Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23920 del 23/11/2016


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Cassazione civile sez. VI, 23/11/2016, (ud. 13/10/2016, dep. 23/11/2016), n.23920

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCHIRO’ Stefano – Presidente –

Dott. IOFRIDA Giulia – rel. Consigliere –

Dott. CRUCITTI Roberta – Consigliere –

Dott. CONTI Roberto Giovanni – Consigliere –

Dott. CRICENTI Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 18953-2015 proposto da:

B.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA TACITO 10,

presso lo studio dell’avvocato ENRICO DANTE, che lo rappresenta e

difende unitamente all’avvocato LORENZO BERTAGGIA, giusta procura

speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, (OMISSIS), in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATLIRA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e

difende ope legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 93/38/2015 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE del PIEMONTE del 14/11/2014, depositata il 23/01/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

13/10/2016 dal Consigliere Relatore Dott. IOFRIDA GIULIA;

udito l’Avvocato Enrico Dante difensore del ricorrente che si riporta

agli atti e alla memoria in cui chiede il rinvio.

Fatto

IN FATTO

B.A. propone ricorso per cassazione, affidato a tre motivi, nei confronti dell’Agenzia delle entrate (che resiste con controricorso), avverso la sentenza della Commissione Tributaria Regionale del Piemonte n. 93/38/2015, depositata in data 23/01/2015, con la quale – in controversia concernente l’impugnazione di un avviso di accertamento, emesso, D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 38, comma 4, per maggiore irpef dovuta, a seguito di rideterminazione in via sintetica del reddito prodotto (attività di fabbricazione porte e finestre in legno) nell’anno d’imposta 2005, – stata riformata la decisione di primo grado, che aveva accolto il ricorso del contribuente.

In particolare, i giudici d’appello, nell’accogliere il gravame dell’Agenzia delle Entrate, hanno sostenuto che, accertato l’invio, “al corretto indirizzo del contribuente”, del questionario prescritto dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38 citato per l’accertamento sintetico, atto non ritirato per compiuta giacenza non essendo obbligatorio, ratione temporis, il previo contraddittorio endo-procedimentale, l’avviso di accertamento risultava congruamente motivato, contenendo tutti i dati rilevati e non contestati ai fini della rideterminazione della situazione reddituale del contribuente, e quest’ultimo non aveva indicato il “possesso di altri redditi (esenti o altro)” al fine di giustificare l’accertata capacità contributiva.

A seguito di deposito di relazione ex art. 380 bis c.p.c., e stata fissata l’adunanza della Corte in camera di consiglio, con rituale comunicazione alle parti. Il ricorrente ha depositato memoria.

Si dà atto che il Collegio ha disposto la redazione della ordinanza con motivazione semplificata.

Diritto

IN DIRITTO

1. Il ricorrente lamenta, con il primo motivo, la violazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, dell’art. 97 Cost., L. n. 212 del 2000, artt. 6 e 10 e D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38, commi 4-6, nella parte in cui la C.T.R. ha escluso l’illegittimità dell’atto impositivo sotto il profilo della mancata attivazione del contraddittorio preventivo con il contribuente.

2. La censura è infondata.

Le Sezioni Unite di questa Corte hanno invero affermato (Cass. 24823/2015) il seguente principio di diritto: “Differentemente dal diritto dell’Unione europea, il diritto nazionale, allo stato della legislazione, non pone in capo all’Amministrazione fiscale che si accinga ad adottare un provvedimento lesivo dei diritti del contribuente, in assenza di specifica prescrizione, un generalizzato obbligo d contraddittorio endoprocedimentale, comportante in caso di violazione dell’atto. Ne consegue che, in tema di tributi “non armonizzati”, l’obbligo dell’Amministrazione di attivare il contraddittorio endoprocedimentale, pena l’invalidità dell’atto, sussiste esclusivamente in relazione alle ipotesi, per le quali siffato obbligo risulti specificamente sancito; mentre in tema di tributi “armonizzati”, avendo luogo la diretta applicazione del diritto dell’Unione, la violazione dell’obbligo del contraddittorio endoprocedimentale da parte dell’Amministrazione comporta in ogni caso, anche in campo tributario, l’invalidità dell’atto, purchè, in giudizio, il contribuente assolva l’onere di enunciare in concreto le ragioni che avrebbe potuto far valere, qualora il contraddittorio fosse stato tempestivamente attivato, e che l’opposizione di dette ragioni (valutate con riferimento al momento del meritato contraddittorio) si rilevi non puramente pretestuosa e tale da configurare, in relazione al canone generale di correttezza e buona fede ed al principio di lealtà processuale, sviamento dello strumento difensivo rispetto alla finalità di corretta tutela dell’interesse sostanziale, per le quali è stato predisposto”.

Le Sezioni Unite hanno evidenziato, appunto, come, nella normativa tributaria nazionale, in relazione ai tributi non armonizzati, non si rinviene alcuna disposizione espressa che sancisca in via generale l’obbligo del contraddittorio endoprocedimentale, al di fuori di precise disposizioni che tale contraddittorio prescrivono, peraltro a condizioni e con modalità ed effetti differenti, in rapporto a singole ben specifiche ipotesi, quale “il D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38, comma 7 (come modificato dal D.L. n. 78 del 2010, art. 22, comma 1 convertito in L. n. 122 del 2010), in tema di accertamento sintetico”.

