Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2394 del 27/01/2022

Cassazione civile sez. VI, 27/01/2022, (ud. 16/11/2021, dep. 27/01/2022), n.2394

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GRECO Antonio – Presidente –

Dott. MOCCI Mauro – Consigliere –

Dott. CATALDI Michele – rel. Consigliere –

Dott. CROLLA Cosmo – Consigliere –

Dott. LUCIOTTI Lucio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 1027-2020 proposto da:

M.F., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA MONTE ZEBIO

28, presso lo studio dell’avvocato GAETANO ALESSI, rappresentato e

difeso dall’avvocato PIETRO RABIOLO;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, (OMISSIS), in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e

difende, ope legis;

– resistente –

avverso la sentenza n. 3994/8/2018 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE DELLA SICILIA, depositata il 25/09/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 16/11/2021 dal Consigliere Relatore Dott. MICHELE

CATALDI.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. M.F. propone ricorso per cassazione, affidato a quattro motivi, avverso la sentenza di cui all’epigrafe, con la quale la Commissione tributaria regionale della Sicilia ha rigettato il suo appello avverso la sentenza della Commissione tributaria provinciale di Palermo, che aveva rigettato il ricorso del medesimo contribuente contro l’avviso d’accertamento emesso nei suoi confronti, per l’anno d’imposta 2006, con il quale gli veniva imputato, ai fini Irpef, il maggior imponibile, derivante dalla plusvalenza conseguente alla cessione, con due distinti atti di compravendita, di due terreni edificabili, dei quali il contribuente era comproprietario.

L’Agenzia delle Entrate si è costituita al solo scopo dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione.

La proposta del relatore è stata comunicata, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza camerale, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il primo motivo il contribuente deduce, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e la falsa applicazione del D.P.R. n. 917 del 1986, art. 6, comma 1, primo periodo. Rileva infatti il ricorrente che il giudice a quo ha erroneamente confermato l’avviso d’accertamento controverso assumendo come riferimento, ai fini dell’imposizione della plusvalenza derivante dalla cessione di aree fabbricabili, non il corrispettivo percepito dalla venditrice, ma il maggior valore venale degli immobili ceduti, determinato unicamente sulla base di quello accertato in sede di rettifica del valore dichiarato ai fini dell’imposta di registro.

2. Con il secondo motivo il contribuente deduce, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e la falsa applicazione del D.Lgs. n. 147 del 2015, art. 5, comma 3, primo periodo, con riferimento al D.P.R. n. 917 del 1986, art. 68. Assume infatti il ricorrente che il giudice a quo ha erroneamente confermato l’avviso d’accertamento controverso sebbene la norma di interpretazione autentica di cui al D.Lgs. n. 147 del 2015, art. 5, comma 3, avente efficacia retroattiva, escluda che l’Amministrazione finanziaria possa determinare, in via induttiva, la plusvalenza realizzata dalla cessione di immobili e di aziende solo sulla base del valore dichiarato, accertato o definito ai fini dell’imposta di registro, ipotecaria o catastale.

3. Con il terzo motivo il contribuente deduce, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e la falsa applicazione dell’art. 2697 c.c..

Assume infatti il ricorrente che il giudice a quo ha erroneamente attribuito al contribuente l’onere di provare di aver venduto gli immobili ad un prezzo inferiore a quello accertato nell’atto impositivo, mentre era onere dell’Ufficio provare il presupposto dell’imposizione maggiore di cui alla pretesa erariale.

4. Con il quarto motivo il contribuente deduce, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omesso esame di un fatto decisivo, rappresentato dalla circostanza che la comparazione del prezzo di cessione delle aree edificabili con il corrispettivo incassato dall’acquirente Agorà s.p.a. dalla loro successiva rivendita sarebbe alterata dalla circostanza che quest’ultima società era stata interessata da procedimenti penali, che avevano condotto alla sua confisca, che avrebbero evidenziato elementi di illiceità correlati allo stesso ritrasferimento immobiliare, “nato per effetto di strategie di stampo mafioso”, quindi non costituendo un attendibile elemento comparativo.

4.1. I primi tre motivi del ricorso principale vanno trattati congiuntamente e sono fondati.

Infatti la ratio decidendi sulla quale si basa la sentenza impugnata è rappresentata dall’affermazione che la rettifica del prezzo di cessione rilevante per il calcolo della plusvalenza imponibile a fini Irpef può fondarsi solo sul maggior valore accertato ai fini delle imposte di registro, ipotecaria e catastale, dal quale deriverebbe l’onere della contribuente di fornire la prova contraria, ritenuta mancante nel caso di specie, dell’effettiva dimostrazione di aver invece venduto i beni ad un prezzo inferiore a quello accertato.

