Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23907 del 03/09/2021

Cassazione civile sez. III, 03/09/2021, (ud. 17/03/2021, dep. 03/09/2021), n.23907

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele G. A. – Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 31695-2019 proposto da:

J.M., domiciliato ex lege in Roma, presso la cancelleria della

Corte di Cassazione rappresentato e difeso dall’avvocato MASSIMO

RIZZATO;

– ricorrenti –

nonché contro

MINISTERO DELL’INTERNO, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI

PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo

rappresenta e difende;

– resistenti –

avverso il decreto del TRIBUNALE di VENEZIA, depositata il

27/09/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

17/03/2021 dal Consigliere Dott. PELLECCHIA ANTONELLA.

 

Fatto

RILEVATO IN FATTO

che:

1. J.M., cittadino del Gambia, chiese alla competente commissione territoriale il riconoscimento della protezione internazionale, di cui al D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 4:

(a) in via principale, il riconoscimento dello status di rifugiato, D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, ex art. 7 e ss.;

(b) in via subordinata, il riconoscimento della “protezione sussidiaria” di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14;

(c) in via ulteriormente subordinata, la concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, ex art. 5, comma 6, (nel testo applicabile tallone temporis).

2. Il richiedente a fondamento dell’istanza dedusse di essere fuggito dal proprio paese per il timore di essere perseguitato ed ucciso per via della sua omosessualità. Espose di aver scoperto il proprio orientamento sessuale a seguito di un colloquio con un insegnante che gli aveva spiegato il significato e l’importanza di tale termine. Nel timore di essere perseguitato dagli anziani della comunità, essendo egli di religione musulmana, decise di abbandonare il paese recandosi dapprima in Libia per poi giungere in Italia.

La Commissione territoriale rigettò l’istanza.

3. Avverso tale provvedimento J.M. propose ricorso D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 dinanzi il Tribunale di Venezia, che, con decreto rigettò il reclamo.

Il Tribunale ha ritenuto:

a) generica, contraddittoria e pertanto non attendibile la narrazione del richiedente, non risultando credibile che egli avesse deciso “di punto in bianco” di diventare omosessuale e non avendo egli fornito alcun riscontro da cui potesse evincersi che una volta giunto in Italia avesse frequentato altri uomini.

b) infondata la domanda di riconoscimento dello status di rifugiato non apparendo fondato il timore di persecuzione legato all’orientamento sessuale;

c) infondata la domanda di protezione sussidiaria, in mancanza sia di un fondato pericolo per il richiedente, in caso di rimpatrio, di subire una condanna a morte o trattamenti inumani e degradanti, attesa l’impossibilità di superare i dubbi scaturenti dalla sua narrazione, sia di un conflitto armato nella zona di provenienza non essendo rinvenibile in Gambia una condizione di conflitto armato generalizzato. Le fonti riferiscono un relativo miglioramento delle condizioni socio-politiche e un processo di lenta normalizzazione e ritorno alla democrazia a seguito dell’elezione di (OMISSIS);

d) infondata la domanda di protezione umanitaria, non essendo state addotte situazioni di particolare vulnerabilità ed essendo le allegate attività lavorative svolte a tempo determinato insufficienti a garantire al richiedente asilo una esistenza dignitosa anche nel territorio italiano;

4. Il decreto è stato impugnato per cassazione da J.M. con ricorso fondato su due motivi.

Il Ministero dell’Interno non ha notificato tempestivo controricorso, ma ha depositato solo atto di costituzione per l’eventuale partecipazione alla pubblica udienza.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che:

5.1. Con il primo motivo di ricorso il ricorrente lamenta “errore di motivazione nel ritenere la non credibilità del ricorrente”. Il Tribunale sarebbe incorso in errore nell’interpretazione delle dichiarazioni del richiedente asilo poiché egli non avrebbe deciso di diventare omosessuale “di punto in bianco” ma solo dopo aver scoperto il significato e la nozione del termine e la possibilità di esternare tale condizione.

Il primo motivo è innanzitutto inammissibile, in quanto non individua alcuno dei paradigmi dell’art. 360 c.p.c., essendo rubricato “errore di motivazione nel ritenere la non credibilità del ricorrente”.