Nella specie, è pacifico che si verte in ipotesi di accertamento sintetico notificato per l’anno d’imposta 2005, in relazione al quale non opera la modifica normativa di cui al D.L. n. 78 del 2010, convertito in L. n. 122 del 2010. Invero, Il D.L. 31 maggio 2010, n. 78, ha disposto (con l’art. 22, comma 1), con specifica norma di diritto transitorio, che le modifiche operano in relazione agli “accertamenti relativi ai redditi per i quali il termine di dichiarazione non è ancora scaduto alla data di entrata in vigore del presente decreto” e quindi la norma ha effetto dal periodo d’imposta 2009 (cfr. Cass. 21041/2014; Cass. 22746/2015).

La sentenza della C.T.R. è pertanto conforme ai suddetti principi di diritto.

3. Con il secondo motivo, il ricorrente lamenta la violazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, della L. n. 241 del 1990, art. 3, comma 1, L. n. 212 del 2000, art. 7, comma 1 e D.P.R. n. 600 del 1973, art. 42, commi 2 e 3, nella pane in cui la C.T.R. ha escluso l’illegittimità dell’atto impositivo sotto il profilo della carenza di motivazione dell’avviso, anche per la mancanza del prospetto di determinazione del reddito in via sintetica e la “contraddittoria indicazione” del maggior reddito accertato.

4. Anche detta censura è infondata.

La C.T.R., valutata la motivazione dell’atto impositivo, ha dato conto dei presupposti fondanti l’accertamento, in particolare, il reddito esiguo, in rapporto sia ai cespiti patrimoniali (possesso di autovettura acquistata mediante leasing e di immobile adibito ad abitazione principale) sia alla composizione del nucleo familiare (coniuge dichiarata a carico) e della esatta individuazione del reddito accertato in via sintetica (considerato anche l’importo annuale dei ratei del finanziamento).

Quanto alla mancata allegazione del prospetto di calcolo utilizzato dall’Ufficio, deve osservarsi che, come chiarito da questa Corte (Cass. 23615/2011), il requisito motivazionale dell’accertamento, ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 42, comma 2, esige, oltre alla puntualizzazione degli estremi soggettivi ed oggettivi della posizione creditoria dedotta, soltanto l’indicazione di fatti astrattamente giustificativi di essa, consentano di delimitare l’ambito delle ragioni adducibili dall’ufficio nell’eventuale successiva fase contenziosa, restando poi affidate al giudizio d’impugnazione dell’atto le questioni riguardanti l’effettivo verificarsi dei fatti stessi e la loro idoneità a dare sostegno alla pretesa impositiva”.

In sostanza, nel regime introdotto dalla L. 27 luglio 2000, n. 212, art. 7 l’obbligo di motivazione degli atti tributari può essere adempiuto anche per relationem ovverosia mediante il riferimento ad elementi di fatto risultanti da altri atti o documenti, a condizione che questi ultimi siano allegati all’atto notificato ovvero che lo stesso ne riproduca il contenuto essenziale, per tale dovendosi intendere l’insieme di quelle parti (oggetto, contenuto e destinatari) dell’atto o del documento che risultino necessarie e sufficienti per sostenere il contenuto del provvedimento adottato, e la cui indicazione consente al contribuente – ed al giudice in sede di eventuale sindacato giurisdizionale – di individuare i luoghi specifici dell’arto richiamato nei quali risiedono quelle parti del discorso che formano gli elementi della motivazione del provvedimento. Questa Corte (Cass. 15327/2014) ha precisato che l’art. 7, comma 1, dello Statuto del contribuente, nel prevedere che debba essere allegato all’arto dell’amministrazione finanziaria ogni documento da esso richiamato in motivazione, si riferisce esclusivamente agli atti di cui il contribuente non abbia già integrale e legale conoscenza.

Dal contenuto, anche in fatto, della decisione impugnata si evince che il contribuente, attraverso la notifica di due avvisi di accertamento, per gli anni 2004 e 2005, era stato messo in grado di “di spiegare tempestiva e completa difesa”.

5. Con il terzo motivo, il ricorrente denuncia, sempre ex art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione e/o falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38, commi 4 – 6, in combinato disposto con gli artt. 2727, 2728 e 2729 c.c., nella parte in cui la C.T.R., “sull’erroneo presupposto del valore di prova legale delle risultanze del redditometro”, ha ritenuto fondata la pretesa impositiva.

6. La censura è infondata.

Questa Corte (Cass. 25104/2014; Cass. 14885/2015) ha già affermato che “in tema di accertamento delle imposte sui redditi, qualora l’Ufficio determini sinteticamente il reddito complessivo netto in relazione alla spesa per incrementi patrimoniali, la prova documentale contraria ammessa per il contribuente dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38, comma 6, nella versione vigente “ratione temporis”, non riguarda la sola disponibilità di redditi esenti o di redditi soggetti a ritenuta alla fonte a tiotolo d’imposta, ma anche l’entità di tali redditi e la durata del loro possesso, che costituiscono circostanze sintomatiche del fatto che la spesa contestata sia stata sostenuta proprio con redditi esenti o soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta”.

Nella specie, la C.T.R., a fronte degli elementi presuntivi di una certa capacità patrimoniale del contribuente, ha valutato la prova contraria offerta dal contribuente (non esonerando dunque l’amministrazione finanziaria dall’onere della prova, come lamentato in ricorso), ritenendo che questi non avesse fornito adeguata giustificazione della disponibilità di redditi “esenti o soggetti a ritenuta alla fonte”, in rapporto alle spese incrementative effettivamente “significative”, con valutazione nel merito del materiale probatorio, esente da censure in quanto congruamente motivata.

7. Per tutto quanto sopra esposto, va respinto il ricorso.

Le spese, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della ricorrenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente, dell’importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna il ricorrente al rimborso delle spese processuali, liquidate in complessivi Euro 2.500,00, a titolo di compensi, oltre eventuali spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della ricorrenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 13 ottobre 2016.

Depositato in Cancelleria il 23 novembre 2016

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