Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23942 del 25/09/2019

Cassazione civile sez. II, 25/09/2019, (ud. 11/12/2018, dep. 25/09/2019), n.23942

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GORJAN Sergio – Presidente –

Dott. BERTUZZI Mario – Consigliere –

Dott. FEDERICO Guido – Consigliere –

Dott. COSENTINO Antonello – rel. Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 1453/2015 proposto da:

D.F., eleltivamente domiciliato in ROMA, VIALE REGINA

MARGHERITA 158, presso Lo studio dell’avvocato MARIA ANDRETTA, che

lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

R.G., M.R., F.A., rappresentati

e difesi dall’avvocato FRANCESCO FORESTI;

– controricorrenti –

e contro

F.L., F.G.N.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 1323/2013 della CORTE D’APPELLO di BRESCIA,

depositata il 29/11/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

11/12/2018 dal Consigliere Dott. ANTONELLO COSENTINO;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MISTRI Corrado, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso per

quanto di ragione (3 motivo in particolare).

Fatto

FATTI DI CAUSA

Il sig. D.F., proprietario di un compendio immobiliare in (OMISSIS), convenne davanti al tribunale di Bergamo i sigg.ri M.R., R.G., F.A. e F.L. (quest’ultimo deceduto nelle more del giudizio di primo grado), proprietari di un fondo confinante con la sua proprietà, lamentando la realizzazione, da parte di costoro, di tre autorimesse in violazione delle distanze legali dal confine; egli quindi chiese, in sede di precisazione delle sue conclusioni, la condanna dei convenuti “alla demolizione o arretramento/adeguamento delle autorimesse; alla rimozione o arretramento del pluviale di scarico acque piovane provenienti dalla copertura delle autorimesse e del relativo pozzo perdente, sino a distanza legale; al risarcimento dei danni da quantificarsi in via equitativa”.

Il tribunale, accertato che le tre autorimesse erano state costruite in violazione delle distanze legali, ha, per quanto qui ancora interessa, così deciso: “condanna i convenuti alla demolizione o arretramento o all’adeguamento delle autorimesse medesime, del pluviale scarico delle acque piovane provenienti dalla copertura delle autorimesse, e del relativo pozzo perdente. A scelta dei convenuti. Per l’effetto dichiara il diritto dei convenuti di portare i sopra descritti manufatti a confine mediante avanzamento in aderenza”.

La corte di appello di Brescia, adita dal sig. D., ne ha rigettato l’impugnazione, confermando la sentenza di primo grado.

Per la cassazione della sentenza della corte bresciana il sig. D. ha proposto ricorso sulla scorta di cinque motivi. Gli intimati hanno depositato controricorso.

La causa è stata discussa nella pubblica udienza dell’11.12.18, per la quale entrambe le parti hanno depositato una memoria e nella quale il Procuratore generale ha concluso come in epigrafe.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo – riferito dell’art. 360 c.p.c., nn. 3, 4 e 5 (in relazione agli artt. 34,36,99,100,112,166,183,190,342 e 348 c.p.c.) – il ricorrente censura la sentenza gravata per aver disatteso il motivo di appello con cui egli aveva denunciato il vizio di ultra petizione che avrebbe afflitto la sentenza di primo grado là dove essa dichiarava il diritto dei convenuti di “portare i sopra

descritti manufatti a confine, mediante avanzamento in aderenza” (dispositivo della sentenza di primo grado, riportato a pag. 3 del ricorso). In proposito il ricorrente argomenta che l’accertamento del preteso diritto dei convenuti di costruire sul confine non aveva formato oggetto di tempestiva domanda riconvenzionale nella comparsa di costituzione dei convenuti stessi, ma era stato da questi ultimi domandato per la prima volta, tardivamente, solo all’udienza del 19 maggio 2004, in sede di precisazione delle conclusioni.