In ordine alla questione relativa ai criteri di determinazione della plusvalenza (tuttora controversa in giudizio) questa Corte ha già chiarito che ” In tema di imposte sui redditi, la norma di interpretazione autentica di cui al D.Lgs. n. 147 del 2015, art. 5, comma 3, avente efficacia retroattiva, esclude che l’Amministrazione finanziaria possa determinare, in via induttiva, la plusvalenza realizzata dalla cessione di immobili e di aziende solo sulla base del valore dichiarato, accertato o definito ai fini dell’imposta di registro, ipotecaria o catastale, dovendo l’Ufficio individuare ulteriori indizi, gravi, precisi e concordanti, che supportino l’accertamento del maggior corrispettivo rispetto a quanto dichiarato dal contribuente, su cui grava la prova contraria”. (Cass. Sez. 5 -, Sentenza n. 12131 del 08/05/2019, ex plurimis).

Pertanto, “Il D.Lgs. n. 147 del 2015, art. 5, comma 3, prevede che gli artt. 58,68,85 e 86 del TUIR (D.P.R. n. 917 del 1986) ed il D.Lgs. n. 446 del 1997, artt. 5,5 bis, 6 e 7, si interpretano nel senso che per le cessioni di immobili e di aziende nonché per la costituzione ed il trasferimento di diritti reali sugli stessi, l’esistenza di un maggior corrispettivo non è presumibile soltanto sulla base del valore anche se dichiarato, accertato o definito ai fini dell’imposta di registro di cui al D.P.R. n. 131 del 1986, ovvero delle imposte ipotecaria e catastale di cui al D.Lgs. n. 347 del 1990. Tale norma si applica anche ai giudizi in corso, atteso l’intento interpretativo chiaramente espresso dal legislatore e considerato che il carattere retroattivo rappresenta elemento connaturale alle leggi interpretative (cfr. ex plurimis, Cass. civ. Sez. VI – 5 Ord., 24/01/2017, n. 1823, in motivazione, con specifico riferimento anche allo ius superveniens).

Non ha quindi fatto buon governo di tali principi la sentenza impugnata, sia perché ha ritenuto che il valore accertato ai fini dell’imposta di registro potesse di per sé solo far presumere l’esistenza di un maggior corrispettivo ai fini della plusvalenza, dovendo piuttosto valutare se sussistessero ulteriori indizi, gravi, precisi e concordanti; sia perché, di conseguenza ha attribuito alla contribuente l’onere di fornire la prova contraria del maggior corrispettivo accertato dall’Ufficio, che invece presuppone che l’Amministrazione abbia dimostrato (anche in via indiziaria, ma non meramente attraverso il riferimento all’accertamento ai fini dell’imposta di registro) l’esistenza di tale presupposto dell’imposizione.

La sentenza impugnata va quindi cassata, con rinvio al giudice d’appello per i necessari accertamenti in fatto, in applicazione dei predetti principi.

4.2. Il quarto motivo del ricorso principale è inammissibile, in quanto non attinge la ratio decidendi della sentenza impugnata che, in ordine alle vicende penali che hanno investito la società Agorà s.r.l., che ha comprato dalla contribuente e rivenduto a terzi i beni in questione, ne ha escluso la rilevanza, sul presupposto che la valutazione del valore venale dei beni in questione, sostenuta dall’Ufficio, si basava sul “valore commerciale” di questi ultimi, e non sul parametro del prezzo di rivendita successivamente praticato dalla predetta società. Pertanto, poiché la stessa sentenza impugnata esclude che il “fatto” della successiva rivendita dei terreni concorra a fondare il rigetto delle ragioni dell’appellante contribuente, è inammissibile il motivo con il quale quest’ultima censura l’omesso esame delle connotazioni della medesima circostanza, per eliderne, o sminuirne, una rilevanza indiziaria sfavorevole che, nella motivazione, il giudice d’appello ha in radice già escluso, palesandone l’esclusione dalla ratio decidendi e, comunque, la non decisività nell’economia della decisione d’appello.

P.Q.M.

Accoglie il primo, il secondo ed il terzo motivo del ricorso principale e dichiara inammissibile il quarto; cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia alla Commissione tributaria regionale della Sicilia, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 16 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 27 gennaio 2022

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