In secondo luogo, omette di confrontarsi con la motivazione enunciata dal tribunale, che non evoca risolvendosi solo nel prospettare assertoriamente la credibilità del ricorrente e lo fa, peraltro in modo del tutto generico.

Inoltre il motivo non contiene alcuna enunciazione di violazione di norme di diritto, limitandosi ad evocare precedenti senza spiegarne la pertinenza con la decisione impugnata e la sua motivazione.

Ma il motivo comunque sarebbe infondato.

Il Tribunale, oltre ad aver motivato le ragioni di non credibilità circa la scoperta dell’orientamento sessuale del richiedente ha osservato l’assenza di elementi probatori atti a dimostrarne la veridicità: rispetto a questo apprezzamento il ricorrente non svolge alcuna critica limitandosi a ribadire quanto già riferito nel grado precedente circa la “scoperta” del suo orientamento sessuale.

In ogni caso, avendo il Tribunale adeguatamente motivato le ragioni di non credibilità del ricorrente, le doglianze mosse sono inammissibili in quanto mirano ad un riesame del merito non consentito in questa sede.

Infatti, come già affermato da questa Corte D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, lett. (c), lascia libero il giudice di merito di credere o non credere al richiedente asilo, secondo il suo prudente apprezzamento, che in quanto tale non è sindacabile in questa sede (Sez. 1, Ordinanza n. 21283 del 9.8.2019; Sez. 1 -, Ordinanza n. 21142 del 07/08/2019, Rv. 654674 – 01; Sez. 1, Ordinanza n. 21128 del 7.8.2019; Sez. 1 -, Ordinanza n. 3340 del 05/02/2019, Rv. 652549 – 01; Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 27503 del 30/10/2018, Rv. 651361 – 01). Sindacabile in sede di legittimità, pertanto, potrebbe essere soltanto il metodo di giudizio applicato dal giudice di merito (ad esempio, per violazione dei precetti dettati dal D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 8, in tema di ricerca e valutazione delle prove), ma non certo il merito del giudizio in sé riguardato, una volta che quei criteri siano stati osservati.” (Cassa. civ. Sez. III n. 10837 del 2020).

5.2. Con il secondo motivo di ricorso lamenta la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14. Il Tribunale non avrebbe adeguatamente considerato la fragile situazione socio-politica esistente in Gambia e la circostanza che in tale paese l’omosessualità è punita severamente con la reclusione.

Il motivo è inammissibile.

Il Tribunale in conformità ai più recenti orientamenti di questa Corte, ha adeguatamente adempiuto al suo dovere di cooperazione istruttoria, acquisendo informazioni sulla base di fonti ufficiali ed aggiornate. Secondo quanto riportato da quest’ultime a seguito della cessazione di una precedente dittatura durata ventidue anni, con l’elezione del nuovo presidente (OMISSIS) si è assistito ad un processo di normalizzazione e ritorno alla democrazia e pertanto non può ritenersi presente nel paese una condizione di conflitto armato generalizzato.

Al contrario il richiedente, da un lato si riferisce alle condizioni preesistenti alla presa di potere di (OMISSIS) e dall’altro cita precedenti sentenze di giudici di merito che oltre ad essere antecedenti rispetto al caso in esame, sembrano fare piuttosto riferimento a specifiche circostanze riguardanti i singoli interessati.

6. Pertanto la Corte dichiara inammissibile il ricorso. L’indefensio degli intimati non richiede la condanna alle spese.

7. Infine, poiché il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è dichiarato inammissibile, sussistono i presupposti processuali (a tanto limitandosi la declaratoria di questa Corte: Cass. Sez. U. 20/02/2020, n. 4315) per dare atto – ai sensi della L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, che ha aggiunto il comma 1-quater all’art. 13 del testo unico di cui al D.P.R. n. 115 del 2002 (e mancando la possibilità di valutazioni discrezionali: tra le prime: Cass. 14/03/2014, n. 5955; tra le innumerevoli altre successive: Cass. Sez. U. 27/11/2015, n. 24245) – della sussistenza dell’obbligo di versamento, in capo a parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per la stessa impugnazione.

P.Q.M.

la Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 -quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso a norma del citato art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 17 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 3 settembre 2021

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