Il motivo va giudicato inammissibile, perchè non si misura con le argomentazioni della sentenza impugnata. La corte bresciana ha infatti argomentato che “già in sede di comparsa di costituzione in prime cure i convenuti avevano rilevato come le norme vigenti sul territorio consentissero l’edificazione anche a confine e che essi si erano già muniti delle prescritte autorizzazioni per la sistemazione a confine di tutta la parte lato sud dell’edificio oggetto di causa” e da tale rilievo ha tratto la conseguenza che “non vi è dubbio che il thema era stato ritualmente introdotto” (pag. 5, ultimo capoverso, della sentenza) e che l’accertamento del diritto dei convenuti di edificare sul confine era stato “rivendicato fin dalla comparsa di costituzione di prime cure” (pag. 6, penultimo capoverso, della sentenza).

Nei confronti delle suddette analitiche argomentazioni il ricorrente non muove alcuna specifica censura, giacchè nel motivo di ricorso egli si limita a trascrivere le conclusioni della comparsa di costituzione dei convenuti in primo grado e ad affermare apoditticamente che “nulla è stato chiesto in relazione all’avanzamento della costruzione in aderenza al confine” (pag. 7, terzultimo capoverso, del ricorso per cassazione), senza nemmeno tentare di confutare l’argomentazione della corte territoriale secondo cui la domanda dei convenuti di sentir accertare il proprio diritto di costruire in aderenza era implicita nelle argomentazioni della comparsa di risposta con cui essi avevano rilevato come le norme vigenti sul territorio consentissero l’edificazione anche a confine e avevano dedotto di essersi già muniti delle prescritte autorizzazioni per la sistemazione a confine.

Il motivo di ricorso, in sostanza, difetta di specificità, perchè non si confronta con le argomentazioni della sentenza impugnata. Donde la sua inammissibilità, a mente del fermo principio giurisprudenziale secondo cui “la proposizione, mediante il ricorso per cassazione, di censure prive di specifica attinenza al decisum della sentenza impugnata comporta l’inammissibilità del ricorso per mancanza di motivi che possono rientrare nel paradigma normativo di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4. Il ricorso per cassazione, infatti, deve contenere, a pena di inammissibilità, i motivi per i quali si richiede la cassazione, aventi carattere di specificità, completezza e riferibilità alla decisione impugnata” (così Cass. 17125/07).

Con il secondo motivo di ricorso il ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione del D.M. n. 1444 del 1968, art. 9,L. n. 1150 del 1942, L. n. 765 del 1967, nonchè degli artt. 872, 873,875 e 877 c.c. e segg., PGR 28 luglio 1992, artt. 16 e segg., artt. 115 e 116 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, nonchè il vizio di motivazione insufficiente e contraddittoria.

Secondo il ricorrente la corte territoriale sarebbe incorsa nella violazione delle suddette disposizioni, e nel suddetto vizio motivazionale, autorizzando i convenuti a edificare in aderenza sul confine, senza considerare che tale costruzione in aderenza non sarebbe possibile “in quanto sul confine esiste solo un muretto di circa 50 cm di altezza sormontato da una rete metallica” (pag. 13 del ricorso, primo capoverso). In proposito il ricorrente deduce che, per costruire in aderenza, sarebbe necessario che “la nuova opera e quella preesistente combacino perfettamente da uno dei lati, in modo che non rimanga tra i due muri, nemmeno per un breve tratto o a intervalli, uno spazio vuoto, ancorchè totalmente chiuso” (pag. 16 del ricorso, primo capoverso) e argomenta che tale condizione non sarebbe realizzabile nella specie, giacchè, come emerge dall’elaborato del CTU e dalle fotografie prodotte in giudizio, sul confine di proprietà non esiste un muro di recinzione pari in altezza a quello della fabbrica a venire in aderenza, ne, d’altra parte, potrebbe parlarsi di aderenza tra una costruzione (le tre autorimesse) di altezza 2,50 mt. e un muretto di altezza 50 cm. sormontato da una rete metallica di 150 cm.

