il gravame interposto dal sig. P.F. – in persona del suo procuratore generale sig. P.A. – in relazione alla pronunzia Trib. Roma 15/9/2008, di rigetto della domanda dal medesimo proposta nei confronti della sig. O.T. di risarcimento dei danni lamentati in conseguenza della mancata commercializzazione di immobile abusivo di loro comproprietà sito in (OMISSIS), per avere la medesima quale comproprietaria dell’immobile – non offerto la propria collaborazione al fine di consentire lo svolgimento di “lavori di ripristino di tutte le opere che precludevano la commerciabilità dell’immobile e fosse rettificato l’atto”, e mantenuto anzi un comportamento ostruzionistico al riguardo, denotante la sua malafede, per essersi dapprima “rifiutata di accogliere la richiesta del signor P.A. di regolarizzare l’immobile, affermando che tutti gli abusi erano stati sanati”, e successivamente viceversa presentato “ricorso al Tar chiedendo l’annullamento del provvedimento del Comune di Fiumicino, riconoscendo espressamente la mancata sanatoria del cambio di destinazione d’uso ed affermando che detta mancanze era dovuta ad un mero errore del precedente dante causa, sig. B.”.

Avverso la suindicata pronunzia della corte di merito il P.F. – in persona del suo procuratore generale sig. P.A. – propone ora ricorso per cassazione, affidato a 4 motivi.

Resiste con controricorso la O..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il 1 motivo il ricorrente denunzia “error in procedendo” per violazione dell’art. 115 c.p.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Con il 2^ motivo denunzia “violazione e/o falsa applicazione” dell’art. 115 c.p.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Con il 3^ motivo denunzia “omesso esame” motivazione su punti decisivi della controversia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Con il 4^ motivo denunzia “violazione e/o falsa applicazione” dell’art. 91 c.p.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

I motivi, che possono congiuntamente esaminarsi in quanto connessi, sono inammissibili.

Va anzitutto osservato che i motivi risultano formulati in violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, atteso che i ricorrenti fanno riferimento ad atti e documenti del giudizio di merito (in particolare, all'”atto Notaio in Roma, dott. Ci.Ni., Rep. (OMISSIS)… (cfr. doc. 1, fascicolo di primo grado)”, ai “telegrammi del 18/04/98, 11/05/98, 03/08/98 (cfr. docc. 2, 3 e 4 fascicolo di primo grado, docc. n. 4, 5 e 6 del presente fascicolo)”, alla “certificazione richiesta… (cfr. doc. 25, all. 3 fascicolo ricorso per sequestro conservativo R.G. n. 468/05)”, all'”ordinanza del Sindaco, Prot. n. 8012/98… (cfr. doc. 10, fascicolo di primo grado)”, al “ricorso al TAR”, alla “missiva del 24/01/2001”, al “comportamento della O.”, alla “domanda di sanatoria presentata da B.”, alla “domanda n. 45954/86″ della Lentisco Redince”) limitandosi a meramente richiamarli, senza invero debitamente (per la parte strettamente d’interesse in questa sede) riprodurli nel ricorso ovvero, laddove riprodotti, senza fornire puntuali indicazioni necessarie ai fini della relativa individuazione con riferimento alla sequenza dello svolgimento del processo inerente alla documentazione, come pervenuta presso la Corte di Cassazione, al fine di renderne possibile l’esame (v., da ultimo, Cass., 16/3/2012, n. 4220), con precisazione (anche) dell’esatta collocazione nel fascicolo d’ufficio o in quello di parte, e se essi siano stati rispettivamente acquisiti o prodotti (anche) in sede di giudizio di legittimità (v. Cass., 23/3/2010, n. 6937; Cass., 12/6/2008, n. 15808; Cass., 25/5/2007, n. 12239, e, da ultimo, Cass., 6/11/2012, n. 19157), la mancanza anche di una sola di tali indicazioni rendendo il ricorso inammissibile (cfr., da ultimo, Cass., Sez. Un., 19/4/2016, n. 7701).

A tale stregua non deducono le formulate censure in modo da renderle chiare ed intellegibili in base alla lettura del solo ricorso, non ponendo questa Corte nella condizione di adempiere al proprio compito istituzionale di verificare il relativo fondamento (v. Cass., 18/4/2006, n. 8932; Cass., 20/1/2006, n. 1108; Cass., 8/11/2005, n. 21659; Cass., 2/81/2005, n. 16132; Cass., 25/2/2004, n. 3803; Cass., 28/10/2002, n. 15177; Cass., 12/5/1998 n. 4777) sulla base delle sole deduzioni contenute nel medesimo, alle cui lacune non è possibile sopperire con indagini integrative (v. Cass., 24/3/2003, n. 3158; Cass., 25/8/2003, n. 12444; Cass., 1/2/1995, n. 1161).

Non sono infatti sufficienti affermazioni – come nel caso – apodittiche, non seguite da alcuna dimostrazione (v. Cass., 21/8/1997, n. 7851).