Il motivo va disatteso perchè non coglie la ratio decidendi della sentenza impugnata. In tale sentenza, infatti, si afferma che lo strumento urbanistico vigente all’epoca consentiva, per quanto riguarda le autorimesse, “la costruzione anche a confine” (pag. 7, quarto rigo), senza in alcun modo menzionare il requisito dell’aderenza ad altre costruzioni o a muri di cinta. La corte d’appello, in sostanza, in base ad un giudizio di diritto fondato sul disposto degli artt. 16 e 53 NTA (pag. 6, penultimo rigo, della sentenza) e della Delib. 26 novembre 2002 (pag. 7, primo rigo, della sentenza) ha ritenuto legittima l’edificazione sul confine, senza attribuire alcun rilievo alla circostanza se la stessa venga o non venga realizzata in aderenza ad altre costruzioni. Tale giudizio di diritto non è stato specificamente censurato nel motivo di ricorso in esame, cosicchè l’argomentazione ivi sviluppata in ordine alla (im)possibilità di realizzare le costruzioni dei convenuti in aderenza ad un muretto di 50 cm di altezza sormontato da una recinzione metallica risultano non pertinenti alla motivazione della sentenza; d’onde la loro inammissibilità. Con il terzo motivo il ricorrente si duole della violazione e falsa applicazione del D.M. n. 1444 del 1968, art. 9,L. n. 1150 del 1942, L. n. 665 del 1967, D.P.R. n. 380 del 2001, così come integrato e/o modificato della L. n. 147 del 2013, L. n. 80 del 2014, nonchè degli artt. 872, 873,874,875 e 877 c.c. e segg., artt. 99 – 112 c.p.c., artt. 115 e 116 c.p.c., Piano Regolatore Generale 28 luglio 1992, artt. 16 e segg., artt. 341-348 c.p.c., L. n. 122 del 1989, art. 9, così come modificato dalla L. n. 127 del 1997, art. 17, comma 90, in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5; denuncia altresì il vizio di insufficiente e contraddittoria motivazione. In particolare il ricorrente censura la statuizione della corte territoriale che ha giudicato inammissibile il motivo di appello con cui il signor D. aveva chiesto l’applicazione della disciplina delle distanze fissata dal D.M. n. 1444 del 1968, sull’assunto che esso avrebbe introdotto una domanda nuova. Ai riguardo nel mezzo di gravame si argomenta che, per il principio iura novit curia, la corte di merito avrebbe dovuto accogliere il suddetto motivo di appello e, per l’effetto, disporre l’arretramento delle autorimesse dei convenuti alla distanza di mt. 10 dall’edificio in proprietà D. insistente sulla particella n. 1736.

Il motivo è fondato.

Nella sentenza gravata si legge “il D. richiama quindi D.M. n. 1444 del 1968, che all’art. 9 avrebbe aumentato la distanza tra fabbricati in ml. 10. La Corte osserva che l’argomento il nuovo, in quanto dell’atto introduttivo del giudizio di prime cure in D. aveva richiamato solo il disposto di cui all’art. 907 c.c., impone la distanza non minore di 3 metri”. L’argomento è errato perchè, dall’esame dell’atto di citazione introduttivo del giudizio di primo grado, consentito a questa Corte in ragione della natura processuale del vizio denunciato con il mezzo di ricorso in esame, emerge che il D. aveva lamentato come le autorimesse dei convenuti violassero sia “l’art. 873 c.c. (e le eventuali norme urbanistiche vigenti del comune che impongono distanze maggiori di quelle del predetto articolo) che impone una distanza minima tra le costruzioni su fondi finitimi, se non unite o aderenti” (pag. 1 dell’atto di citazione, penultimo capoverso) sia “l’art. 907 c.c., che impone al proletario del fondo vicino di edificare ad una distanza non minore di 3 metri” dalle vedute altrui (pag. 1 dell’atto di citazione, ultimo capoverso).

Fin dall’atto di citazione, quindi, il D. aveva chiesto, oltre al rispetto delle distanze dalle vedute, anche il rispetto delle distanze “tra le costruzioni su fondi finitimi”. Le distanze tra le costruzioni, va sottolineato, sono anche quelle previste dal D.M. n. 1444 del 1968, giacchè, come le Sezioni Unite di questa Corte hanno spiegato nella sentenza 14953/11 (pag. 5, terzo capoverso), il suddetto D.M., “in quanto emanato su delega dell’art. 41-quinquies inserito nella L. 17 agosto 1942, n. 1150, dalla L. 6 agosto 1967, n. 765, art. 17, ha efficacia di legge, sicchè le sue disposizioni…. prevalgono sulle contrastanti previsioni dei regolamenti locali successivi, alle quali si sostituiscono per inserzione automatica, con conseguente loro diretta operatività nei rapporti tra privati”. Per il principio jura novit curia, d’altra parte, va escluso che il riferimento della citazione introduttiva al solo art. 873 c.p.c., precludesse al giudice di rilevare violazioni della disciplina delle distanze tra costruzioni dettate da norme diverse da tale articolo (ferma, ovviamente, la necessità che la loro applicabilità nella specie discendesse da fatti ritualmente allegati e provati).

La corte territoriale ha dunque errato nel giudicare nuova la domanda di arretramento delle autorimesse dei convenuti alla distanza di cui al D.M. n. 1444 del 1968, avanzata nell’appello del sig. D. (e, conseguentemente, inammissibile il relativo motivo di impugnazione, cfr. pag. 10, secondo capoverso, della sentenza). Tale motivo di appello era invece ammissibile, perchè la domanda ivi svolta era già contenuta nella domanda di arretramento sino al rispetto delle distanze legali proposta in primo grado.

Nè può attribuirsi rilievo all’affermazione della sentenza gravata secondo cui “dalla planimetria non risulta che l’edificio del D. insistente sul mappale (OMISSIS) sia antistante le autorimesse costruite sul mappale (OMISSIS)” (pag. 9, ultimo capoverso), giacchè, secondo il fermo indirizzo di questa Corte, qualora il giudice abbia ritenuto inammissibile una domanda, o un capo di essa, o un singolo motivo di gravame, esso si spoglia della potestas iudicandi sul relativo merito, cosicchè le eventuali affermazioni da lui espresse al riguardo sono irrilevanti, tanto che la relativa impugnazione sarebbe inammissibile per difetto di interesse (SSUU 3840/07 e, da ultimo, 30393/17).

Errata va altresì giudicata l’affermazione della sentenza impugnata alla cui stregua, per quanto riguarda l’edificio insistente sul mappale (OMISSIS), in prime cure il D. si sarebbe lamentato solo del mancato rispetto delle distanze dalle vedute; tale affermazione è infatti smentita dal diretto esame dell’atto introduttivo del D. che chiede la riconduzione delle autorimesse al rispetto delle distanze legali in termini generali e omnicomprensivi (cfr. le conclusioni della citazione, ove si chiede accertarsi che le autorimesse “sono state costruite ad una distanza dal fabbricato e dalla finestra inferiore a quella prevista dalla legge”.

Il terzo motivo di gravame va quindi accolto.

Con il quarto motivo il ricorrente si duole della violazione e falsa applicazione del D.M. n. 1444 del 1968, art. 9,L. n. 1150 del 1942, L. n. 665 del 1967, D.P.R. n. 380 del 2001, così come integrato e/o modificato della L. n. 147 del 2013, L. n. 80 del 2014, nonchè degli artt. 872, 873,874,875 e 877 c.c. e segg., artt. 99 – 112 c.p.c., artt. 115 e 116 c.p.c., artt. 16 e segg. del Piano Regolatore Generale del 28.7.92, artt. 341-348 c.p.c., L. n. 122 del 1989, art. 9, così come modificato dalla L. n. 127 del 1997, art. 17, comma 90, in relazione dell’art. 360 c.pc.., nn. 3 e 5; denuncia altresì il vizio di insufficiente e contraddittoria motivazione.