Deve ulteriormente sottolinearsi, con particolare riferimento al 1^ motivo, che laddove si dolgono essersi dalla corte di merito fondata la “decisione… riportandosi ad un documento non presente in atti attesa la “mancanza del fascicolo di primo grado della convenuta/appellata” i ricorrenti invero inammissibilmente prospettano un vizio revocatorio ex art. 395 c.p.c., comma 1, n. 5.

Va altresì sottolineato, avuto riguardo al 3^ motivo, che l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti deve riguardare un fatto inteso nella sua accezione storico-fenomenica, e non anche l’omesso e a fortiori erroneo esame di determinati elementi probatori (es., “i telegrammi del 18/04/98, 11/05/98, 03/08/98 (cfr. docc. 2, 3 e 4 fascicolo di primo grado, docc. n. 4, 5 e 6 del presente fascicolo)”) (cfr. Cass., Sez. Un., 7/4/2014, n. 8053, e, da ultimo, Cass., 29/9/2016, n. 19312).

Non può infine sottacersi, in relazione al 1 e al 2 motivo, che giusta principio consolidato in giurisprudenza di legittimità la violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. è apprezzabile, in sede di ricorso per cassazione, nei limiti del vizio di motivazione di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 – e non anche come nella specie dai ricorrenti prospettato, in termini di violazione di legge -, dovendo emergere direttamente dalla lettura della sentenza, non già dal riesame degli atti di causa, inammissibile in sede di legittimità.

Ancora, con particolare riferimento al 4^ motivo, che non risultano invero nemmeno sviluppati argomenti in diritto coerenti con la norma di diritto denunziata come asseritamente violata, con i contenuti richiesti dal combinato disposto dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, e art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4, essendosi i ricorrenti limitati a muovere apodittica e non ben comprensibili doglianze, sicchè quanto dedotto si risolve nella proposizione in realtà di un “non motivo” (cfr. Cass., 8/7/2016, n. 1274; Cass., 8/7/2014, n. 15475; Cass., 1/10/2012, n. 17318; Cass., 17/1/2012, n. 537).

Emerge evidente, a tale stregua, come lungi dal denunziare vizi della sentenza gravata rilevanti sotto i ricordati profili, le deduzioni dei ricorrenti, oltre a risultare formulate secondo un modello difforme da quello delineato all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, in realtà si risolvono nella mera rispettiva doglianza circa la dedotta erronea attribuzione da parte del giudice del merito agli elementi valutati di un valore ed un significato difformi dalle loro aspettative (v. Cass., 20/10/2005, n. 20322), e nell’inammissibile pretesa di una lettura dell’asserto probatorio diversa da quella nel caso operata dai giudici di merito (cfr. Cass., 18/4/2006, n. 8932).

Per tale via in realtà sollecitano, cercando di superare i limiti istituzionali del giudizio di legittimità, un nuovo giudizio di merito, in contrasto con il fermo principio di questa Corte secondo cui il giudizio di legittimità non è un giudizio di merito di terzo grado nel quale possano sottoporsi all’attenzione dei giudici della Corte Suprema di Cassazione elementi di fatto già considerati dai giudici del merito, al fine di pervenire ad un diverso apprezzamento dei medesimi (cfr. Cass., 14/3/2006, n. 5443).

Le spese del giudizio di cassazione, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

Trattandosi nel caso di ricorso per cassazione proposto avverso sentenza pubblicata dopo il 2 marzo 2006 (D.Lgs. n. 40 del 2006, art. 27, comma 2) relativamente a giudizio instaurato in primo grado anteriormente all’entrata in vigore della L. n. 69 del 2009, e trovando nel caso applicazione non già l’art. 96 c.p.c., comma 3 bensì l’art. 385 c.p.c., comma 4 (giacchè la relativa abrogazione disposta dalla L. n. 69 del 2009, art. 45, comma 20, è ex art. 58, comma 1 medesima legge efficace soltanto per i ricorsi per cassazione proposti dopo l’entrata in vigore di detta legge, contro provvedimenti pronunciati nell’ambito di giudizi introdotti in primo grado dopo di essa: cfr. Cass., 17/2/2017, n. 4288; Cass. n. 5599 del 2014; successivamente, Cass. n. 4930 del 2015; Cass. n. 15030 del 2015; Cass. n. 2684 del 2016), ricorrendone i presupposti (stante l’esistenza di plurime ragioni di inammissibilità) va ai sensi del suindicato art. 385 c.p.c., comma 4 disposta la condanna dei ricorrenti al pagamento, in solido, al pagamento di ulteriore somma -che si stima equo fissare nella misura di Euro 12.000,00 – in favore della controricorrente.

PQM

 

La Corte dichiara il ricorso inammissibile. Condanna i ricorrenti al pagamento, in solido, delle spese del giudizio di cassazione, che liquida in complessivi Euro 7.200,00, di cui Euro 7.000,00 per onorari, oltre a spese generali ed accessori come per legge. Condanna ex art. 385 c.p.c., comma 4 i ricorrenti al pagamento, in solido, in favore della controricorrente dell’ulteriore somma di Euro 7.000,00.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, come modif. dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte dei ricorrenti dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 22 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 12 ottobre 2017

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