Il ricorrente in particolare si duole della statuizione di rigetto del motivo di appello con cui egli aveva censurato la sentenza di prime cure là dove, autorizzando i ricorrenti a traslare le autorimesse sul confine, li aveva altresì autorizzati a portare a confine anche il relativo pluviale, con il suo pozzo perdente, in violazione dell’art. 889 c.c..

Anche il quarto motivo è fondato e va accolto.

La sentenza gravata ha disatteso l’appello del sig. D. sul rilievo che l’impugnazione sarebbe stata superflua; secondo la corte territoriale, infatti, pur nel caso in cui i convenuti avessero scelto di adeguare le autorimesse portandole a confine, sarebbe tuttavia rimasto integro, per loro, tanto “l’obbligo di arretramento quanto al pluviale, non suscettibile di adeguamento” quanto l’obbligo di arretramento del pozzetto, in relazione al quale “l’adeguamento coincide con l’arretramento alla distanza di legge”.

L’argomentazione della corte bresciana contrasta, tuttavia, col tenore letterale del comando giudiziale espresso nel dispositivo della sentenza di primo grado, che dichiara il diritto dei convenuti di portare a confine “i sopra descritti manufatti”, vale a dire le “autorimesse medesime”, il “pluviale di scarico delle acque piovane provenienti dalla copertura delle autorimesse” e “il relativo pozzo perdente”. Confermando la statuizione del primo giudice, la corte è quindi incorsa nella denunciata violazione dell’art. 889 c.c..

Con il quinto motivo il ricorrente censura la violazione e falsa applicazione degli artt. 872 e 873 c.c. e segg., dell’art. 2043 c.c. e dell’art. 2967 c.c., nonchè il vizio di motivazione insufficiente, illogica e contraddittoria, in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3, 4 e 5. In particolare il ricorrente denuncia l’errore in cui la corte territoriale sarebbe incorsa rigettando il suo appello avverso la statuizione del tribunale che ne aveva rigettato la domanda di risarcimento danni sul rilievo della relativa “assenza di prova su an e quantum”; nel motivo si invoca l’orientamento giurisprudenziale alla cui stregua il danno derivante dalla violazione delle normative in materia di distanze tra costruzioni deve ritenersi sussistente in re ipsa.

Il motivo non può trovare accoglimento in quanto difetta di specificità, non risultando pertinente alle motivazioni svolte nella sentenza impugnata.

La corte territoriale, infatti, non si è pronunciata sul merito della domanda risarcitoria del sig. D., ma ha adottato una statuizione di carattere processuale, giudicando inammissibile il motivo di appello al riguardo proposto dal suddetto sig. D., sull’assunto (non specificamente censurato nel mezzo di ricorso in esame sotto il profilo della violazione dell’art. 342 c.p.c.) che tale motivo fosse “decisamente aspecifico”, essendosi l’appellante limitato “a riportare massime giurisprudenziali senza neppure tentare di dare un’esplicazione dei danni asseritamente patiti” (pag. 11 della sentenza, quart’ultimo capoverso).

In definitiva il ricorso va accolto limitatamente al terzo e al quarto mezzo, disattesi gli altri, e la sentenza gravata va cassata, in relazione ai motivi accolti, con rinvio alla corte territoriale, anche per le spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso limitatamente al terzo e al quarto motivo e rigetta gli altri motivi. Cassa la sentenza gravata in relazione ai motivi accolti e rinvia ad altra sezione della corte di appello di Brescia, che regolerà anche le spese del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, il 11 dicembre 2018.

Depositato in Cancelleria il 25 settembre 2019

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